lunedì 17 settembre 2018

Il narcisismo dell'azione e l'utilità della corretta condivisione





Nella Via che porta alla Suprema Conoscenza, stretta tra il narcisismo egoico del passato e la purificazione presente dall'individualità, quando nasce in noi l'intenzione di compiere un'azione, ci deve essere, per essa, sempre un "buon motivo". Chiediamoci, quindi, "che cosa mi spinge a compiere questo atto?". Se saremo autentici, nel rispondere a tale domanda, quasi mai troveremo un movente spirituale e necessario all'agire.

Se mi chiedo, "perché scrivere circa la Conoscenza, in questo luogo? ", la risposta è "Per mera gratificazione". Tuttavia, a volte, ne vale la pena.

lunedì 10 settembre 2018

Chi vi ha raccontato che la ricerca della Suprema Conoscenza Non Duale è astrazione dal mondo?






Dopo essere stato artigiano dai quindici ai venticinque anni, praticando la meccanica di precisione; dopo aver fatto, per quattro anni, l’autista del futuro Presidente dell’A.B.I., di molti anni fa; dopo aver lavorato in un’Azienda per altri ventotto anni; dopo essere stato, nel mentre, e con professionalità, fotografo, counselor in oncologia medica e, in generale, per la persona, formatore e counselor trainer, life coach, ecc., ecc., ecc.; dopo aver ottenuto la maturità classica e una laurea in filosofia, studiando dalle 22,00 alle 2 del mattino per molti anni, continuando, comunque, a gustare la bellezza della vita, compresi i piaceri della carne; dopo aver praticato l'arte marziale per venticinque anni, insegnandola per venti; dopo essere stato arruolato in uno dei corpi operativi più impegnati dell’artiglieria italiana degli anni ‘80; dopo essere entrato nella caverna della mia psiche, in vari modi, portando in essa, a tutt'oggi, una discreta chiarezza; dopo aver studiato e, soprattutto, praticato l’esoterismo, per più di venti anni, in molte sue forme e gradi, ricercando anche i poteri e ottenendone alcuni, per scoprire, poi, come essi fossero, in assenza di vera Conoscenza, mero mangime per l’ego ignorante e accattone; dopo aver formato con gioia una nuova famiglia, acquistando ulteriori, importanti doveri Karmici; e dopo molti altri eventi accaduti e compiuti, di certo, non di minore importanza, infine... incontro, nell’anno del Signore 2005, la Suprema Conoscenza Non Duale dell’Essere, nella catena iniziatica, ininterrotta del Vedanta Advaita; riconoscendo, subito, in ciò, la possibilità di risolvere, definitivamente, la dipendenza da ogni forma. Comprendendo, inoltre, che il fine ultimo della Conoscenza è l’unica “formula” veramente efficace per agire sul mondo, (“senza essere del mondo”).

Dopo queste normali ma, tuttavia, variegate esperienze, per un uomo semplice come me, a volte, qualcuno mi dice:

“La Conoscenza Non Duale, il Vedanta Advaita, è solo la cuccia calda dell’astrazione. Immergiti nel mondo, perché la vita vera e lì”...

… nel silenzio del mio cuore, con tenerezza, sorrido.

P. S. Non è un CURRICULUM (dovrei scriverci molte altre cose sia civili, sia iniziatiche), ma una riflessione sulla Conoscenza.

sabato 8 settembre 2018

Dal sūtra 12 dell’Aparokṣānubhūti di Śaṁkara (a cura di Raphael)









Chi sono io? Questo mondo come si è svelato? Qual è la sua causa prima? Di quale sostanza è fatto? Questo è [il metodo d’investigazione] vicāra

Commento di Raphael:
Questo sūtra espone in dettaglio il metodo d’investigazione vicāra. È un metodo filosofico, un procedimento di pura ricerca degli universali, ma, a differenza di quanto si potrebbe pensare, esso è “sperimentale”.

La filosofia yoga è sperimentazione coscienziale; solo in un secondo tempo interviene la mente per concettualizzare quel tanto che è possibile e darlo come oggetto di stimolazione ad altri che desiderano facilitare la loro esperienza. Non rappresenta, dunque, un processo esclusivamente teoretico per costruire, appunto, una “teoria della realtà”.

La metafisica Vedānta non è un prodotto intellettualistico, ma di realizzazione. L’Oriente, in genere, più che sistemi teoretici filosofici intellettivi, possiede tecniche sperimentali per svelare la realtà. Queste tecniche possono coinvolgere il fisico, l’emotivo, la volontà, la facoltà di discernimento, ecc., o gruppi di essi, ma sono sempre mezzi operativi per risolvere sé stessi, mai strumenti di semplici rappresentazioni concettuali. Un’Upaniṣad  è un’esperienza vissuta, è un ritmo di vita che si è svelato.

Il Vedānta Advaita, tramite certe tecniche, come ad esempio vicāra, vairāgya, uparati, ecc., offre l’opportunità di esperire la verità, non di dialogare verbosamente su di essa né di metallizzarla in aride prigioni sistematiche.

I darśana sono semplicemente “punti di vista” di sperimentazioni coscienziali. La realtà, o la cosa in sé, non può essere oggetto di ideazioni (la mente, con il pensiero analitico, può solo dare un concetto del Reale-assoluto, ma lo yogi non mira a questo), essa va semplicemente realizzata e svelata. Ciò di cui noi possiamo avere una relativa rappresentazione concettuale è unicamente l’oggetto-fenomeno di percezione, non il soggetto-essere.

Così, alla domanda: “chi sono io?” non basta formulare una semplice idea-concetto per accontentare la mente ansiosa di far quadrare i conti, ma occorre esperire quell’ente che si pone appunto tale domanda e che sta dietro ogni possibile concetto intellettuale.


- Per facilitare la lettura, di seguito, sono sintetizzati alcuni termini presenti sul  testo:

Vicāra, Vairāgya, Uparati:
Nello specifico, Investigazione, Distacco e Raccoglimento interiore.

Darśana: “punto di vista”. Il termine si applica in particolare alle sei scuole ortodosse indiane, di cui il Vedānta Advaita è l’ultima e rappresenta il fine della Conoscenza nella realizzazione della Non Dualità dell’Essere. Non sono considerate come “sistemi” bensì come “punti di vista” sull’unica Dottrina contenuta nei Veda.

mercoledì 5 settembre 2018

CONOSCENZA E RITUALITÀ




Il rito è un simbolo dinamico rivolto al Mistero; che si svela, tuttavia, arrestando il movimento, perché già presente ora e proprio qui.

martedì 4 settembre 2018

CAMBIAMENTO DI RIFERIMENTO ("BOMBARDINI" - Milton H. ERICKSON)





Un giorno una ragazza del liceo emise una sonora flatulenza in classe, mentre stava scrivendo alla lavagna.
Si girò e corse via nella sua stanza, chiuse le persiane, ordinò dei generi alimentari per telefono e li portò dentro solo molto dopo che si era fatto buio. Ricevetti una sua lettera, che diceva: “Mi accetta come paziente?”.
Presi nota dell’indirizzo di Phoenix che mi dava, e risposi: “Sì, l’accetto”. Lei mi riscrisse: “E’ veramente sicuro di volermi come paziente?”. Io ci pensai su per bene, e risposi: “Sì, mi piacerebbe averla”.
Le ci vollero circa tre mesi, e poi mi scrisse dicendo: “Vorrei un appuntamento con lei dopo che è buio. E non voglio che nessuno mi veda. La prego, faccia in modo che non ci sia nessuno quando vengo nel suo studio”.
Le diedi appuntamento per le dieci e mezza, e lei mi raccontò di come aveva emesso una sonora flatulenza ed era corsa fuori dall’aula e si era chiusa in camera sua. Mi disse anche di essere una cattolica convertita. Ora, cattolici convertiti sono sempre molto ferventi.
Così le chiesi: “Sei veramente una buona cattolica?”. Lei mi assicurò di sì. E passai un paio d’ore con lei, facendole domande sul grado di fervore del suo cattolicesimo.
E poi, al colloquio successivo, dissi: “Tu dici di essere una buona cattolica. Ma allora perché insulti il Signore? Perché lo schernisci? Perché lo sei veramente, cattolica. Dovresti vergognarti, schernire Dio e autodefinirti una buona cattolica!”.
Cercò di difendersi.
“Io posso provare che hai poco rispetto per Dio”, dissi. Tirai fuori il mio libro di anatomia, un atlante, in cui c’erano illustrazioni di tutte le parti del corpo. Le feci vedere una sezione trasversale del retto e dello sfintere anale.
“vedi, l’uomo è molto bravo a costruire cose”, dissi. “Ma riesci tu a immaginare un uomo tanto abile da costruire una valvola che contenga materia solida, materia liquida, e aria, ed emetta verso il basso solo l’aria? Dio l’ha fatto”, dissi, “Perché  non rispetti Dio?”.
Poi le dissi: “Ora, voglio che tu dimostri un fervente, un onesto rispetto per Dio: Voglio che tu cuocia dei fagioli. In marina, li chiamano bombardini. Insaporiscili con cipolla e aglio. Poi mettiti tutta nuda, e ancheggia e balla per tutta la stanza, facendone di sonore, di tenui, di grosse, di piccole… e godi dell’opera di Dio”.
E così fece. Un anno più tardi, era sposata, e passai da casa sua per vedere come stava. Aveva un bambino. Mentre ero lì a farle visita, disse: “E’ ora di dare il latte al bambino”. Sbottonò la camicetta, mettendo in vista il seno, e diede il latte al bambino, chiacchierando del più e del meno con me. Un completo cambiamento di riferimento.

lunedì 3 settembre 2018

CHI DICE CHE NESSUNO HA MAI VISTO L’AL DI LÀ O NON È MAI TORNATO DA LÌ?



Ormai molti anni fa, prima che dedicassi l’intera mia esistenza alla conoscenza metafisica, mi occupai dello sciamanismo, praticandone una parte delle tecniche tramandate. Devo dire anche di ricordare quell’esperienza con piacere, avendola attraversata con persone a me vicine, alle quali voglio molto bene.
C’era un'attività particolarmente affascinante e utile, quella dello “psicopompo”.
Detto così, per chi non è pratico della mitologia greca, da cui trae origine questo termine, potrebbe sembrare l’evoluzione, la drammatizzazione della “pippa mentale”. Diciamo un aumento di livello della gravità di quest’ultima.
Invece, lungi dall’essere una psico-metafora a sfondo sessuale, la tecnica dello psicopompo (psyche = anima; pompós = colui che manda) serve ad accompagnare le anime dei defunti nell’al di là.
La tecnica sciamanica consiste, quindi, con l’aiuto di entità sottili “amiche”, nell’accompagnare i defunti che non capiscono dove si trovino in quel dato momento e dove debbano andare.
Questo lavoro, comunque, è un’occupazione naturale di alcune entità del mondo sottile, che proprio a questa funzione sono comandate. Molti defunti non si rendono conto neanche di essere morti. Ciò accade specialmente a coloro che, nella vita fisica appena lasciata, hanno aderito a una convinzione materialistica dell’esistenza. La stessa, nei primi momenti del trapasso, stenta ad essere abbandonata.

IN FONDO, ANCHE LORO SONO BUONI






Non siamo degli ingenui, ma pensiamo che le persone, nel loro profondo siano sempre buone. Non parlo dei Santi, dei Risvegliati o quant’altro. Parlo della gente normale. Certo, ci sono delle regole che vanno rispettate, e una società ha il dovere, come avviene per ogni genitore coscienzioso, di far rispettare un ordine di sana convivenza. Ma in fondo, in fondo anche gli individui più disarmonici sono buoni. Vediamo cose inenarrabili, gente violenta, presuntuosa, gelosa, superba, invidiosa, tutti soggiogati dall’aspettativa e in preda alle passioni.
“Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. Ecco, i molti non sanno quello che fanno… E Pensano che il loro piacere e la felicità personale siano diversi da quelli dell’altro. Perché non sanno quello che fanno, e perché non comprendono chi sono.
È stato un errore tradurre in questo modo la frase “Ama il prossimo tuo come te stesso”, non ci è mai riuscito nessuno… Gli esperti di questa materia sanno che il Logos, 2000 anni fa, diversamente da come sia stato sempre tradotto, affermò “Ama il prossimo tuo, perché è te stesso”. Questo i molti non lo sanno, e quindi fanno, senza sapere cosa. Tuttavia le regole vanno rispettate, ma in fondo, in fondo tutte le persone sono buone.

sabato 1 settembre 2018

Brevi riflessioni sui “Social Network” e la contrazione del pensiero




I cosiddetti “social” tendono ad indurre un'espressione sintetica di ciò che vogliamo comunicare.
Twitter è stato un momento emblematico di tale estrema contrazione del pensiero.
Anche facebook, per quanto lasci la possibilità di argomentare in maniera più articolata, seppur a discapito, in questo caso, della quantità dei lettori, cerca di stringerci verso un'espressione minima e non sufficiente.

Cosa è penalizzato da questo modo di comunicare?

Sono convinto che la sintesi sia un segno di intelligenza, ma, in assenza di conoscenza condivisa sull'argomento che vogliamo affrontare, la contrazione del pensiero diventa la fonte moderna dell'incomprensione. E ciò che maggiormente perdiamo è, soprattutto, la visione che nasce da un sapere ampio e approfondito, il quale ci consente di comprendere i legami logici che si sviluppano nella realtà, nell’uomo e nella sua storia.

Certo, questa castrazione neuronale è utile per la pubblicità o per chiunque abbia intenzioni manipolatorie, molto più efficaci verso chi perde sempre più la capacità di una comprensione che tenga presenti i molti fattori del discorso.

Di contro, in termini positivi, questa sintesi è almeno utile per suscitare scintille di riflessione in colui che sia qualificato a comprendere; ma, della vera conoscenza e della consapevolezza, in generale, cosa rimane?

Facciamo solo un esempio in metafora, che, per quanto sostenuto, non può esaurire l’argomento; ma ne offre senza dubbio il sapore.
Tutti riconosciamo la potenza espressiva di un Haiku giapponese:

"Nel Vecchio stagno
una rana si tuffa.
Rumore d'acqua". Matsuo Bashõ

Così come è innegabile la forza del nostro Ungaretti:

"Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie".

Se il primo componimento è comprensibile per la nostra naturale esperienza umana, anche se è possibile perdere le sottili sfumature estetiche dello stesso, nel secondo caso le cose si complicano.
Tutti dovrebbero cogliere dalla poesia lo stato di instabilità e di pericolo in cui vive l’uomo, a patto, però, che si sappia cosa sia l'autunno. E questo è un primo livello di comprensione. Ognuno, però, bene o male, conosce l'autunno e i suoi effetti anche se si trovasse in una regione dove questa stagione non si presenta mai nel corso dell'anno.
Cosa succederebbe però se non sapessimo che Ungaretti parla della giornata che vive un soldato al fronte, in trincea, nella Grande Guerra? Almeno dovremmo conoscere il titolo : “Soldati”.
È probabile che, dalla sua poesia, quindi, si afferri, sì, uno stato di instabilità; ma, in assenza di un’informazione più larga e condivisa potremmo interpretare quell'immagine come una  forma di sofferenza esistenziale.

Purtroppo, altra disgrazia, sui social questa situazione apre spesso lo spazio a chi, non avendo capito nulla dell'argomento, entra in merito con superbia polemica.
E, senza alcuna umiltà di chiedere il significato di ciò che legge, con tracotanza egoica e proiettiva, propria di chi non sa, ti scrive:

"Ehilà, Giuseppe (Ungaretti), se oggi non ti senti in forma, perché non provi a farti una bella scopata!?"

venerdì 31 agosto 2018

La condivisione del Sapere e gli stratagemmi della “coda”



È in atto, ora, il meraviglioso momento della condivisione della Conoscenza, che svela la possibilità di espandere la propria consapevolezza oltre i limiti del pensiero e dell'individualità. Possiamo quindi donare, con umiltà, ciò che è stato gratuitamente ricevuto, se questo è realmente avvenuto, e nei limiti di quello che abbiamo oggi realizzato. Personalmente, pur riconoscendo la presenza di molti livelli dell’insegnamento, autentici, seppur operanti nei confini del fenomeno, io mi riferisco al fine ultimo della Conoscenza, nella Suprema Realizzazione Non Duale dell’Essere, detta altrimenti Conoscenza Metafisica. Questo sapere, tuttavia, deve giungere dalla diretta discendenza con la Tradizione Universale, costituita dai Testimoni, coloro che hanno realizzato il fine ultimo della spiritualità. E solo questi possono trasferirla nella sua interezza, avendo, in Verità, svelato in sé le infinite nostre possibilità.
Le forze controiniziatiche, che sulla terra operano per trattenere l'umanità nell'ignoranza e nella sofferenza, presenti sul piano fisico, ma ancora di più su quello sottile, hanno diluito e avvelenato la forza di questa esplosione di consapevolezza, immettendo nel mondo la mercificazione del sapere iniziatico, che mostra, per chi sa vedere, la sua fascinosa inutilità. Questo accade attraverso operatori consapevoli della loro “amata” controiniziazione o attraverso malcapitati, persone disposte alla bontà, che tuttavia non sanno bene ciò che fanno e per chi.
Nella necessità di sintesi, che quì è d'obbligo, non possiamo approfondire l'argomento per quanto sarebbe necessario. È però possibile, e necessario, condividere almeno l'elemento fondamentale di questa discriminazione: la Libertà.
Qualunque sia il nostro cammino, questo deve renderci liberi.
È necessario, quindi, sapere cos'è la Libertà, perché, proprio su questo concetto, l'esercito della controiniziazione ha posto il suo maggiore impegno. Esso ci ha fatto credere che essere liberi significhi dare spazio ad ogni nostro desiderio, sostenendo che la libertà di attuare il desiderato fosse un nostro diritto di nascita; affossandoci così nella dipendenza e nella sofferenza. Perché il desiderio è la fonte del soffrire. Tutto ciò che raggiungeremo nell’universo, su ogni livello, di ogni ordine e grado, è destinato ad essere perduto; e ogni volta che avremo realizzato il progetto dell’IO VOGLIO, insoddisfatti e fagocitati dalla brama del desiderare, partiremo per il successivo inutile traguardo.
Essere libero è l'esatto contrario, significa realizzare l'indipendenza dal desiderio, perché esso, per ignoranza metafisica, ci spingerà sempre verso l’esterno, nell’alienazione da quel “Tutto” che già siamo. Ciò non vuole dire  inibire o vietare. Questi due concetti sono gli stessi che la controiniziazione ha posto contro il “desiderio menzognero” che ha sempre svenduto, per travestirlo da primavera dell’uomo che si rivolge verso la sua emancipazione dai tabù; che sono tutt’altra cosa e decadono, naturalmente, alla luce del Sapere. L'uomo libero, al contrario, è colui che si è sollevato dalla dipendenza alienante del desiderare, perché ha scoperto di avere tutto in Sé. Vive di gioia senza causa e, da questa privilegiata posizione, può fare qualsiasi atto o gustare ogni esperienza, in armonia con la Legge che regola il molteplice, perché nulla gli è vietato, e qualsiasi azione compirà sarà sempre l'azione di un uomo Giusto.

giovedì 30 agosto 2018

RIVISITAZIONI



Ulisse, dopo il lungo peregrinare attraverso mari e terre lontane, finalmente, arrivò al suo castello.
Varcò il portale e si diresse verso il cuore, il salone centrale.
Di fronte a lui si svelò l’imponente camino acceso.
Ma, con sua grande sorpresa, scorse un uomo, il quale, dandogli le spalle, contemplava silenzioso il fuoco ardente.
Preso dall’ira, memore di vecchie battaglie,
velocementeraggiunsel’usurpatoresconosciuto.

Poi,
rallentò…
si avvicinò al suo fianco…
lo guardò, misterioso e serio…

E comprese che, in verità, non era mai partito da lì.

mercoledì 29 agosto 2018

I TEMPI CAMBIANO



La Conoscenza, che era segreta nel passato, coperta da simboli e misteri, è ora visibile a tutti; e così la Tradizione vuole che sia; giustificandone la condivisione, se, e solo se, autorizzata e corretta.
Tuttavia, molti sono gli occhi che guardano e pochi i cuori che sanno comprendere.
La possibilità attuale della coscienza planetaria, per quanto ci siano molte forze controiniziatiche che tendono all'ignoranza, inizia ad aprirsi a comprensioni-realizzazioni superiori; e questo è il motivo di tale apertura.
Non perdiamo quindi il  nostro tempo prezioso a decifrare quei vecchi impolverati misteri, comprensibili solo a chi già sa. Utilizziamo invece il nostro "fuoco" per la pratica di ciò che, oggi, è sbocciato di fronte a noi, nella sua semplicità; perché questo, difficile o no che sia, è l'unico vero lavoro da realizzare.

martedì 28 agosto 2018

La Massoneria non è la "Massoneria"

Locandina del film "Il flauto magico" (di Mozart), diretto da Giulio Gianini ed Emanuele Luzzati



La Massoneria non è ciò che le persone pensano che sia.
Essa è una via iniziatica tradizionale, che opera ritualmente e con lo strumento del simbolo; per superare, infine, entrambi nella realizzazione diretta, in sé, dell’unità della Coscienza, nostra identità reale, oltre le forme e il molteplice: “En to Pan”, Uno, il Tutto.
Opera, quindi, per la consapevolezza e l’emancipazione della coscienza dell’uomo.
Pertanto, non è dedita al satanismo, alle mafie, ai complotti, così come, non c’è bisogno di essere massoni per governare il mondo, perché questo è dominato col potere finanziario, con o senza squadra e compasso.
Qualsiasi “deviazione” sia avvenuta o avverrà riguarda l’ignoranza spirituale e la responsabilità del singolo o di un gruppo contingente, e non rientra nei principi fondamentali della Massoneria.

domenica 26 agosto 2018

SUL RITIRO E SULL'AZIONE



Per la Conoscenza Tradizionale, universale, dalla quale ogni tradizione a noi nota nella storia trae origine, ognuno ha un compito. Esso è l'effetto di ciò che è stato prodotto nelle molteplici esistenze precedenti. I due termini da cui quest'affermazione trae origine sono: il karma, cioè l'effetto delle azioni precedenti che abbiamo compiuto, e il dharma, che rappresenta i doveri attuali che vengono generati dallo stato karmico che stiamo vivendo (al netto delle molteplici sfumature che qui non possiamo sottolineare, perché comporterebbero un tempo e uno spazio maggiori; e sicuramente una diversa attenzione sull'argomento).
Da ciò comprendiamo che tutti noi dobbiamo assolvere alle necessità dello stato che abbiamo prodotto. Stato che possiamo modificare con il nostro comportamento presente, fino addirittura risolverlo, in ogni momento, realizzando l'Essere Supremo che è in noi, al di là della causa e dell'effetto.
Molte volte osserviamo la nascita di alcuni giudizi, spesso, da parte di chi si rivolga ad un percorso spirituale, (o viceversa) nei quali, ad esempio, chi deve vivere nella preghiera o il ritiro critica l'uomo d'azione, colui che deve scegliere, condurre ed agire; perché questo "fare" corrisponde al suo "dovere" attuale. L'ignoranza di tali giudizi non comprende la necessità che ciascuno abbia la propria responsabilità e di questa renderà merito. È tutto sempre giusto e perfetto. Detto ciò, vediamo anche  che, in termini iniziatici, l'azione del Cavaliere, non è un'azione ma, se trattasi di un vero Cavaliere, è un'azione senza azione, cioè un fare senza identificazione con ciò che viene agito, fondandosi, però, sulla pura consapevolezza silenziosa.

Così, nella Baghavadgita, quando il condottiero Arjuna non voleva combattere per non uccidere i suoi nemici, Krishna, manifestazione del Supremo Essere Non Duale, che è in tutti noi la reale identità, gli disse: "Oh, Arjuna, credi che sei tu a dover uccidere i tuoi nemici? Essi li ho già uccisi io". 

venerdì 24 agosto 2018

Sulla Conoscenza Metafisica e le insidie del fraintendimento



Uno dei problemi della Metafisica, la Suprema Conoscenza Non Duale dell’Essere, è il fraintendimento.

L'Insegnamento, nelle sue affermazioni più emblematiche, è travisato dalle proiezioni personali dell'apprendista, il quale, senza la presenza di un valido istruttore, si perderebbe da subito nell'illusione di aver compreso.

Da questo punto di vista, la condizione dell'apprendistato potrà durare per un lungo periodo, oppure no. La maturità non è infatti determinata dal tempo ma dai riconoscimenti coscienziali autentici del ricercatore.

Il fraintendimento, in realtà più che naturale per quanto riguarda la Conoscenza Non Duale, è determinato da due cause principali.

La prima riguarda l'impossibilità di fare esperienza di ciò che non può essere né descritto, né sperimentato con la mente, né, tantomeno, con i sensi fisici.

La Conoscenza ultima è spiegata per metafora, è espressa nei simboli, nei miti, ed Essa, quando prende forma dalla sintesi tra la giusta posizione coscienziale del ricercatore e un’efficace immagine della medesima, si lascia intravvedere dalla mente individuale e dai limiti del suo linguaggio, stato da cui ogni ricercatore inizia il suo cammino; tuttavia questa intermediazione linguistica, e questo è il problema, non è mai ciò che intende descrivere.

Proprio la necessità di mediazione iniziale, quindi, con i limiti interni alla stessa, apre, anche nel migliore dei casi, uno spazio di interpretazione in cui si insinua la proiezione personale del ricercatore, il quale traduce ed assume il linguaggio dell'insegnamento con la sua precomprensione. La mente non accetta di non capire e, oltre ad analizzare e giudicare arbitrariamente, in base ai suoi parametri, tende a riempire gli spazi vuoti (l'incomprensibile, l’indicibile) di ciò che si presenta ad essa.

Altra fondamentale causa dell'illusione di capire la Non Dualità, strettamente legata alla prima, è l'incapacità dei molti di stare in quello stato di coraggiosa umiltà, in cui accettiamo, da subito, il perturbante di non avere più riferimenti con ciò che a noi è noto. Perché nulla di cui facciamo esperienza è comparabile con l'assenza di forma e di manifestazione della Realtà ultima.

La Non Dualità, nella sua limpidezza, superato lo stadio del fraintendimento iniziale, si svelerà nel raffinato lavoro iniziatico, per diretta realizzazione in Sé, oltre la forma e il linguaggio.

La Verità finale è unità tra Conoscenza ed Essere.

Ed Essa è Consapevolezza, Esistenza e Beatitudine assolute.




("Riflessioni Metafisiche 13" , già pubblicata in questo blog, rivista il 24 agosto 2018, con il presente titolo) 

giovedì 23 agosto 2018

RIFLESSIONI SUL CREDERE E IL REALIZZARE

D. Perché dovrei credere che esista una Verità unica ed eterna e che questa sia accessibile e realizzabile in ciascuno di noi?

R. Non devi crederci. Puoi verificare quest'affermazione tu stesso. Quando ti riconoscerai come quella Verità, e sarà come crollare un muro di fronte a te e tu puoi vedere dietro, allora ci potrai credere.

D. Ma io non posso iniziare un percorso senza credere in esso già prima di iniziare...

R. Non hai alternative diverse. Tu inizia, e se sarai ogni giorno più libero, prosegui, se sentirai di essere sempre più imprigionato e dipendente in quello che stai perseguendo, smetti all'istante. 

E bevi una tazza di tè...

Perché tutto, già ora, è qui. 

martedì 21 agosto 2018

RIFLESSIONI BREVI SUL PENSATORE E SUL PENSARE






D. Se io non sono la mente e il pensiero, chi sono veramente?

R. Tu sei colui che pensa.

D. E se la mia identità reale non coincide con la mente, perché sono colui che pensa e non il pensiero, quando sto in silenzio sono un ulteriore altro essere o anche nessuno?

R. Colui che pensa, ovvero ciò che sei realmente, può pensare o stare in silenzio; e quando pensa può rimanere consapevole di essere il pensatore oppure ha la libertà di identificarsi con il suo prodotto che, appunto, è il pensiero. E quest'ultimo caso è ciò che sperimentano i molti, perdendo la consapevolezza della loro vera identità.

venerdì 17 agosto 2018

INTERVISTA A RAPHAEL



Dal sito della Casa Editrice
“Asram Vidya”
fondata da Raphael negli anni ‘70
http://www.edizioniasramvidya.it/asramvidya/


Tradizione primordiale, approccio alla non dualità

Raphael, il fondatore dell'Ashram Vidya è un Advaitin tradizionale che segue la "via senza supporto" l'Asparsa yoga. Dopo 35 anni d'insegnamento scritto e orale, ora vive ritirato nel silenzio di un eremitaggio sui contrafforti dei monti Appennini, circondato da alcuni residenti fissi.

Autore di numerose opere che trattano la Filosofia Perenne, non fa opera d'erudizione, ma tenta di aprirci alla via della Conoscenza attraverso l'identità, che conduce alla Metanoia e al Nirguna Brahman, dimensione dell' "Uno-senza-secondo", che sfugge ad ogni concetto, ma la cui realtà s' intuisce attraverso il cuore. La profonda comprensione che possiede Raphael delle differenti branche della Tradizione, ci offre vaste prospettive rischiarate da folgoranti paralleli tra il pensiero greco, ebraico e vedantico. Il suo molto grande rigore filosofico, così prezioso in questo fine secolo, aperto a tutti i sincretismi dottrinari immaginabili, si esercita attraverso una grande umiltà e compassione. Soprattutto, dividere un momento di Silenzio accanto a lui è forse, ben al di là delle parole che padroneggia con tanta cordialità, il gioiello più prezioso che sia dato ricevere.

Gli intervistatori: Anne e Darrel Newberg (3ème Millénaire n. 64-65 - Traduzione Luciana Scalabrini)

Intervista:

D: Che cosa cercava nella sua vita?

R: Che cosa cercavo? Fortunatamente in questa incarnazione non cercavo assolutamente nulla. Evidentemente avevo cercato e mirato a cose in passate incarnazioni! (ridendo). Possiamo dire, quindi, che in questa particolare incarnazione ciò che possiamo definire uno “stato di coscienza” è apparso su questo piano unicamente per essere svelato in totale innocenza.

Questo stato di coscienza è venuto soprattutto per svelare i Grandi Misteri o Paravidya secondo il termine tradizionale sanscrito. E’ uno stato di coscienza che è venuto per svelare ciò che può essere definito come l’ultima Verità. Ogni tanto deve esserci un essere che perviene a questa dimensione per perpetuare, per continuare la Tradizione, altrimenti se non ne rimanesse traccia la Tradizione potrebbe persino non esistere più.

Ci sono alcuni stati di coscienza che sono pervenuti a questa dimensione perché il loro compito, possiamo dire, è quello dell’insegnamento e perciò in termini orientali potremmo dire che sono dei guru. La mia posizione è un po’ diversa, non sono venuto qui per avere discepoli, in quanto tali, se una persona viene da me per essere guidata, non c’è problema, lo farò, ma questo non è il principale scopo di questa particolare incarnazione di coscienza.

Il Dharma di Raphael è quello di permettere che persone come Samkara, Gaudapada, Platone, Plotino, Parmenide possano parlare nuovamente ed è in loro nome che questo particolare stato di coscienza è disceso su questa dimensione. Quindi, l’immagine di Raphael è messa da parte in modo che questa gente, questi altri stati di coscienza che abbiamo menzionato possano parlare.

Ci sono alcuni guru che vengono su questo piano, il loro scopo è quello dell’insegnamento, essi possono persino creare un asram e poi scomparire. Tutto finisce lì. Invece, possiamo dire, il mio ruolo non è quello di creare un asram con il proprio nome, ma piuttosto di perpetuare questa Conoscenza che specialmente in Occidente è qualcosa che è carente. Quanto al mio corpo fisico, persino quando ero estremamente giovane, quando avevo circa 20 anni già sapevo esattamente che cosa dovevo fare. Quindi, in questa particolare incarnazione, la persona che incarna Raphael non aveva nessun problema di sadhana, di comprendere certi insegnamenti, di ascensione e di realizzazione perché tutto ciò era stato fatto precedentemente.

D: Quello che lei chiama uno ”stato di coscienza” si riferisce a una persona?

R: Ogni cosa in questo mondo è Coscienza e uno stato di coscienza è un modo per svelare le possibilità che esistono dentro questa Coscienza. Infatti Raphael è uno stato di coscienza ma anche voi siete uno stato di coscienza che deve essere svelato.

D: Ogni cosa è Coscienza, ma in questa unica Coscienza ci sono diversi movimenti, è questa una buona spiegazione?

R: Potremmo dire che esiste una sola o unica Coscienza che è espressa mediante i guna che sono le qualità e le qualificazioni e a secondo della perfezione dei guna la Coscienza ha una maggiore o minore possibilità di esprimersi. In un albero o in un animale la Coscienza non ha alcuna possibilità di esprimersi. Ciò che limita questi stati di coscienza o consapevolezza è la forma. La Realizzazione è la possibilità di rompere tutte queste limitazioni, queste circonferenze che limitano la Coscienza, così da permetterle di essere svelata in tutta la sua maestà.

La Coscienza esiste ovunque, anche nel regno minerale, nell’essere umano, naturalmente, ha una maggiore possibilità di espressione. In un Deva, e cioè in un essere di livello superiore, la Coscienza si svela attraverso l’Ananda-mayakosa e perciò ha possibilità molto più grandi. Secondo il Vedanta noi abbiamo cinque veicoli o strumenti di contatto con il resto del mondo e questi vanno dal livello del corpo grossolano al più sottile che è quello dell’Ananda o beatitudine. Questo è esattamente quello che si pensava nell’antica Grecia e nell’antico Egitto. Nulla è cambiato. E’ stato dato solo un nome diverso a questi stati ma la conoscenza di base è esattamente la stessa.

D: E’ mai stato in India?

R: No, non sono mai stato in India. L’ambasciatore dell’India a Roma, Apa Pant, spesso mi ha invitato ad andare in India. Ogni volta ho detto “andrò là prima o poi, un giorno ci andrò”. Uno dei nostri fratelli sta attualmente in India, è andato a Samkaramaths e sarà di ritorno alla fine del mese. Ci sono cinque o sei persone che sono andate in India per me e avranno un bel pò di materiale da riportare qui. D’altra parte la Conoscenza va oltre lo spazio, noi tutti siamo figli della stessa dimensione, perché la Conoscenza non è qualcosa che esiste qui o là o che puoi trovare qui o là, la Conoscenza è come il sole sta lassù ed è per tutti. Diversi Swami mi hanno invitato ad andare in India a visitare i loro asram, anche Samkaramaths mi ha invitato ed ho detto ci andrò.

D: Visto che in questa vita non c’è stata alcuna ricerca potrebbe dire che lei è nato realizzato?

R: Questo particolare stato di coscienza non ha un ego che possa dire “io sono un realizzato”, sono gli altri che possono definirmi come un realizzato o non-realizzato. Quando ero molto giovane i fratelli e le sorelle sul sentiero continuavano a dire che ero nato vecchio, invece io pensavo di essere molto normale, secondo me ero come chiunque altro. Altre persone dicevano “tu sei un filosofo” e io rispondevo “non credo, sto solo dicendo le cose che sento di dire”. Tutto è così bello!

D: Quando e perché sono nati l’Asram Vidya e l’Academia Ordo-Rael ? Quale è la loro funzione?

R: Prima di tutto dobbiamo fare una distinzione tra l’Asram Vidya che fu fondata a Roma e che ora è la sede della Casa Editrice e questo particolare luogo che è l’Academia. Dobbiamo fare una distinzione perché è possibile che siate a conoscenza del fatto che nella Tradizione ci sono quattro differenti stadi di vita, i primi due stadi sono il discepolo-studente, quello che sta imparando qualcosa sul sentiero e il cosiddetto capo famiglia o la persona che ha ogni genere di responsabilità, questi due stadi di vita devono essere portati avanti nel mondo e per il mondo. Non possiamo fuggire dal mondo, il mondo deve essere integrato,questo per evitare qualsiasi evasione dalla realtà, fughe psicologiche e così via. Gli altri due stadi sono quelli dell’eremita e del samnyasin o rinunciatario.

I primi due stadi di vita sono quelli che abbiamo seguito a Roma nell’Asram Vidya, gli ultimi due stadi sono quelli che portiamo avanti qui, perchè essere un eremita o un rinunciatario è più difficile da conseguire in città e quindi di solito vivono in campagna o in montagna e nel silenzio. Quanto agli ultimi stadi di vita lo stadio dell’eremita rappresenta un ritorno dentro se stessi, in sanscrito uparati, questo porta al silenzio, alla concentrazione interiore e alla contemplazione.

Lo stadio del samnyasin è rinuncia totale persino al proprio corpo fisico, se il corpo stesse per andarsene, non ci sarebbe alcun problema. Questa rinuncia, comunque, è dovuta al fatto che il proprio stato di coscienza si è elevato a tali livelli che non c’è più nessuna connessione con il mondo dei nomi e delle forme. In aggiunta, questa particolare Academia non fu fondata perché c’era un certo specifico desiderio da parte mia ma piuttosto perché potessimo ricevere la possibilità di ancorare certi principi su questo livello, vale a dire un influsso del livello metafisico e cioè dei Grandi Misteri o Paravidya. Ciò che Samkara cercò di fare con i quattro Maths e che Plotino cercò di fare con la Città dei Filosofi, noi ora cerchiamo di farlo qui con grande modestia. (Mostrando un libro) Questi sono i principali quattro Maths di Samkara ma ce ne sono anche altri. Questo è per dare la possibilità alla Tradizione di essere perpetuata e di continuare. E, dopo 1200 anni, questa Tradizione è ancora viva. E’ di grandissima importanza il fatto di perpetuare la Tradizione perché se la Tradizione non dovesse esistere più tutta l’umanità sarebbe lasciata orfana.

Se ora siamo in grado di seguire questi insegnamenti è perché Samkara scrisse i cosidetti testi sacri , questo ci dà la possibilità di non avere alcuna illusione e procedere con la nostra auto-realizzazione. Queste sacre scritture o testi sacri devono essere curati da qualcuno in modo che possano continuare nel tempo ed essere perpetuati. E’ molto importante che i guru indiani vengano in Occidente e parlino dell’Advaita Vedanta ma è altrettanto importante avere le sacre scritture con le quali confrontare cosa viene detto.

E’ molto importante comprendere questi piani d’azione, in realtà, sono un solo piano d’azione: deve esserci l’insegnante, ma devono esserci anche le scritture. Se dovessimo perdere tutto ciò che esiste nei libri sacri, quali i Veda e le Upanishads, i Darshana e così via, cadremmo nell’ignoranza, questo è qualcosa di molto importante, credo che l’abbiate compreso.

D: Le persone che vivono qui dedicano la loro vita allo studio dei testi tradizionali e alla loro applicazione?

R: E naturalmente alla realizzazione del Sé. Qui abbiamo alcuni residenti stabili e a parte questo ci sono moltissime persone che vengono dall’Italia e dall’estero per incontrarmi, per avere qui un certo tipo di esperienza. C’è un altro tipo di esperienza molto speciale che la gente può avere qui, perché come potete vedere trovate sia uomini che donne che vivono accanto l’un l’altro. Molti guru dell’India li disapproverebbero, ma poiché noi guardiamo ai Grandi Misteri o Paravidya, presumiamo che la gente che viene qui e ancor di più le persone che risiedono qui abbiamo un “idoneo stato di coscienza”, infatti nulla di speciale è mai accaduto qui! Molte persone che risiedono qui quando vennero erano molto giovani, ora anche se li guardate non ci farebbero caso e naturalmente non creerebbero alcun problema.

Ci sono parecchi gruppi qui in Italia che seguono il mio insegnamento e che hanno fondato loro stessi dei gruppi. Alcuni di essi sono qui e potete incontrarne alcuni che vengono dalla Sicilia, dalla Calabria, dal centro Italia (Marche) e dal nord (Piemonte). Questi gruppi periodicamente vengono per fare le loro esperienze e possono anche ricevere l’insegnamento. La relazione che ho con queste persone o con questi gruppi non è quella di un guru con i suoi discepoli ma è una relazione come quella dell’Acharya che è una relazione basata sul dialogo affinché possa stabilirsi una totale capacità di intendersi, un totale accordo tra due esseri, allora avviene lo svelamento di ciò che si è realmente.

Quindi, io non dirò mai alle persone che vengono qui “devi fare questo” o “non fare quello, per questa o per quella ragione”. No, questo non è il genere di relazione che ho con i miei figli o con gli esseri che vengono qui. Poiché ho integrato dentro di me tutti i diversi rami della Tradizione, posso a secondo della persona che è davanti a me offrire quel particolare tipo di insegnamento, quello che è più adatto alla persona. Esprimerò o presenterò quindi una visione generale di come la vita dovrebbe essere e poi permetterò alla persona totale libertà di manifestare o fare sua questa visione. Se ci sono particolari condizioni che creano ostacoli alla realizzazione di questa visione, la sola cosa da fare è parlarne e vedere perché ci sono questi ostacoli e che cosa farne.

Quanto alle Tradizioni, il fatto che io abbia il dono dei diversi linguaggi, è qualcosa che lascia le persone un po’ stupefatte, molto sorprese, perché la maggior parte dei discepoli quando cercano un Maestro si aspettano che il Maestro sia Quello e niente altro: così egli è o Buddista o Cabalista o qualcosa di specifico e null’altro.

Talvolta mi chiedono: “a quale corrente appartiene? E’ lei un Indù? E’ Lei dell’Advaita Vedanta? E io rispondo: “no, non sono nemmeno quello”. “E’ lei un Cabalista, ha scritto libri sulla Qabbalah?” E questo li disorienta completamente! (ridendo). Così generalmente provo a chiedere alla persona: “Che cosa cerchi? Che direzione hai nella vita? A quale punto posso venire verso di te e possiamo aiutarci l’un l’altro?”. Così trovo che è molto difficile quando qualcuno parla di me e dice che io sono un esperto di Vedanta, sento che mi viene da ridere perché questo non è ciò che penso di essere.

Ci deve essere uno stato di coscienza che integri tutte le diverse possibilità e opportunità, anche se sei fuori da queste correnti, perché questo stato di coscienza non si identifica con alcuno dei diversi sentieri. Questa è la grande difficoltà che ho nel rispondere a specifiche domande. Se qualcuno mi chiede: “ha seguito un particolare sentiero?” La mia sola risposta potrebbe essere: “si, li ho seguiti tutti”.

D: Che cosa ha luogo qui?

R: Qui abbiamo un tempio ma è sbagliato chiamare questa costruzione un tempio perché l’intero composto è un tempio. La gente che risiede qui medita nella stanza accanto. Ci sono particolari circostanze per le quali non è consigliato a tutti di meditare tre volte al giorno (e il Mercoledì molto di più) perché potrebbero non sostenere questo tipo di meditazione e quindi è una buona cosa per i non residenti meditare nelle proprie celle – le quali sono anch’esse templi – secondo la propria scelta. Voi per esempio, molto probabilmente avete il vostro proprio guru che vi ha dato tecniche speciali o una meditazione particolare, modi di meditare e così via e quindi è una buona cosa non disturbare il vostro modo di meditare. Non mi aspetto che la gente segua le nostre tecniche o il nostro modo di meditare e così via e quindi è una buona cosa per voi meditare secondo ciò che sapete e come siete stati istruiti, e voi potete farlo nella vostra cella. Non è quindi una questione di essere esclusivi ma piuttosto di dare ad ognuno una opportunità e la libertà.

D: Qui sentiamo un silenzio molto profondo e molto rispetto per esso. Perché è importante stare nel silenzio?

R: Abbiamo già detto che il terzo stadio di vita inizia con il ritorno in se stessi. Nell’Asram a Roma c’erano molti dialoghi, conferenze e ognuno poteva esprimere il proprio punto di vista, invece qui presupponiamo almeno che queste esperienze siano state integrate, diciamo che a quel livello la loro comprensione sia stata integrata. Durante i primi due stadi di vita è stato più che giusto per le persone dire ogni cosa, esprimere il loro punto di vista, avere un dialogo e qualcuno che li ascoltasse e così via.

Il mio lavoro è cercare di far si che la gente comprenda che anche in Occidente c’è un sentiero metafisico che concerne i Grandi Misteri, ieri parlavamo dell’Unità della Verità. Uno dei miei compiti è quello di portare nuovamente qualcosa alla luce – naturalmente non c’è nulla di nuovo tutto è già stato detto – per avere anche la ricomparsa della Filosofia tradizionale occidentale che è parte dei Grandi Misteri.

Ci sono alcuni occidentali che credono che la Verità appartenga solo all’Oriente ma questo non è vero perché anche in Occidente abbiamo una Tradizione, tutto quello che dobbiamo fare è permetterle di manifestarsi. Plotino per esempio fu un grande realizzato, fu un mistico ed un filosofo e volle dare alla Tradizione la possibilità di essere, di riapparire, di riemergere e volle creare la Città o Cittadella dei filosofi ma in termini tradizionali.

Al tempo dell’imperatore Gallieno, Plotino fu uno degli insegnanti del figlio dell’imperatore ma sfortunatamente a causa dei problemi di corte non gli fu permesso di proseguire con l’idea di creare una Cittadella dei filosofi a sud di Napoli. Platone, per esempio, volle fondare in Sicilia (al tempo la Magna Grecia) la “Politeia” e cioè la Repubblica. Spesso viaggiò dalla Grecia alla Sicilia per portare la visione di uno Stato basato sulla giustizia e sull’ordine , per ordine egli intese che fosse commisurato con i piani più alti, con i piani universali.

Anche Pitagora ebbe questo tipo di Scuola in Calabria che durò per lungo tempo e anche lui fondò parecchi gruppi. Quindi, naturalmente, la Tradizione seguita da Platone, Plotino e Pitagora esiste anche in Italia e in Occidente. Questo è per permettervi di comprendere che purtroppo in Occidente la Tradizione è stata più della natura dello kshatriya, del guerriero, più che essere contemplativa, e naturalmente con il Cristianesimo tutto ciò fu completamente cancellato.

Plotino era solito affermare che si vergognava di stare in un corpo fisico, io direi la stessa cosa (ridendo). A Plotino non piaceva che la gente lo ritraesse e quindi rimase nascosto per tutto il tempo. Così uno dei suoi discepoli Amelio chiese ad un artista di venire dalla Grecia e la sola immagine che abbiamo è questa qui (Raphael mostra la copertina del libro) che fu qualcosa che quest’uomo imparò a memoria e dipinse in seguito, l’immagine è di lui insieme al suo discepolo Porfirio, questa immagine è dovuta alla memoria di un pittore!

D: Sembra che molti occidentali siano più attratti dall’India e dall’Advaita Vedanta, infatti sembrano dargli più valore. Perché ne sono così attratti?

R: Ci sono stati due eventi principali, il primo fu il Cristianesimo che volutamente cercò di oscurare la filosofia occidentale, solo il Cristianesimo ha i Piccoli Misteri e non i Grandi Misteri. L’Islam ha il Sufismo che è già di un ordine più grande e contiene i Grandi Misteri. La Torah il vecchio Testamento ha una parte esoterica che è la Qabbalah, il Cristianesimo non ha questo livello metafisico e questa visione dei Grandi Misteri. L’altra ragione è che l’Occidente è principalmente positivista e materialista e quindi vede ogni cosa in termini di materialità e ha interpretato la filosofia in un modo positivista e materialista. Questi due eventi gradualmente hanno oscurato i Grandi Misteri e la maggior parte della filosofia occidentale. Sebbene Platone, Plotino e Parmenide abbiano parlato molto chiaramente, oggi i filosofi non accettano che Platone sia stato un grande realizzato, queste persone sono considerate solamente come dei grandi filosofi discorsivi.

In Sicilia c’è un gruppo che è stato fondato sotto la mia direzione e che è principalmente centrato su Platone. Voi avete incontrato il coordinatore di questo gruppo, egli è il coordinatore di questo specifico gruppo platonico e dei diversi gruppi che abbiamo in Sicilia. C’è anche un gruppo che ha a che fare con la politica e che si ispira alla “Politeia” che è “la Repubblica e le leggi” scritte da Platone. Un paio di anni fa abbiamo avuto una ragazza che divenne sindaco di una piccola città in Sicilia e che cercò di seguire i decreti di Platone.

D. Sente che nei testi tradizionali greci si parla delle stesse cose dell’Advaita Vedanta?

R. Quando parliamo dell’Advaita Vedanta parliamo dei tre stati dell’Essere più un quarto il Nirguna, l’Assoluto che è oltre la manifestazione. Platone dice esattamente la stessa cosa, Platone parla del mondo dell’Essere che è esattamente come lo stato dell’Essere di Isvara nell’Advaita Vedanta. Platone parla anche dell’ “Uno-Uno” che è oltre l’Essere che corrisponde al Nirguna dell’Advaita Vedanta. L’albero Sephirotico (Qabbalah) ha tre differenti livelli, esattamente come le altre due Tradizioni più uno che è chiamato Ain-Soph, il quale è oltre la manifestazione.

Ho cercato di far capire alla gente che tutti i diversi rami della Tradizione conducono esattamente alla stessa conclusione, che c’è qualcosa che è oltre la manifestazione e che c’è solamente l’Unità, anche Parmenide dice esattamente la stessa cosa. L’insegnamento di Parmenide è un insegnamento molto sintetico perché non ci sono rimaste molte cose di lui, ma ciò che è rimasto dice esattamente le stesse cose di Gaudapada e Samkara. Parmenide dice: “l’Essere è e non diviene e perciò è una Realtà assoluta. La manifestazione non è altro che un’apparizione, appare all’orizzonte e scompare.” Questo è esattamente lo stesso concetto della maya nel Vedanta.

D. Quando pensa a se stesso o quando dice “io” , che concetto ha di se stesso? A che cosa si riferisce questo “io”?

R. Prima dicevamo che Raphael è uno stato di coscienza. Uno stato di coscienza non può dire “io sono questo”,“io sono quello”, “io sono realizzato”, “io non sono realizzato”. Uno stato di coscienza è totalmente impersonale. Abbiamo un ego o un “io” ogni qualvolta c’è un’identificazione del riflesso di Coscienza con il corpo fisico che dice “io sono questo”. Questo “io” dirà “io sono il corpo” , “io sento” “io sono le emozioni”, “io sono il pensiero”.

In Francia abbiamo Cartesio con il famosissimo assioma “io penso, perciò sono”, “io ho dubbi, perciò sono”. La Tradizione va totalmente all’opposto di questo punto di vista, essa lo ribalta: “io sono, perciò penso” e non “io penso, perciò sono”. Cartesio scambia la causa per l’effetto e questo ha creato non poche divisioni in Occidente, anche se Cartesio credeva in Dio. Se vi identificate con un veicolo perdete la vostra identità totale. Questo è il mito di Narciso. Narciso era quello che specchiandosi nell’acqua vide la sua immagine, si innamorò della sua immagine, cadde nell’acqua e perciò morì.

Anche in Occidente abbiamo questi simboli molto significativi che sono molto importanti dal punto di vista della Realizzazione. Anche la parabola del “figliuol prodigo” che si allontanò dal padre, perciò dall’Unità, va nel mondo fa molte esperienze, anche moltissime esperienze negative e poi ritorna dal padre e perciò all’Unità, ha un profondo significato tradizionale.

Nel Vivekacudamani di Samkara che è un libro molto interessante sulla relazione fra Istruttore e discepolo, il discepolo cerca dal suo Maestro la realizzazione finale che è la realizzazione del Brahaman. L’Istruttore inizia dicendo “Non sei il corpo fisico, non sei il corpo emotivo, né il corpo mentale, non sei il corpo super-conscio che è il corpo della buddhi e non sei nemmeno il corpo causale”. Allora il discepolo si impaurisce un po’ perché se “io non sono questo, non sono quello e non sono l’altro, dove è la fine di questo?” Il Maestro permette allora al discepolo di comprendere che c’è una sola ultima Verità e Essa non ha nulla a che fare con i veicoli perché tutti i veicoli hanno appena il tempo di apparire che già sono andati via, sono già morti. Naturalmente è molto difficile essere distaccati dai veicoli o perdere l’identificazione con i veicoli. Il Vedanta dice “tu non sei questo, tu sei Quello” “Tat twam asi”.

Sembra molto semplice, ma purtroppo è molto difficile da realizzare, e questo è dovuto al fatto che c’è un inconscio collettivo che ci risucchia al livello delle forme. Se osservate dal punto di vista dell’ “Uno-senza-secondo”, tutto ciò che avviene è al suo giusto posto, secondo il movimento dei guna e l’identificazione dell’ego con questo o quello, può solamente dare origine a quello che sta accadendo ora. Un sentiero che ha che fare con i Grandi Misteri conduce alla pacificazione del cuore.

Qui spesso diciamo “Chiunque abbia compreso tutto questo vive in un silenzio onnipervadente e dona amore. Gaudapada, nell’Asparsa Yoga, dice che “questo yoga è lo yoga della non-opposizione”, ma questa non è una questione di emozioni o sentimenti, questo è il risultato della Conoscenza e della comprensione che ogni cosa in un dato tempo e spazio è al suo giusto posto. Ho incontrato persone che hanno davvero sofferto molto, ho provato a indicare a queste persone il sentiero che conduce alla beatitudine ma non hanno voluto seguire quel sentiero, possiamo dire che l’umanità è masochista.

D. Sembra essere un aspetto molto forte dell’io, quello di mantenersi al suo posto a dispetto di qualsiasi cosa che viene a cercare di farlo a pezzi.

R: Si, questo è il potere dell’ego, sebbene l’ego non sia una Realtà assoluta. Qualcuno potrebbe dire “in questo momento sono felice” e poi può sopraggiungere qualche genere di notizie tristi e negative e quindi dice “sono infelice”. Allora gli dico “non capisco veramente che sta succedendo, hai appena detto che eri felice e ora non lo sei. Quanti ego hai?” Ma ora anche nella psicologia sappiamo che c’è un ego sociale o un “io” che è solamente usato in ufficio o tra gli amici, un “io” che è usato in famiglia con il marito o la moglie e così via; quindi possiamo dire che l’ego è un camaleonte. Ma nonostante tutto ciò, la maggioranza delle persone si attacca a questo ego e permette la sua perpetuazione nel tempo. L’ego è causa di conflitto perché crea la dualità ego e non-ego.

D: Allora perché la gente fa questo? Perché accade?

R: E’ una possibilità di vita, un modo di vita. Perché, vedete, ci sono diverse possibilità che vengono concesse all’essere umano. Un essere umano può pensare e identificarsi ma può anche pensare senza identificarsi, non è qualcosa che è proibito, questo può essere fatto. La persona potrebbe persino non pensare affatto, gli è permesso anche quello. Questa è la libertà dell’Essere perché noi siamo i figli dell’Essere e perciò facciamo parte di quella libertà.

Tra tutte le possibilità di scelta, naturalmente egli può scegliere quella che più gli piace e desidera, è ovvio che secondo la sua scelta e la direzione che l’ego prende, ci sono effetti diversi. L’identificazione prende posto gradualmente.

D: Lei parla di risveglio come “fermare il movimento del jiva”. A cosa si riferisce il jiva e che cosa significa esattamente questa affermazione?

R: Possiamo parlare in termini occidentali o orientali, ma anche il Cristianesimo parla del corpo, dell’anima e dello Spirito. Platone parla di soma, psyche e pneuma. Il Vedanta parla di un corpo fisico denso o corpo grossolano, il jiva, che è un riflesso dell’atman e l’atman corrisponde allo Spirito puro. Secondo il Vedanta , l’atman è un riflesso della Realtà assoluta, del piano metafisico. Quindi il jiva è la fase intermedia tra il livello fisico grossolano che include la mente, i sentimenti e così via e lo Spirito puro.

L’anima, secondo Platone, ma anche secondo il Vedanta, può essere diretta o verso il corpo o verso lo Spirito puro. Se si identifica con il mondo sensibile, per usare le parole di Platone, inevitabilmente si avranno certi effetti, se invece si rivolge verso la controparte divina che è il livello metafisico si avranno effetti diversi. Quindi, è importante fermare questo movimento verso il basso e dirigerlo verso la trascendenza.

Questo terzo stadio di vita che viviamo qui come eremiti è quello che ha a che fare con l’evitare il movimento dell’anima verso il mondo esterno e l’identificazione con quel mondo; l’eremita cerca di identificarsi con qualcosa che non ha niente a che fare con le emozioni, le sensazioni e così via ma con la propria trascendenza. In altre parole è un ritorno dentro se stessi.

In termini sanscriti questo è uparati, questo è un rivolgersi all’interno e un distacco dai veicoli e da qualsiasi cosa che ci circonda. Platone parla di periagoge che è un distacco da tutte le cose del mondo, ma naturalmente questo non avviene a causa di una evasione dalla realtà ma a causa di una integrazione. Quindi vedete, diciamo esattamente le stesse cose, la Tradizione è una e solo una, tutti i differenti rami della Tradizione appartengono a Quello.

D: Nel suo libro “Il Sentiero della Non-Dualità” lei dice: l’Uno può essere conosciuto solo per un atto d’ “ Identità”. Che significa questo?

R: Secondo Platone e la filosofia greca, esistono diversi gradi di conoscenza e questo è anche nel Vedanta. Il primo livello di conoscenza è possibile grazie alle nostre sensazioni e sentimenti, per esempio gli animali attraverso le loro sensazioni conoscono e comprendono e perciò abbiamo una conoscenza attraverso le sensazioni. Anche gli esseri umani a livello istintuale funzionano secondo le loro sensazioni e quindi abbiamo la cosiddetta conoscenza empirica, quella che è trasmessa alla mente dai sensi.

Questa è un tipo di conoscenza duale perché abbiamo un soggetto e un oggetto. Così in termini sanscriti abbiamo il manas e in greco dianoia, ma è esattamente la stessa cosa. La scienza, per esempio, fa molto affidamento sul manas perché deve scoprire tutte le diverse leggi che hanno a che fare con i fenomeni, il mondo fenomenico, e questo va bene perché per conoscere i diversi fenomeni abbiamo bisogno di usare il manas, la mente, che ha la sua importanza. Anche qui abbiamo una conoscenza che ha a che fare con il soggetto-oggetto, è un soggetto che conosce un oggetto.

Se andiamo dentro più in profondità ci rendiamo conto che questa conoscenza dualistica non ha più la sua “ragione di essere” perché come ci portiamo più in alto tutta la molteplicità diviene Unità o l’Uno; scopriamo che non c’è nulla da conoscere che è fuori di se stessi. A questo punto, in termini umani, possiamo parlare di una Conoscenza per Identità perché “Io sono ciò che sono” senza secondo, poiché il soggetto e l’oggetto sono stati integrati in quell’Uno che esiste e non diviene.

Quando un discepolo scopre che è la mente che crea la dualità tra soggetto e oggetto, può accostarsi a questo tipo di Conoscenza e realizzare che c’è un solo Essere al di là di tutto questo genere di movimento. Ecco perché è impossibile conseguire la Realizzazione a livello del manas, perchè il manas proietta un Dio o una Divinità fuori di se stessi. Sant’Agostino dice “Dio è dentro di noi” e Gesù Cristo dice “il Regno dei Cieli è dentro di noi”, sono i preti che dicono che tutto ciò è fuori di voi. A questo punto si diventa la Conoscenza e il soggetto e l’oggetto scompaiono.

In termini sanscriti noi parliamo di Sat-Cit-Ananda che è l’Unità, l’Uno. Cit è entrambi Conoscenza e Coscienza e i due sono uno. In Occidente abbiamo creato una distinzione tra Conoscenza e Coscienza e ne abbiamo fatto due cose diverse da una, invece sia in termini orientali che occidentali abbiamo Cit o Gnosis che vuol dire una Conoscenza non-duale. In Occidente abbiamo una mente più che empirica e vorremmo comprendere il livello dell’Assoluto mediante la mente empirica che è una mente relativa. C’è un nostro fratello che ha un manas molto forte e che vorrebbe comprendere l’Assoluto mediante la mente. Non è che si deve sopprimere la mente, la mente è un veicolo, uno strumento come tutti gli altri, è importante comprendere il suo giusto valore ma per conoscere qualcosa che è oltre se stessi dobbiamo arrenderci.

D: Qui avvengono due cose: si vuole la liberazione e si vuole comprendere e forse arrendersi, ma nello stesso tempo parte di questo processo deve avvenire da solo, non lo puoi veramente causare anche se lo si conosce.

R: Noi abbiamo il discernimento e poco a poco attraverso l’Insegnamento riusciamo ad afferrare la Realtà, spesso porto l’esempio di colui che mette il dito sul fuoco. A causa del tamas dell’inconscio collettivo abbiamo il desiderio di fare esperienze che è come mettere il dito sul fuoco. Supponete che una persona venga da me e gli spiego tutte le ragioni per cui se mette il dito sul fuoco si brucia: questa persona può realizzare questo immediatamente e quindi non passare attraverso l’esperienza oppure mettere ancora il dito sul fuoco e quindi bruciarsi. Poi in seguito viene da me e dice “mi sono bruciato, che cosa devo fare per evitare di bruciarmi? Io gli dico “ bene, forse non hai compreso, se vuoi te lo spiego ancora una volta”.

Il mondo dell’ego crea questo genere di dualità. Crea gioia e dolore, conflitto e così via. Posso indicare la strada che conduce alla soluzione di questo genere di conflitto ma se la persona va via e mette ancora il dito sul fuoco, nel mondo della dualità, del conflitto, del dolore ecc., naturalmente si brucerà di nuovo. Ora, se lui lo vuole posso spiegargli tutte le ragioni per cui è stato costretto a rifarlo. Se non si instaura un dialogo tra due menti ma piuttosto tra un Maestro, o uno stato di coscienza che è al di là di tutto questo e un discepolo, attraverso questo dialogo c’è la possibilità per questo stato di coscienza di penetrare il discepolo o la Coscienza dell'altra persona e la possibilità è che una vera comprensione emergerà in questa persona senza sforzo.

Il rapporto tra un Maestro e un discepolo è qualcosa davvero straordinaria e bellissima perché è un rapporto tra qualcuno che si concede, che dà se stesso, che si dona e qualcuno che è là per aprirsi, per ricevere ciò che viene dato fino ad un punto in cui non c’è distinzione tra i due e i due divengono uno, ma talvolta è difficile arrivare a questo livello perché c’è una certa resistenza da parte del discepolo.

Possiamo identificarci con certi contenuti psicologici, con il manas, con altre esperienze e così via. Lo stato di coscienza di un essere realizzato non è altro che la possibilità di toccare un altro stato di coscienza che non è ancora risvegliato, ma allo stato potenziale tutti noi siamo Quello. Più che parlare di un “essere realizzato”, preferisco parlare di un “fratello maggiore”.

C’è un solo Maestro, e quello è Shiva. Quindi questo “fratello maggiore” deve toccare lo stato di coscienza dell'altra persona e non i guna di questa persona.

D: Questo si collega con la domanda seguente che è sugli esseri realizzati. Nel suo libro Tat Tvam Asi c’è la descrizione di un essere realizzato e ci chiedevamo se ha qualche consiglio da dare alle persone per aiutarle a discriminare tra un essere veramente realizzato e qualcuno che ha semplicemente coltivato certi poteri.

R: Non è difficile vedere la differenza ma naturalmente è inevitabile che la persona che si sta chiedendo se l’essere che è davanti a lui è realizzato o no dovrebbe aver raggiunto un certo livello di discernimento. Viene detto che un essere realizzato può essere compreso solo da un altro essere realizzato (ridendo). Ma vedete, quando abbiamo parlato della Tradizione scritta, questa è molto importante perché possiamo confrontare con i testi tradizionali la persona che stiamo ascoltando e guardando.

Diamo un esempio molto semplice che tutti conosciamo: il Vangelo. Qualcuno potrebbe avvicinarsi a me e dire “io ho realizzato questo stato che è spiegato nel Vangelo” e uno potrebbe dire “molto bene, però fammi andare a vedere che cosa Gesù Cristo ha veramente detto nel Vangelo”.

Per esempio l’occidente cristiano ha prodotto molte guerre ed ha effettivamente proposto e favorito la separazione tra le nazioni e così via. Quindi se sono sufficientemente intelligente vado a prendere il Vangelo e cercherò di capire se Cristo ha detto che questo é il modo di portare il suo insegnamento nel mondo. Cristo nel Vangelo dice: “amatevi l’un l’altro come io ho amato voi”. E poi dice: “pregate Dio in modo che il sole possa splendere sul giusto e sull’ingiusto. Che cosa ne guadagnate se amate solo la gente che vi ama? Io vi dico: “amate la gente che non vi ama.” E così guardo intorno e potrei chiedermi se i preti hanno seguito tutto ciò, se hanno veramente realizzato tutto questo.

Ci sono state guerre di religione, in Europa abbiamo avuto più guerre di religione che guerre politiche (ridendo) e Gesù dice: “ porgi l’altra guancia”. Quindi questo è il ruolo della Tradizione: il Vangelo è il mio specchio. Studiando il Vangelo posso dire “si, questa persona veramente segue il Vangelo, lo ha realizzato perché offre l’altra guancia e ama anche il suo nemico.”

Possiamo dire la stessa cosa per l’Advaita Vedanta. Qualcuno potrebbe venire da me e dire: “ho realizzato lo stato dell’Uno- senza- secondo”. E noi diremmo: “ andiamo a vedere”. Se poi ci rendiamo conto che questa persona è un panteista o un nichilista, vado a controllare che cosa ha detto Samkara e possiamo facilmente vedere che le due cose non coincidono. Questa è la grande importanza della Tradizione. Solo in questo modo possiamo comprendere se quella persona è un essere realizzato oppure no.

Dobbiamo stare molto attenti perché stiamo vivendo nel Kali-yuga e molte persone conoscono la Dottrina, non è difficile imparare cose dai libri ma viverle e realizzarle è una cosa completamente diversa. I soli modi e mezzi che un discepolo ha per vedere se una persona è realizzata o no è di andare a confrontare il suo comportamento con ciò che è scritto nei libri di Plotino, Gaudapada, Samkara e così via.

Ma c’è un altro aspetto: spesso i discepoli sono molto passivi ed è molto difficile per loro andare in profondità in questi insegnamenti spirituali. Molto spesso dico ai fratelli di andare avanti con le loro esperienze, di andare in India e visitare molti guru, ma poi alla fine devono trarre la loro sintesi e confrontare diversi testi in modo che veramente sappiano che cosa stanno facendo. Ho scritto diversi libri in cui si confrontano differenti sentieri, purtroppo non sono stati ancora tradotti in francese e in inglese. C’è un libro che ho scritto La Filosofia dell’Essere che dice: “ ci sono falsi maestri perché ci sono falsi discepoli (ridendo)”.

Se parliamo dell’Advaita Vedanta lo dobbiamo a Samkara e Gaudapada che lo hanno portato in manifestazione. Se qualcuno mi dice: “sono uno studioso di Platone” – perché persino oggi abbiamo scuole di platonismo e neo-platonismo – la giusta cosa da fare è andare direttamente ai suoi testi, così che io sappia che cosa disse Platone. Oggigiorno questi sono i soli mezzi rimasti ad un discepolo.

In India nel passato, dove c’era una società tradizionale, era molto più facile, ma oggi non ci sono queste opportunità e mezzi, questo è il mondo dell’avidya. Gesù dice: “li riconoscerete dai frutti che danno” ma un discepolo deve essere intelligente e in grado di comprendere.

C’è da fare anche una distinzione tra una reale realizzazione di uno stato di coscienza e le siddhi. Le siddhi appartengono a prakriti, ai guna e perciò creano dualità mentre la Realizzazione è al di là delle siddhi e non c’è siddhi più alta della Realizzazione. I poteri hanno la loro ragione di essere ma dobbiamo sapere che essi appartengono ad un particolare piano e relegarli al loro giusto posto.

D: Proprio prima di venire a vedere lei, una nostra amica stava attraversando una crisi. Intellettualmente sapeva che avrebbe dovuto arrendersi e lasciar essere le cose ma le sue emozioni andavano in un'altra direzione e le impedivano di lasciarsi andare. Quindi, la domanda è: come conciliare ragione, emozioni e sentimenti?

R: In questo caso abbiamo una identificazione con il corpo emotivo e questa identificazione è così forte che non le permette di lasciarsi andare, di arrendersi. Si tratta di rieducare entrambi, le emozioni che sono così forti e la ragione che non ha la capacità di strapparsi via da esse. La sua posizione dovrebbe essere tale da essere in grado di comprendere anche con il manas, con la mente, che può porsi al di là di questo stato, oltre le emozioni e la ragione.

Naturalmente la condizione ideale sarebbe di venir fuori da tutta questa situazione e porsi in uno stato di silenzio, in questo caso avrebbe risolto tutti i suoi problemi ma purtroppo i sentimenti e le emozioni la frenano e quindi potrebbe trovarsi esattamente nel mezzo di una battaglia tra la coscienza razionale e le emozioni che stanno combattendosi reciprocamente, la sua coscienza è proprio nel mezzo di questo conflitto.

D: Allora la migliore cosa per lei dovrebbe essere di porsi al di sopra di entrambi, non è vero?

R: Si, questa sarebbe la soluzione totale, questa è già Realizzazione; tutto dipende dalle emozioni, se lei è abbastanza forte da sganciarsi da esse. Se avesse una visione, un certo tipo di conoscenza tradizionale ecc. potrebbe essere aiutata a creare una identità non con le sue emozioni ma con questa visione.

D: Che cosa è la meditazione? E’ una tecnica per raggiungere qualche cosa e se è così che cosa?

R: All’inizio la meditazione è estremamente importante, c’è la meditazione con un seme (un oggetto) o senza un seme. Per un principiante, la migliore cosa da fare è iniziare con un certo tipo di seme concreto, come per esempio un libro così che la mente della persona possa raggiungere una certa concentrazione e attenzione su quel particolare seme; poiché la mente ha la tendenza a vagabondare è molto difficile fermarla su una posizione. Quindi, la meditazione con un seme favorisce la concentrazione. Nello Yoga-Darshana che è il Raja-Yoga di Patanjali gli ultimi tre mezzi sono dharana, dhyana e samadhi, abbiamo quindi attenzione, concentrazione e meditazione su un seme, così che la mente possa concentrarsi su qualche cosa. Di solito la mente spreca molte delle sue energie, una mente che disperde le sue energie non può creare qualcosa di positivo, qualcosa di buono. Chiunque abbia raggiunto qualcosa di una certa importanza, perfino nel mondo esterno, deve avere in ogni caso una concentrazione molto forte. Uno scienziato o un matematico devono avere questo tipo di concentrazione per scoprire certe leggi.

Naturalmente, quando la Coscienza riposa su se stessa e vive in se stessa e dentro se stessa, la meditazione non è più necessaria. Quindi, la meditazione è un mezzo molto potente, un mezzo estremamente potente che pone tutti i veicoli in uno stato di attenzione, di concentrazione. Naturalmente, ci sono diverse tecniche di meditazione ma non penso abbiamo il tempo di approfondirle adesso.

D: Ieri le ho detto che avevo avuto bagliori della visione dell’Unità, ma che era qualcosa che non vivevo costantemente e lei mi ha risposto che era sufficiente riportarsi a quella visione. La mia domanda è: non è questo soltanto un ricordo, qualcosa di irreale?

R: Naturalmente, non parliamo di una memoria psicologica alla quale risalire, però possiamo favorire questa visione, questo stato in cui ci trovavamo. Credo che tutti noi nella vita abbiamo realizzato un momento di Unità, che la vita è una, tutto quello che dobbiamo fare è stabilizzare l’esperienza che abbiamo avuto. Una soluzione viene offerta dal Vedanta che suggerisce di non guardare ad ogni cosa che ci circonda come “nome e forma” ma provare a cercare che cosa c’è al di là delle forme. Così, in questo preciso momento, guardando voi vedo i fili della Coscienza, i fili sono esattamente gli stessi sebbene siano coperti da forme diverse. Quindi possiamo dire che la differenza tra il modo in cui io guardo le cose e il modo in cui le guardate voi è che io vedo l’Unità della Coscienza. Noi in un certo qual modo ci fermiamo subito alla forma e manchiamo di vedere al di là del nome e della forma.

D: Lei sente di essere dappertutto?

R: Sì. Non c’è nè differenziazione né opposizione. Il bhakta, proprio per usare i termini Indù, ha bisogno di porre Isvara fuori di sé e di considerare Isvara come un “secondo”, in realtà Isvara è uno stato di coscienza che deve essere realizzato, Isvara o Dio è uno stato dell’Essere. A questo punto avete la possibilità di guardare sia con gli occhi della Coscienza che con gli occhi fisici, Platone parla di “Unità nella diversità”, questo significa che l’Unità è il sostrato dell’ “altruità”, della diversità. Questo è molto bello e molto importante. Se guardate con gli occhi dell’Unità non potete opporvi a nessuna cosa e a nessuno.

Voi potreste dire: ma la gente si comporta in un modo che non ha nulla a che fare con la visione dell’Unità. Sono consapevole di questo comportamento ma sono anche consapevole che queste persone che si comportano in un modo diverso sono espressione dell’Unità.

Talvolta abbiamo situazioni che sono farsesche. Possiamo trovare fratelli e sorelle che vengono da me e dicono “sono questo, sono quello, sono un uomo, sono una donna, sono un dottore, sono un avvocato”. Guardo questa persona e dico ”ma tu non sei tutte queste cose di cui tu parli”. Molto probabilmente tutte queste persone che vengono da me si sono messe in mente di considerarsi come uomini, donne, dottori, avvocati e così via.

Accettiamoli come credono di essere. Plotino dice che: “il mondo è un immenso palcoscenico in cui ognuno recita il proprio ruolo” e questo è ciò che tutti noi facciamo (ridendo). Mi rendo conto di tutto ciò ma sembra che tanti altri non riescano a comprenderlo. Ecco perché è difficile quando le persone vengono da me e dicono “Lei è un Maestro, Lei è un insegnante”. Un insegnante è già un ruolo e allora le persone dicono “bene, se Lei non è un Maestro posso anche andare via da qui”.

D: Quindi osservare le cose come “nome e forma”, è qualcosa di mentale, un processo mentale sul quale occorre ricordarsi di lavorarci sopra?

R: Naturalmente non puoi forzarti a fare questo ma devi favorire questo tipo di attitudine ad osservare le cose non come “nome e forma” ma come un aspetto della Coscienza che è al di là di “nomi e forme”.

C’è un bellissimo esempio dato da Samkara che è pertinente a questo caso: abbiamo l’etere che è onnipervadente ed è l’Uno; parte di questa aria o etere è contenuta dentro un vaso e ci sono diversi vasi di ogni forma e dimensione, il vaso naturalmente può essere preso per intendere un essere umano, un albero o un animale ma l’etere che è racchiuso nei vasi è della stessa natura dell’etere libero fuori dei vasi. Quindi dovremmo avere la visione di essere tutti vasi e di avere questo corpo che è il nostro vaso ma all’interno dei diversi vasi c’è l’Uno.

La differenza è che esiste uno stato di coscienza che vede l’etere all’interno e fuori dei vasi ed altri invece vedono soltanto con gli occhi del vaso, nel qual caso un vaso è diverso dall’altro e questo dà origine a conflitto e anche a vanità perché con tutto rispetto “il mio vaso è meglio del tuo” (ridendo).

Quindi se avete avuto questa esperienza, questo è qualcosa di molto vantaggioso per voi. Tornate indietro a quel momento in cui avete visto l’Unità e osservate ogni cosa con l’occhio di quella Unità e potrete vedere che l’Unità ha assunto diverse forme: un albero, un animale o una persona e così via – sarebbe saggio riprendere la visione dell’Uno. E’ molto importante tuttavia che il manas, la mente, non interferisca con questa visione iniziando aconcettualizzare.

D: In quel momento ho avuto questa visione, non c’erano concetti, ma per me tornare indietro a quel momento diviene un concetto perché non è qualcosa che sta accadendo ora.

R: Ma ora tu sei completamente cosciente del fatto che questo stato esiste perché è stata una esperienza diretta. Ora non puoi più concettualizzare. Quando qualcuno ti dice “osserva il mondo dei nomi e delle forme”, non puoi più concettualizzare perché sai cosa c’è al di là di esso.

D: Si, so che questa è la Realtà. La maggior parte della giornata ho a che fare con i concetti e sono ancora catturato da essi ma dentro di me so che questa non è la Realtà.

R: In ogni caso, hai avuto l’esperienza di uno stato di coscienza senza concetti e perciò sai che la Realtà è al di là dei concetti. Quindi quello che puoi fare ora è fare una passeggiata qui intorno e osserva gli alberi, guarda ogni cosa che incontri e osserva ma non concettualizzare.

Quando andiamo a fare una passeggiata automaticamente la nostra mente inizia a concettualizzare, non guarda solamente l’albero ma dice “questo albero è alto o basso, mi piace, non mi piace, è questo, quello ed altro”. Quindi ciò che devi fare è contemplare senza concettualizzare e piano piano questo può essere portato anche nella tua vita lavorativa perché è la tua Coscienza che ti dirige e non più i concetti.

Per essere più specifici possiamo chiamarla “intuizione” proprio per darti una idea di ciò che accade. Alcune persone potrebbero dire “ma come posso continuare a vivere e a lavorare in questo modo? Ho bisogno di usare la mia mente, ho bisogno di fare questo”.

Puoi farcela benissimo, sembra impossibile ma è del tutto facile. Difatti è estremamente facile, ho fatto tutto questo e posso fare tante cose: guido il trattore, taglio la legna, posso cucinare, mi occupo della pulizia del pavimento, pulisco i miei vestiti e faccio tutto ciò con la gioia nel cuore perché tutto ciò è molto bello.

E’ molto importante per te coltivare nella vita questa visione dell’Unità perché è molto importante ciò attraverso cui sei passato, in termini vedantici questo sarebbe il Savikalpa Samadhi; questa è la possibilità di vedere l’Unità della vita mediante i tuoi occhi, attraverso gli occhi della Coscienza.

D: Potrebbe spiegare quale è il ruolo dello yoga e delle sue diverse discipline? E’ necessario seguire uno yoga particolare?

R: Ci sono diversi tipi di yoga, avete letto il libro “Essenza e scopo dello Yoga” che tratta dall’Hata Yoga all’Asparsa Yoga, che è l’Advaita Vedanta, il sentiero metafisico.

Nei tempi antichi c’erano diversi gradini o passaggi per entrare in un sentiero più espanso e così allora c’era solamente un unico yoga con differenti possibilità e dimensioni ma tutti questi diversi tipi di yoga conducevano alla trascendenza, persino l’Hata Yoga.

Oggi l’Hata Yoga in Occidente è soltanto una serie di esercizi che promette una buona salute e questo è tutto. Ma non c’è uno yoga che sia meglio di un altro yoga perché c’è un solo yoga. Naturalmente in Oriente la Tradizione è ancora viva e perciò può permettere alle diverse persone che si imbattono in essa di essere presi al proprio livello di preparazione, di guna e così via.

In Occidente e in alcuni paesi, per i passati duemila anni non abbiamo avuto nient’altro che il Cristianesimo e perciò non abbiamo avuto nessuna scelta e nessuna possibilità di dare la giusta soluzione ad ogni singola persona, poiché ogni individuo è un mondo a sé . Invece l’Oriente ha una serie di opportunità che è molto più grande e soddisfa i bisogni di ciascuna persona a seconda dei suoi guna o qualità.

Anche il Vedanta può essere definito come yoga, lo yoga della conoscenza. Nei libri che ho scritto ho cercato di non usare la parola “yoga” perché è stata degradata, purtroppo questo è ciò che succede ma questo genere di degradazione è inevitabile perché siamo nel Kali Yuga. Infatti se dicessimo alla gente “noi facciamo lo Yoga Vedanta” essi direbbero “allora facciamo ginnastica? Quali sono le posizioni? Dov’è la palestra?” (ridendo).

D: Chiunque può decidere di risvegliarsi o accade spontaneamente senza alcuna preparazione?

R: Naturalmente, il risveglio non può essere qualcosa che puoi ottenere con la volontà. Avviene da solo. Ma dobbiamo essere preparati a quando il risveglio avverrà, deve esserci quindi una certa preparazione al momento del risveglio. Anche nella nostra vita quotidiana, per esempio quando andiamo a scuola, studiamo tanto e poi tutte le cose che studiamo non servono per le nostre professioni ma questo tipo di addestramento ha preparato la nostra mente a un certo tipo di intuizione, a un miglior modo di comprendere le cose e così via e perciò la preparazione nei nostri studi è molto utile. Così la preparazione ci porterà ad accogliere il genere di evento che accadrà spontaneamente, da solo. Non può esserci alcuna forzatura, usare violenza su noi stessi è completamente inutile.

D: In India parecchie volte abbiamo visto gente che va a trovare un Maestro e dice “rimarrò qui in India solamente alcune settimane, quindi per favore illuminami subito perché desidero viaggiare da ogni parte e andare a vedere anche il Taj Mahal prima di ritornare a casa”.

R: (Ridendo) Magnifico! Questo avviene anche in Occidente, c’è tanta innocenza nel mondo.

D: Che consiglio darebbe a qualcuno in cerca della Verità?

R: Questa domanda non è molto facile (ridendo). Dare consigli a qualcuno è molto difficile. Naturalmente, se la persona sta veramente cercando la Verità, la cosa può essere vista. Ecco perché parliamo di un certo grado di maturità di una persona, di quando c’è un miglior controllo dei guna ecc.. A questo punto, naturalmente i consigli possono essere dati, il problema nasce quando qualcuno vive in uno stato di sofferenza e in uno stato di dualità e vuole risolvere i propri problemi ma vuole anche rimanere in quello stato di dualità. Quindi è molto difficile consigliare qualcuno che è identificato con questo stato di dualità. D’altra parte da un punto di visto filosofico possiamo dire che non c’è nulla oltre o al di fuori dell’Essere e prima o poi non possiamo che ritornare all’Essere.

Un Advaitin è pacificato, possiamo dire ha trovato la sua pace, non è spinto dal desiderio di cambiare questo o quello e questa è la ragione per cui egli non cerca discepoli o seguaci. La dualità è uno stato dell’esistenza che è stato integrato e quindi non c’è nessun desiderio di cambiamento. Naturalmente, l’Advaita è offerto a tutti ma non tutti vogliono pervenire a questa dimensione ma prima o poi la raggiungeranno perché ciascun individuo al mondo è Quello. Potrebbero pensare a se stessi come qualcosa di diverso ma essi sono Quello. Siamo tutti alienati perchè crediamo di essere ciò che non siamo.

Per concludere con una nota allegra: dopo Napoleone ci furono parecchie persone che nella loro alienazione credevano di essere Napoleone, erano convinti di essere Napoleone e portavano cappelli sulle loro teste ma non erano Napoleone, in questa situazione tutto quello che possiamo fare è cercare di risvegliarli alla realtà che essi non sono Napoleone.

La Conoscenza tradizionale ci dice che siamo tutti alienati, siamo identificati con i diversi vasi e ciascun vaso è diverso dall’altro vaso. Un Advaitin nota tutta la sofferenza del mondo ma nello stesso tempo vede che tutto questo è molto comico (ridendo) perché comprende che queste persone hanno soltanto dimenticato ciò che sono.

Qualcuno potrebbe dire: “soffro” e la risposta potrebbe essere “no, tu non soffri”. “si, io soffro!”. Qualcuno altro potrebbe dire: “ora sto per morire” e la risposta è “ma tu non puoi morire, sei immortale”. Se questa persona è convinta che morirà che possiamo fare!

Tutto ciò che possiamo fare è attendere che riconosca che è immortale e che non può in alcun modo morire. Quando lasceremo il nostro corpo fisico grossolano, la maggior parte di noi andrà nella parte inferiore di Taijasa, lo stato luminoso, in termini occidentali questo è il piano astrale. Alcuni materialisti quando raggiungono questo piano hanno difficoltà a comprendere che non sono morti. Alcuni discepoli si dedicano a lavorare su questo livello per cercare di rieducarli a credere che non sono morti. Poiché sono tanto convinti, dicono: “come posso non essere morto? Sono morto, devo essere morto”. Questa persona non si arrenderà all’evidenza che esiste, che parla e perciò vive in quest’altra dimensione. Io dico sempre che la vita che facciamo sul piano umano è “una tragicommedia a lieto fine”.

D: Quali sono i principali ostacoli a vivere la Verità? E come si possono superare?

R: Abbiamo già risposto a questa domanda dicendo che abbiamo questa identificazione con i guna. Quando andrai a fare una passeggiata e proverai a ritornare alla tua visione, dovrai verificare dentro di te “quale è l’ostacolo che mi impedisce di essere Quello? Quale veicolo subentra tra me e quella Realtà? E’ la mente o qualche contenuto psicologico che ho? Potrebbe essere il mondo dei sentimenti o il mondo delle emozioni? Potrebbe anche essere un idealismo, un pensiero?” Quindi, tutti questi potrebbero creare ostacoli ma non appena sono risolti, poiché questi problemi si auto-risolvono, Quello emerge da solo.

In Oriente viene fatto un esempio molto significativo: abbiamo una stanza piena di oggetti, ci sono così tanti oggetti che potete muovervi a malapena, l’identificazione con i diversi oggetti non ci permette di vedere la stanza nella sua realtà. Oggi potrei identificarmi con il tavolo, domani con l’impianto di riscaldamento, il terzo giorno con un’altra cosa .

Se prendo tutti questi oggetti e li getto via (naturalmente per gettarli via intendo l’integrazione di tutti questi oggetti) mi ritroverò in una stanza vuota e perciò in uno spazio libero. Io sono questo spazio libero e questo vuol dire che l’etere dentro il vaso è della stessa natura dell’etere all’esterno del vaso. Questi esempi o queste analogie possono essere di grande importanza nel comprendere la Realtà sottostante.

D: Circa quattro anni fa, una sera ho cominciato a ripetere nella mia mente la frase “io sono Quello” e all’improvviso sono stato colpito dal fatto che l’ “io” che avevo assunto di essere non aveva nulla a che fare con Quello. Prima di questa presa di coscienza, ero solito pensare che l’ “io”, che è tutti questi concetti che io consideravo di essere, sarebbe diventato Quello per mezzo della Realizzazione. In quell’istante ho visto che Quello non aveva nulla a che fare con questi concetti; vedere questo è stato molto importante per me.

R: Si, naturalmente non ha nulla a che fare con l’ego, l’ “io”. L’ “io” è una non-realtà ma questo è un errore che fanno tutti.

D: Se viviamo in uno stato di completa spontaneità, abbiamo alcun controllo su ciò che accade nelle nostre vite?

R: Deve essere la spontaneità dell’etere, quel tipo di spontaneità. Solo in quel caso puoi avere il controllo perché in questo caso è l’etere che si serve del vaso e non il vaso che si serve dell’etere. E l’etere è innocenza, è spontaneità. Questo è lila il gioco divino, il gioco di un bambino. Quindi dovremmo fare una chiara distinzione tra spontaneità in quanto spontaneità istintuale e la spontaneità dell’etere, che è una faccenda completamente diversa. E’ molto importante fare questa distinzione perché alcune persone sono molto istintive, emotive e perciò spontanee ma potrebbero causare grandi danni. Dalla posizione di Quello, questo non potrebbe mai succedere. L’innocenza di cui stiamo parlando è una cosa del tutto diversa.

D: Può descrivere la sua propria natura?

R: E’ proprio la vostra stessa natura. Ognuno di noi è etere onnipervadente, giusto per darvi questa idea che può essere del tutto illuminante. Non c’è alcuna differenza tra me e ciascuno di voi. Potrebbe esserci giusto questa differenza: una persona potrebbe essere identificata con uno dei suoi veicoli o con una delle esperienze che ha avuto mentre Raphael ha chiuso tutti i conti con le esperienze.