martedì 22 novembre 2016

7 parte “SEFER YETZIRAH” Uno studio sui confini tra lingua sacra ed arbitrarietà



LE TECNICHE ERMENEUTICHE DELLA CABALA’


Nell’antico libro “ Sefer Mayan Ha Chokhmà” si sostiene che ogni parola della lingua ebraica abbia cinque livelli interpretativi. Questi, dall’alto al basso, così come quest’antica scrittura cita, sono:

TIQUN =               PROPRIO
Questo è il significato reale della parola, una volta raffinata da ogni impurità successiva.


TZERUF =            PERMUTAZIONE
Consiste nell’analisi delle possibili permutazioni delle lettere della parola in questione per cercare uno dei suoi significati relativi, ossia, ancora non giunti all’ultimo gradino del Tiqun; inoltre, a questo livello dell’interpretazione, si analizzano i vari significati delle permutazioni per osservare come questi si completino a vicenda.

MA’AMAR =                    DETTO
Questo livello è spiegato dalla Cabalà come l’espansione della parola, fatta con tecniche di Notariqon, ossia, considerando ogni sua singola lettera come se fosse l’iniziale di un’altra parola.

MIKHLOL =                     INSIEME
E’ lo studio di tutte le forme linguistiche con cui la parola compare nella Torà. Allo stesso tempo è l’analisi del contesto nel quale è scritta e degli altri termini e parole coi quali essa è frequentemente usata.
Questa tecnica, ad esempio, è quella che, insieme con altre, ha permesso l’identificazione della fondazione dei Trentadue sentieri, come abbiamo visto nel paragrafo precedente, nel Libro del Genesi, appunto, legando essi alla presenza del Nome Divino Elohim, ripetuto trentadue volte, in comunione con vari verbi.

CHESHBON =     CALCOLO
E’ il calcolo del valore numerico della parola, la sua Ghematria. Ricordando lo stretto legame che la numerologia esoterica ha con la qualità e non con la mera quantità del numero, la Gematria è lo studio delle proprietà matematiche di tale numero e, quindi, della parola o della lettera che lo possiede; Infine, il confronto tra i termini di identico valore.

Questi gradi d’interpretazione che la tradizione cabalistica ci tramanda, e su cui si fonda, evidentemente, il complesso sistema ermeneutico della Cabalà, stanno in ordine di importanza.
Questi livelli corrispondono a cinque gradi dell’Albero della Vita, cioè alle Sefiroth: Keter, Chokhmah, Binà, Tiferet, Malkut.

Il primo gradino, essendo legato alla prima Sefirà, Keter, è irraggiungibile.
Keter, infatti, è fondamentalmente diversa dalle altre Sefirot. Essa è il trascendente, l’ineffabile. Il livello che per analogia gli è attribuito rappresenta, quindi, il significato ultimo di un “termine”, ciò che sottende ad esso. Possiamo affermare che qui giace ciò che non può essere compreso nella struttura del nostro linguaggio e nelle forme umane d’interpretazione. In definitiva, stando in questo modo di vedere i limiti del nostro linguaggio, che personalmente condividiamo, è il luogo dove si radica il fondamento della Langue stessa, in cui si apre il suo “orizzonte di senso”.

La seconda tecnica, quella collegata alla Sefirà Chokhmah, entra nelle possibilità dell’interpretazione umana. Come abbiamo avuto modo di analizzare precedentemente, questa è la Sefirà del lampo dell’intuizione, quella dimensione mentale al di sopra della razionalità discorsiva, raggiungibile per pochi attimi e difficilmente afferrabile se non dopo lunghi esercizi di meditazione. Per cercare di esplicare meglio ciò che intendiamo dire, possiamo paragonare questo stadio di trascendenza alla potenza conoscitiva che ha l’Angoscia  Heideggeriana, evidentemente, solo sul piano esistenziale che quest’ultima apre, non considerando gli effetti esistentivi, legati alla quotidianità della deiezione.
Da ciò, è facilmente comprensibile la potenzialità della tecnica del secondo gradino, che è uno degli strumenti cabalistici più conosciuti, ossia la Permutazione.
Lo stadio intuitivo della seconda Sefirà, spiega anche il motivo per cui le tecniche di permutazione furono utilizzate, con l’opportunità di essere sfruttate al meglio delle loro possibilità, nelle tecniche estatiche di Abulafia, attraverso la permutazione, appunto, dei Nomi Divini. Anche se questa tecnica ermeneutica, quindi, è spesso utilizzata a livelli superficiali, bisogna ricordare che essa rappresenta il penultimo stadio di comprensione dei termini, in ordine di grandezza.
La tecnica della permutazione, dato il suo importante utilizzo, merita un approfondimento.
Essa consiste nello scambiare tra loro le lettere di una parola, e nel comporre così altri termini. Questi sono poi analizzati, per vedere la loro relazione e comprendere il “versetto” in questione sotto un'altra prospettiva.
Permutazione” in ebraico si dice Tzeruf (צרופ). La radice Tzadde – Resh – Peh, da cui proviene la parola Tzeruf, genera vari significati, che contribuiscono a circoscrivere meglio il senso di questa operazione ermeneutica: "purificare”, “raffinare”, bruciare”. Con una diversa vocalizzazione[1] (Tzeraf) essa significa anche “essere attaccato, congiunto, combinato”.
Come detto, questa tecnica consiste nel permutare le lettere formanti una determinata parola, creandone altre, ed osservare come tutti questi termini siano correlati tra loro, e quali altre informazioni si possano trarre dalla sostituzione, all’interno di un “versetto”, di una parola con una sua permutazione.
E’ un assunto basilare, nella Cabalà, che le lettere di una parola siano i suoi elementi basilari, come avviene in un composto chimico, e che sia la natura di questi ed il loro modo di combinarsi a determinare il significato della parola in questione.
Possiamo rappresentare una metafora del senso cabalistico dello Tzeruf considerando le parole come offuscate, velate nel loro senso originario, le quali necessitano di una purificazione per arrivare a svelare nuovamente il loro significato profondo.
Proseguiamo  con due altre vocalizzazioni della parola “Tzeruf” che traduce, appunto, l’azione del permutare, al  fine di mostrare come, sulla base della stessa radice di questo termine, sia possibile evidenziare il significato di purificazione, quasi molecolare, delle componenti interne di un “segno”.
Tzoref significa “orafo”, in genere, “chi lavora e purifica i metalli”.
Tzarfit è il “crogiolo”.
E’ cosa assai particolare che, in tutto, il numero delle volte che la radice  Tzadde, Resh e Peh compare nella Torà è 22, come il numero delle lettere dell’alfabeto ebraico.

Il terzo grado è il livello della tecnica detta Notariqon, meglio conosciuta come l’Acrostico. Questa è associata a  Binà, la Sefirà della razionalità, del pensiero logico, in cui prendono forma le idee ed i concetti intuiti da Chokhmah.
L’analogia con la tecnica che stiamo osservando è immediata. L’acrostico, infatti, agisce sulle lettere della parola considerandole le iniziali di altri termini che, a loro volta, diventano le parole di un’intera frase. L’analogia con una dimensione razionale sta nell’eseguire delle operazioni che sembrano rappresentare il movimento tra sintesi ed analisi. La singola parola, in questo modo, è il frutto di un’originaria sintesi che ha compresso in sé l’intera frase. Il compito del cabalista sarà quello di analizzarla, dividerla nuovamente, decomprimendola, per ritrovare la sua dimensione estesa. Evidentemente, anche questa tecnica, come del resto tutte, oltre alle capacità razionali, necessita di un’enorme intuizione (Chokhmah) che guidi il senso dell’analisi, e di una visione “completa” del mondo che andiamo a scomporre, nonché, di una tassonomica conoscenza della lingua ebraica.

La successiva tecnica che i cabalisti associano, per analogia, alla Sefirà Tiferet, non è proprio di facile lettura, almeno per quanto concerne il motivo di tale associazione. Essa, come abbiamo accennato, descrive il complesso lavoro di ricerca, all’interno del testo, della presenza di una parola, ovvero, come essa compaia, in che modo si relazioni con altri termini e come sia inserita nel contesto di riferimento. Questa tecnica ha permesso di aprire molti sentieri di ricerca, come abbiamo visto, ad esempio, circa la presenza del Nome di Dio Elohim, ripetuto trentadue volte nel libro del Genesi.
Forse, l’associazione alla Sefirà Tiferet, trova una giustificazione a causa della sua proprietà sintetica. Essa, infatti, è la Sefirà che s’incarica di armonizzare i due opposti modi operativi di Chesed e Ghevurà. E’ costituita da tante tonalità e caratteri diversi. Facoltà  necessaria per navigare, inseguendo le “parole”, tra il complesso paradosso Biblico.

Infine, troviamo l’ultima tecnica, la più conosciuta, ma la meno profonda: La Ghematria. E’ paragonata all’ultima Sefirà, Malkhut, il cui simbolo più riuscito è la “Terra”. E’, quindi, il sistema più umile per studiare una parola, senz’altro insufficiente se preso isolatamente.
La Ghematria, o l’interpretazione delle lettere, delle parole e delle frasi attraverso il loro valore numerico, è la tecnica che abbiamo usato più frequentemente nel corso di questo lavoro.
L’improprio ed inconsapevole uso popolare finalizzato, niente meno, alla previsione dei numeri che saranno estratti al gioco del lotto, dimostra la sua popolarità.
D’altra parte la corrispondenza tra lettere e numeri è quanto mai immediata ed abituale per chiunque conosca la lingua ebraica, dato che in essa le ventidue lettere dell’alfabeto sono usate anche come “segni” numerici. Le prime nove lettere servono per le unità, le nove seguenti per le decine e le ultime quattro per le centinaia, da cento a quattrocento.
Al di là dei modi di scomporre le lettere, come abbiamo visto nell’analisi della lettera Alef, esistono varie tecniche per calcolare le ghematrie. La più semplice è quella che noi stessi abbiamo utilizzato nella trattazione. Consiste nel sommare le cifre, senza ulteriori operazioni, e il risultato ottenuto si chiama “Mispar Echrakhi”, “Numero dovuto”. Questa tecnica, pur essendo semplice, è molto importante, e supera ogni risultato ottenuto dalla numerologia diffusa in occidente, che si limita a studiare la prima dozzina di numeri interi. La numerologia tradizionale dell’esoterismo occidentale per capire un numero, il cui ordine di grandezza è di varie decine o centinaia, lo riduce sommandone le cifre componenti il totale. Ad esempio, il numero 314 diventa 3+1+4 = 8.
Questo sistema, chiamato “Mispar Qatan”, “Numero Piccolo”, ha la sua importanza, ed è previsto anche dalla Cabalà. Tuttavia, esso ha il difetto di comprimere l’individualità del numero in questione, perdendo il suo significato primario.
Una frase dello Zohar (Libro dello Splendore), chiarisce meglio lo statuto, all’interno dell’ermeneutica cabalistica, di questa tecnica: “(la tecnica chiamata) Numeri Piccoli è per cervelli piccoli”.








[1] La lettere ebraiche sono tutte consonanti. Le vocali sono raffigurati da segni che si aggiungono alle lettere. Questi sono cinque: il Cholam, che ha suono  “o”, il Kamatz, suono “a”, lo Tzerè, suono “e”, il Chirik, suono “i”, lo Shuruq, suono “u”.

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