LE TECNICHE ERMENEUTICHE DELLA CABALA’
Nell’antico libro “ Sefer
Mayan Ha Chokhmà” si sostiene che ogni parola della lingua ebraica abbia cinque
livelli interpretativi. Questi, dall’alto al basso, così come quest’antica
scrittura cita, sono:
TIQUN
= PROPRIO
Questo è il significato reale
della parola, una volta raffinata da ogni impurità successiva.
TZERUF
= PERMUTAZIONE
Consiste nell’analisi delle
possibili permutazioni delle lettere della parola in questione per cercare uno
dei suoi significati relativi, ossia, ancora non giunti all’ultimo gradino del Tiqun; inoltre, a questo livello dell’interpretazione,
si analizzano i vari significati delle permutazioni per osservare come questi
si completino a vicenda.
MA’AMAR
= DETTO
Questo livello è spiegato
dalla Cabalà come l’espansione della parola, fatta con tecniche di Notariqon, ossia, considerando ogni sua
singola lettera come se fosse l’iniziale di un’altra parola.
MIKHLOL
= INSIEME
E’ lo studio di tutte le forme
linguistiche con cui la parola compare nella Torà. Allo stesso tempo è
l’analisi del contesto nel quale è scritta e degli altri termini e parole coi
quali essa è frequentemente usata.
Questa tecnica, ad esempio, è
quella che, insieme con altre, ha permesso l’identificazione della fondazione
dei Trentadue sentieri, come abbiamo visto nel paragrafo precedente, nel Libro
del Genesi, appunto, legando essi alla presenza del Nome Divino Elohim, ripetuto trentadue volte, in
comunione con vari verbi.
CHESHBON
= CALCOLO
E’ il calcolo del valore
numerico della parola, la sua Ghematria. Ricordando
lo stretto legame che la numerologia esoterica ha con la qualità e non con la
mera quantità del numero, la Gematria è lo studio delle proprietà matematiche
di tale numero e, quindi, della parola o della lettera che lo possiede; Infine,
il confronto tra i termini di identico valore.
Questi gradi d’interpretazione
che la tradizione cabalistica ci tramanda, e su cui si fonda, evidentemente, il
complesso sistema ermeneutico della Cabalà, stanno in ordine di importanza.
Questi livelli corrispondono a
cinque gradi dell’Albero della Vita, cioè alle Sefiroth: Keter, Chokhmah, Binà,
Tiferet, Malkut.
Il primo gradino,
essendo legato alla prima Sefirà, Keter,
è irraggiungibile.
Keter, infatti, è
fondamentalmente diversa dalle altre Sefirot. Essa è il trascendente,
l’ineffabile. Il livello che per analogia gli è attribuito rappresenta, quindi,
il significato ultimo di un “termine”, ciò che sottende ad esso. Possiamo
affermare che qui giace ciò che non può essere compreso nella struttura del
nostro linguaggio e nelle forme umane d’interpretazione. In definitiva, stando
in questo modo di vedere i limiti del nostro linguaggio, che personalmente
condividiamo, è il luogo dove si radica il fondamento della Langue stessa, in cui si apre il suo “orizzonte di senso”.
La seconda tecnica,
quella collegata alla Sefirà Chokhmah,
entra nelle possibilità dell’interpretazione umana. Come abbiamo avuto modo di
analizzare precedentemente, questa è la Sefirà del lampo dell’intuizione,
quella dimensione mentale al di sopra della razionalità discorsiva,
raggiungibile per pochi attimi e difficilmente afferrabile se non dopo lunghi
esercizi di meditazione. Per cercare di esplicare meglio ciò che intendiamo
dire, possiamo paragonare questo stadio di trascendenza alla potenza
conoscitiva che ha l’Angoscia Heideggeriana, evidentemente, solo sul piano esistenziale che quest’ultima apre, non
considerando gli effetti esistentivi,
legati alla quotidianità della deiezione.
Da ciò, è facilmente
comprensibile la potenzialità della tecnica del secondo gradino, che è uno
degli strumenti cabalistici più conosciuti, ossia la Permutazione.
Lo stadio intuitivo della
seconda Sefirà, spiega anche il motivo per cui le tecniche di permutazione
furono utilizzate, con l’opportunità di essere sfruttate al meglio delle loro
possibilità, nelle tecniche estatiche di Abulafia,
attraverso la permutazione, appunto, dei Nomi Divini. Anche se questa
tecnica ermeneutica, quindi, è spesso utilizzata a livelli superficiali,
bisogna ricordare che essa rappresenta il penultimo stadio di comprensione dei termini, in ordine di grandezza.
La tecnica della permutazione,
dato il suo importante utilizzo, merita un approfondimento.
Essa consiste nello scambiare
tra loro le lettere di una parola, e nel comporre così altri termini. Questi
sono poi analizzati, per vedere la loro relazione e comprendere il “versetto”
in questione sotto un'altra prospettiva.
“Permutazione” in ebraico si dice Tzeruf (צרופ). La radice Tzadde – Resh – Peh, da cui proviene la parola Tzeruf, genera vari significati, che contribuiscono a circoscrivere
meglio il senso di questa operazione ermeneutica: "purificare”,
“raffinare”, bruciare”. Con una diversa vocalizzazione[1] (Tzeraf)
essa significa anche “essere attaccato, congiunto, combinato”.
Come detto, questa tecnica
consiste nel permutare le lettere formanti una determinata parola, creandone
altre, ed osservare come tutti questi termini siano correlati tra loro, e quali
altre informazioni si possano trarre dalla sostituzione, all’interno di un
“versetto”, di una parola con una sua permutazione.
E’ un assunto basilare, nella
Cabalà, che le lettere di una parola siano i suoi elementi basilari, come
avviene in un composto chimico, e che sia la natura di questi ed il loro modo
di combinarsi a determinare il significato della parola in questione.
Possiamo rappresentare una
metafora del senso cabalistico dello Tzeruf
considerando le parole come offuscate, velate nel loro senso originario, le
quali necessitano di una purificazione per arrivare a svelare nuovamente il
loro significato profondo.
Proseguiamo con due altre vocalizzazioni della parola
“Tzeruf” che traduce, appunto, l’azione del permutare, al fine di mostrare come, sulla base della
stessa radice di questo termine, sia possibile evidenziare il significato di
purificazione, quasi molecolare, delle componenti interne di un “segno”.
Tzoref significa
“orafo”, in genere, “chi lavora e purifica i metalli”.
Tzarfit è il
“crogiolo”.
E’ cosa assai particolare che,
in tutto, il numero delle volte che la radice
Tzadde, Resh e Peh compare nella Torà è 22, come il numero delle lettere
dell’alfabeto ebraico.
Il terzo grado è il
livello della tecnica detta Notariqon, meglio conosciuta come l’Acrostico.
Questa è associata a Binà, la Sefirà della razionalità, del
pensiero logico, in cui prendono forma le idee ed i concetti intuiti da
Chokhmah.
L’analogia con la tecnica che
stiamo osservando è immediata. L’acrostico, infatti, agisce sulle lettere della
parola considerandole le iniziali di altri termini che, a loro volta, diventano
le parole di un’intera frase. L’analogia con una dimensione razionale sta
nell’eseguire delle operazioni che sembrano rappresentare il movimento tra
sintesi ed analisi. La singola parola, in questo modo, è il frutto di
un’originaria sintesi che ha compresso in sé l’intera frase. Il compito del cabalista
sarà quello di analizzarla, dividerla nuovamente, decomprimendola, per
ritrovare la sua dimensione estesa. Evidentemente, anche questa tecnica, come
del resto tutte, oltre alle capacità razionali, necessita di un’enorme
intuizione (Chokhmah) che guidi il senso dell’analisi, e di una visione
“completa” del mondo che andiamo a scomporre, nonché, di una tassonomica
conoscenza della lingua ebraica.
La successiva tecnica che i
cabalisti associano, per analogia, alla Sefirà Tiferet, non è proprio di facile lettura, almeno per quanto
concerne il motivo di tale associazione. Essa, come abbiamo accennato, descrive
il complesso lavoro di ricerca, all’interno del testo, della presenza di una
parola, ovvero, come essa compaia, in che modo si relazioni con altri termini e
come sia inserita nel contesto di riferimento. Questa tecnica ha permesso di
aprire molti sentieri di ricerca, come abbiamo visto, ad esempio, circa la
presenza del Nome di Dio Elohim,
ripetuto trentadue volte nel libro del Genesi.
Forse, l’associazione alla
Sefirà Tiferet, trova una giustificazione a causa della sua proprietà
sintetica. Essa, infatti, è la Sefirà che s’incarica di armonizzare i due
opposti modi operativi di Chesed e Ghevurà. E’ costituita da tante tonalità
e caratteri diversi. Facoltà necessaria
per navigare, inseguendo le “parole”, tra il complesso paradosso Biblico.
Infine, troviamo l’ultima
tecnica, la più conosciuta, ma la meno profonda: La Ghematria. E’ paragonata
all’ultima Sefirà, Malkhut, il cui
simbolo più riuscito è la “Terra”. E’, quindi, il sistema più umile per
studiare una parola, senz’altro insufficiente se preso isolatamente.
La Ghematria, o
l’interpretazione delle lettere, delle parole e delle frasi attraverso il loro
valore numerico, è la tecnica che abbiamo usato più frequentemente nel corso di
questo lavoro.
L’improprio ed inconsapevole
uso popolare finalizzato, niente meno, alla previsione dei numeri che saranno
estratti al gioco del lotto, dimostra la sua popolarità.
D’altra parte la
corrispondenza tra lettere e numeri è quanto mai immediata ed abituale per
chiunque conosca la lingua ebraica, dato che in essa le ventidue lettere
dell’alfabeto sono usate anche come “segni” numerici. Le prime nove lettere
servono per le unità, le nove seguenti per le decine e le ultime quattro per le
centinaia, da cento a quattrocento.
Al di là dei modi di scomporre
le lettere, come abbiamo visto nell’analisi della lettera Alef, esistono varie tecniche per calcolare le ghematrie. La più
semplice è quella che noi stessi abbiamo utilizzato nella trattazione. Consiste
nel sommare le cifre, senza ulteriori operazioni, e il risultato ottenuto si
chiama “Mispar Echrakhi”, “Numero
dovuto”. Questa tecnica, pur essendo semplice, è molto importante, e supera
ogni risultato ottenuto dalla numerologia diffusa in occidente, che si limita a
studiare la prima dozzina di numeri interi. La numerologia tradizionale
dell’esoterismo occidentale per capire un numero, il cui ordine di grandezza è
di varie decine o centinaia, lo riduce sommandone le cifre componenti il
totale. Ad esempio, il numero 314 diventa 3+1+4 = 8.
Questo sistema, chiamato “Mispar Qatan”, “Numero Piccolo”, ha la
sua importanza, ed è previsto anche dalla Cabalà. Tuttavia, esso ha il difetto
di comprimere l’individualità del numero in questione, perdendo il suo
significato primario.
Una frase dello Zohar (Libro
dello Splendore), chiarisce meglio lo statuto, all’interno dell’ermeneutica
cabalistica, di questa tecnica: “(la tecnica chiamata) Numeri Piccoli è per cervelli piccoli”.
[1] La lettere ebraiche
sono tutte consonanti. Le vocali sono raffigurati da segni che si aggiungono
alle lettere. Questi sono cinque: il Cholam, che ha suono “o”, il Kamatz, suono “a”, lo Tzerè, suono “e”, il Chirik, suono “i”, lo Shuruq, suono “u”.
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