venerdì 25 novembre 2016

SUL PENSARE, IL DISCORRERE E IL MORIRE






Molte volte osserviamo uomini e donne discutere, difendendo con violenza le proprie idee.

In realtà, pur di avere ragione, si potrebbe anche uccidere.

Questo è ciò che è accaduto, spesso, nella storia dell’umanità.

Le guerre sono fondate soprattutto sull’affermazione del potere. C’è però una causa del combattersi più sottile e subdola. Questa è la necessità che abbiamo di avere ragione.

Lo scontro tra diverse ideologie o tra sistemi di pensiero, stili di vita, morali o etiche particolari, è il motivo di molte carneficine.

Sul piano dell’individualità, per fortuna, gli omicidi sono un po’ meno. Tuttavia, rimane evidente la necessità di ognuno di difendere ferocemente i propri pensieri e le convinzioni su cui poggiano le soggettive certezze.

Le battaglie, nei discorsi-litigi, iniziano con convinzioni particolari e contrapposte. Poi, lentamente, l’oggetto della contesa tende a svanire e passa in secondo piano. Di frequente, il motivo per cui si discute è poi dimenticato, come accade spesso tra mogli e mariti, e ciò che rimane è solo la difesa del proprio pensare.

Ma, perché accade tutto questo?

Possiamo asserire che: “aver torto significa morire”.

Quest’affermazione, forte nella sua crudezza, richiede una spiegazione, che riguarda le uniche tre modalità espressive di colui che pensa.

Ebbene, noi siamo gli artefici dei nostri pensieri e, in base al livello di libertà-consapevolezza che viviamo, ci possiamo esprimere, nell’atto del pensare, in tre modi diversi.

Noi, il pensatore, possiamo rimanere in silenzio, in assenza totale di movimento del pensiero, e questa è la condizione della “pax profunda” del Saggio. Possiamo, altrimenti, fare due sole azioni. 

Nella prima di queste ultime, il pensatore produce un pensiero e non s’identifica con esso. Tale è lo stato dell’uomo libero, cioè di colui che, nel momento in cui pensa, non perde la consapevolezza di essere lui stesso l’artefice di ciò che sta pensando. L’uomo libero riconosce, quindi, il pensiero come un suo prodotto e non identifica la propria identità con esso, al di là dei contenuti delle nostre idee.

La secondo tipologia di azione descrive invece la condizione di alienazione dell’uomo, immerso nell’ignoranza circa la propria reale, sana e libera identità.

In quest’ultimo modo espressivo, l’uomo, il pensatore, pensa e, subito dopo, s’identifica con “il pensato”, con il suo prodotto. Perde quindi se stesso, in quanto pensatore, e fonda la sua identità proprio su quel pensiero del momento. Si convince di essere quel suo prodotto e non il suo artefice, il quale è infinitamente più ampio e, in essenza, diverso da tutto ciò che può pensare.

E qui il danno è fatto. 

Se riteniamo di essere quel pensiero, nel momento in cui qualcuno lo ponga in discussione, in realtà, è messa in serio pericolo la nostra esistenza, la propria illusoria identità, perché ci siamo convinti di essere quel concetto e non chi lo ha prodotto.

Da ciò, aver torto significa morire.

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