Etimologia: dal latino medievale metaphysica, e questo dal greco μετὰ τὰ ϕυσικά; letteralmente: “dopo la fisica”. (I termini in greco, a causa dell'assenza dei simboli delle lettere in alcuni programmi, potrebbero non essere letti correttamente).
Il termine “metafisica” è un nome coniato da Andronico di Rodi (I sec. d.C.) nella sua edizione delle Opere di Aristotele. I libri di metafisica, che puntavano a individuare la natura ultima e assoluta della Realtà, vennero posposti a quelli di fisica, che trattavano invece delle cose della natura.
Tradizionalmente, anche se la storia della metafisica è molto articolata e inserita in vari rami della cultura, questa parola descrive il livello massimo dello scibile; e quello che sta a significare è di certo già presente molto prima di Aristotele.
Invero, Andronico di Rodi col termine “μετὰ” non voleva affatto definire una relazione di maggiore importanza tra le scienze della natura e la metafisica. Lui diede una semplice forma alla sua edizione delle opere di Aristotele e nulla più di questo.
Con gli aristotelici, nei secoli successivi, Il termine μετὰ τὰ ϕυσικά venne interpretato diversamente. Quel “μετὰ” iniziò quindi ad esprimere il segno di superiorità della realtà ricercata dalla metafisica nei confronti di tutte le altre scienze.
In questo articolo ci troviamo nell'orizzonte della tradizione sapienziale e affrontiamo il significato di “metafisica” nei termini del “lavoro iniziatico” che essa descrive.
Come si può osservare, quando ci occupiamo di chiarire le espressioni di un determinato settore della conoscenza, siamo costretti ad utilizzare parole ancora non chiare per la maggior parte dei lettori.
Mi riferisco ai significati di “tradizione sapienziale” e “lavoro iniziatico”. Proprio perché entrambi rappresentano tematiche importanti nella metafisica, per facilitare la lettura di questo articolo, sviluppiamo una loro breve, preliminare definizione.
Il termine “sapienziale” definisce quella conoscenza che porta alla saggezza, intesa come profondo sapere; ed essa si riferisce molto a ciò che riguarda la metafisica. La “tradizione sapienziale”, espressa nelle sue molteplici forme, è perciò quell’insegnamento millenario che apre all’essere umano la possibilità di conoscere sé stesso nella sua totalità, dal piano fisico corporeo a quello più elevato dello spirito.
“Il lavoro iniziatico” è quel cammino di ampliamento della coscienza che porta l’uomo a scoprire la sua verità più profonda, comprendendo, in varie tappe, che la sua identità reale è qualcosa di molto più ampio del corpo e della mente. Nella parola “inizio”, da cui proviene “iniziatico”, c’è il significato implicito di iniziare, mettersi in cammino. Questo vale per tutti i livelli della vita. È sempre un’iniziazione: andare allo stadio la prima volta, o per la prima volta fare l’amore, salire su un deltaplano, ecc.
Ogni volta che iniziamo qualcosa di nuovo, avviene un ampliamento delle nostre possibilità; anche per ciò che riguarda le cose negative. Espressioni come “contro iniziatico” o “contro iniziazione” descrivono infatti il potenziamento del proprio ego e dell’egoismo nefasto che nasce dalle potenzialità generate nel percorso iniziatico mal compreso o mal utilizzato.
In realtà, dal punto di vista della conoscenza di cui ci occupiamo, tutto è già presente in noi, ma lo è solo in potenza, è solamente una possibilità che non vediamo.
L’iniziazione rende visibile, attivo, quello status e ci mette nelle condizioni di realizzare ciò che, inconsapevolmente, già eravamo. Sarebbe un po’ come annaffiare un seme interiore pronto per sbocciare, in attesa che qualcuno gli dia un “Via!”.
Tornando al tema specifico, cos’è la metafisica nei nostri termini iniziatici?
Essa è l’insegnamento che porta alla nostra identità più profonda e vera. E questa nostra realtà è “l’Essere in quanto tale”.
Ora, qualcuno potrebbe gridare: “mozione d’ordine!”. E ancora: “Come si può chiarire il concetto di Metafisica utilizzando proposizioni come “l’Essere in quanto tale?”. “Cosa dovrebbe significare questa espressione?”.
Possiamo già dire che “l’Essere in quanto tale” equivale a: “l’Essere in quanto Essere”, cioè l’Essere per quello che semplicemente è in Sé, prima di manifestarsi nelle sue infinite forme e possibilità.
L’Essere, prima di affaccendarsi nel fare, semplicemente “è”.
Se affermo che Esso ha in sé possibilità infinite, intendo proprio dire che non hanno fine. Nella sua natura c’è, quindi, anche la possibilità di perdere momentaneamente la coscienza di Sé e sperimentare l’ignoranza e la sofferenza.
L’Essere è pura pienezza, assoluta beatitudine incausata, (cioè, che non ha una causa, ma è semplicemente l’espressione della sua natura). Ogni forma manifesta è una delle sue infinite rappresentazioni.
Prima che parta una domanda consueta, anticipo la risposta.
Se l’Essere è il fondamento di qualsiasi possibile espressione, forma, nome, come può perdere coscienza di Sé e magari sperimentare anche la sofferenza, cosa assai nota agli esseri umani? E, ancora, se l’Essere si trova bene nella sua immobilità, perché dovrebbe mettersi a fare qualcosa, magari creare anche l’universo?
Queste sono le domande che i ricercatori neofiti hanno sempre posto ai propri veri maestri. (“maestro”: altro termine da spiegare. Per ora accontentiamoci di sapere che “il maestro” è colui che ha realizzato in sé ciò che insegna). Essi, però, non hanno mai risposto... Hanno dato al discepolo la metaforica bastonata, che i maestri zen danno realmente. La “mazzata” starebbe a significare: “Non ti accorgi che questa domanda è mal posta?”.
E il discepolo, ragionando con la mente e i suoi limiti, ha sempre continuato a chiedere: “Che cosa ho chiesto di così strano?”.
Noi siamo abituati a ragionare per quella che è la nostra esperienza nella realtà in cui viviamo. In essa tutto è fondato sulla legge di causa ed effetto. Qualsiasi cosa che accada, o sia fatta in un modo particolare, avviene perché c’è una causa precedente che ha determinato quello stato, o quell’evento.
Se spingi una tazza fino alla fine del tavolo, questa cade in terra; se offendi qualcuno, questi in un modo o in un altro ti risponderà male, oppure no, ma magari gli susciteresti grande silenziosa antipatia. E ancora, se mangiamo e ci abbuffiamo al pranzo di ferragosto e poi ci tuffiamo nell’acqua gelida prima che siano passate circa tre ore, ci viene una sincope. Così almeno mi diceva mio padre quando ero piccolo.
Potremmo continuare gli esempi all’indefinito. Tutto in questa nostra realtà spazio-temporale vive sulla legge di causa ed effetto. Gli orientali la chiamano “La Legge del Karma”. Questa Legge, se riguarda le cose fisiche e, al limite, quelle dell’esperienza comune in generale, viene accettata con certezza. Il problema sorge quando viene affermato che Essa comprende tutti i livelli dell’universo, compreso il più elevato sul piano spirituale. Ad esempio, tutto ritorna così come è agito da te. Se ami verrai amato, se fai del male ti sarà restituito, ecc. Il metafisico direbbe, questo accade perché l’altro sei sempre tu, anche se al momento non lo sai. Avremo, in seguito, modo di parlare della legge del Karma.
Comunque, questa riflessione sulla Legge di causa ed effetto parla di ciò che costatiamo normalmente nella realtà di cui siamo coscienti. Tutto quello che accade ha una sua causa, non c’è nulla che avvenga che non abbia un perché precedente.
Questo non vale per l’Essere…
Esso è il Fondamento della realtà manifesta (che nasce da Lui prendendo una delle infinite forme particolari nella molteplicità). L’Essere è il telo bianco su cui appare l’intera manifestazione universale (l’intero universo su tutti i suoi livelli).
Esso è oltre qualsiasi forma. Da questo ragionamento comprendiamo come l’Essere sia il Fondamento stesso della Legge di causa ed effetto. La Legge stessa è una sua espressione e può agire solo nella manifestazione. C’è Legge solo dove l’Unità appare come molteplicità.
Sul piano dell’Essere, perciò, non possiamo chiedere: “perché?”.
L’Essere è, semplicemente, perché questa è la sua natura. E nella sua natura c’è la possibilità di apparire nel mondo delle forme oppure rimanere solo cosciente di Sé. Non c’è nulla prima dell’Essere. Lo stato ultimo della realtà, che appunto, chiamiamo Essere, è “incausato”, non ha una causa precedente a Sé. È proprio Esso l’unica causa prima.
Qualcuno, qualche anno fa, sentendomi affermare che sull’Essere non si può chiedere “perché è così?”, mi accusò di dogmatismo. Io non gli diedi la “mazzata zen” perché non c’era un rapporto tra noi che la giustificasse. Sorrisi, semplicemente, con l’intenzione di dedicarmi ad argomentare la mia affermazione, ma l’altro non mi diede la possibilità di spiegargli che la sua domanda, di spiegazione non accolta, era semplicemente mal posta. Il suo malinteso non considerava la natura dell’Essere. Provai solo a spiegare che la metafisica non è dogmatica nel senso che lui intendeva: ossia qualcosa che non può essere compreso dall’uomo, quindi, inafferrabile e soprattutto non discriminabile. La metafisica è un insegnamento che porta in sé la conoscenza per essere realizzato in ciascuno, oltre la razionalità e “per identità”.
Possiamo a questo punto pronunciare con più chiarezza l’affermazione centrale della metafisica:
L’Essere è la nostra reale Identità.
Esso è la Verità ultima, nella piena realizzazione della consapevolezza. Quindi, non si può chiedere il perché della natura dell’Essere, ma lo si può comprendere per diretta realizzazione in noi. In termini tradizionali si dice appunto: “realizzazione per identità”, quando si vuole dire che la conoscenza dell’Essere può avvenire solo riconoscendolo come la nostra reale identità.
Si apre ora un ulteriore chiarimento.
Se l’Essere è la reale essenza di ognuno di noi, nel senso che siamo tutti l’Essere, possiamo affermare, per conseguenza logica, che Esso sia l’unica coscienza esistente e reale.
Questa nostra riflessione dischiude il concetto metafisico di “non dualità”.
La “non dualità” è strettamente legata al significato di “metafisica”, perché descrive l’Unità incondizionata dell’Essere. La metafisica quindi ricerca la Verità non duale che sta al nostro fondamento. Da ciò deduciamo che la manifestazione universale (la creazione, il mondo dei nomi e delle forme, sono tutti sinonimi), e l’intera dimensione particolare in cui viviamo in quanto individui, è irreale proprio perché “duale”.
Per “irreale” non intendiamo che non esiste. Essa è semplicemente una realtà relativa che ha un inizio e una fine. È una realtà spazio-temporale. Dal punto di vista metafisico, quindi, è reale solo ciò che è sempre presente in eterno, fuori dallo spazio e dal tempo.
Lo spazio e il tempo sono due coordinate utilizzate dalla mente per decifrare una molteplicità apparente che vediamo a causa della nostra perdita di coscienza dell’unità che siamo noi stessi.
Un esempio che spesso si utilizza nella tradizione è quello dell’oceano e delle onde.
L’oceano (l’Essere) ha la possibilità di assumere infinite forme particolari (le onde).
L’onda, che è la metafora della nostra individualità, della mente egoica con la quale siamo identificati, ha perso momentaneamente la coscienza di essere l’oceano. Tra l’onda e l’oceano non c’è alcuna differenza. E questa è l’espressione non duale.
La dualità, quindi, è l’apparenza che nasce dalla momentanea ignoranza che l’onda ha della sua reale natura-oceano-essere.
Per essere ancora più chiaro, porto un’altra metafora della tradizione non duale.
L’argilla rappresenta l’Essere ed essa può assumere le molteplici forme dei vasi. Il vaso perde la consapevolezza di essere in realtà argilla, la quale è la vera essenza di ogni vaso. Tutti i vasi, nell’espressione della loro particolarità, sono argilla; la loro forma è una semplice apparenza dell’unica essenza.
A questo punto, vediamo cosa succede in alcune vicende dell’iniziazione praticata.
Molti ricercatori sul cammino metafisico, a un certo punto, rinunciano a procedere nella conoscenza. Questo accade spesso per vari motivi, sempre dettati da una comprensione fallace dell’insegnamento. Uno di questi motivi della rinuncia è il pensare che la realizzazione dell’Essere ci porti in una dimensione nichilistica, cioè in uno stato dove avverrebbe una perdita totale della coscienza di esistere. Un po’ come affermare un materialismo assoluto dove il nostro fondamento sarebbe una totale morte della coscienza in una perdita nel tutto indeterminato.
È evidente che con tali convinzioni limitanti, fondate sull’ignoranza metafisica di molti neofiti, non si va molto lontano.
L’Essere è l’esatto opposto del nichilismo.
L’oceano è pienamente cosciente di essere. Sono le onde che vivono un sogno esistenziale in cui si credono di essere qualcosa che in realtà è pura impermanente apparenza.
Nella tradizione della metafisica indiana del Vedanta Advaita, per ovviare a questo malinteso, sono stati assegnati tre termini emblematici alla coscienza dell’Essere. Questi sono: Sat, Cit, Ananda. Il loro significato è Essere, Coscienza e beatitudine (in assoluto). Ovvero, significano Esistenza assoluta (Essere), piena consapevolezza di esistere (Coscienza), ed essendo questo lo stato della totale pienezza incausata, è espressione di Beatitudine assoluta. È lo stato della Pax Profunda dei risvegliati (coloro che hanno realizzato l’Essere e hanno perciò riconosciuto la loro/nostra reale Verità). È una pace incomparabile con qualsiasi altra felicità, è Shanti, Pace, (termine sanscrito che descrive questa divina posizione coscienziale). Queste tre parole, Sat, Cit, Ananda non possono descrivere realmente lo stato dell’Essere, perché esse sono linguaggio, forma, grammatica. Se non possono rappresentare l’Essere nella sua assoluta natura sono però in grado di mitigare il malinteso del nichilismo.
Con una espressione un po’ sibillina, mi concedo di dire, alla luce della tradizione, che: possiamo non credere a tutto questo, ma, alla lunga, non possiamo non essere ciò che siamo.
Quando un allievo presenta al proprio maestro la paura di nullificarsi, quest’ultimo sorride (o, a seconda della scuola da cui proviene, potrebbe decidere di dargli la “mazzata”).
Il maestro è probabile anche che risponda così: “Cosa pensi che io sia? Un Fantasma?”. Poi proseguirebbe: “Io sono pienamente presente di fronte a te e ti sto parlando. Da quello che affermi, per il fatto che reputi l’Essere, che io ho realizzato, come l’espressione della totale incoscienza, mi stai dicendo che io stesso sono una semplice tua allucinazione. Oppure, se preferisci, c’è una parte di te che mi ascolta e mi ritiene reale, un’altra invece che pensa che io sia una specie di medusa incosciente che, non si sa per quale motivo, riesce a formulare almeno dei concetti razionali”.
Oppure sempre il maestro potrebbe raccontare: “Quando vai a farti una doccia, cosa fai? Ti spogli dei tuoi abiti e ti lavi. Nel momento in cui hai tolto l’ultimo indumento che indossavi, sei scomparso o ti sei reso conto di aver tolto ogni vestito dal tuo corpo?”.
Lo stato descritto da chi ha raggiunto il “risveglio” è un po’ questo. Nel momento del “risveglio” ci si rende conto di ciò che siamo al di là delle forme che sovrapponiamo sopra la nostra reale natura. E questa è l’Essere. Ed Esso è ciò che la metafisica ricerca.
E nulla più.
DOMANDA:
Conosco molti percorsi iniziatici come l’Alchimia, la Qabbālāh ebraica, il sufismo, lo zen, ecc. Non ho mai saputo che ci fosse un percorso metafisico. Da quello che dice è una tradizione millenaria che però sembra non avere visibilità nella storia della conoscenza iniziatica.
RISPOSTA:
La metafisica individua un livello della conoscenza, quello appunto che si dirige all’Essere, al piano non duale della realtà.
Molte tradizioni, come alcune che ha citato lei nella sua domanda, sono tradizioni metafisiche.
La Qabbālāh è una tradizione che presenta una conoscenza che arriva alla non dualità nell’Ain Soph (l’Assoluto). L’Alchimia, nel progetto realizzativo della Grande Opera, conduce di fronte all’Essere. Un’altra grande tradizione metafisica è il Vedanta Advaita, nel quale la parola Advaita significa proprio “non duale”. Questo accade anche nel sufismo e in alcune scuole del Buddismo, quelle appunto che prospettano il livello della non dualità. Ce ne sono altre che non elenchiamo. Lo stesso insegnamento del Cristo comunque era non duale, anche se è stato perso nel tempo. Ci sono dei maestri dell’area cristiana che hanno realizzato la non dualità, come San Giovanni della Croce o Meister Eckhart. Essi hanno parlato dell’Essere esprimendosi in un linguaggio adatto al cristianesimo del loro tempo, invariato fino ai nostri giorni. A volte lo hanno fatto più esplicitamente, altre volte un po’ meno. Nei loro tempi era molto pericoloso affermare che “tutto è Uno”, in un’area religiosa che si è nei secoli stabilizzata all’interno dei limiti della dualità. E per questo, in ogni modo, sono stati perseguitati dalla Chiesa Cattolica. Nel cristianesimo non si può affermare che “tutto è Uno”, perché questo significa eliminare la divisione tra Creatore e creatura. Se tutto è Uno anche la reale identità dell’uomo è essere Dio. Non intendo dire che l’uomo è come Dio. L’essere umano è l’Essere che momentaneamente si identifica con la forma umana particolare. Quindi il percorso iniziatico fa sì che si dissolva questa identificazione. Quando si scioglie l’apparenza rimane solo un'unica coscienza, e questa è Dio.
Per i cristiani queste sono affermazioni eretiche, ma in realtà, dal punto di vista metafisico, era quello che insegnava Gesù. Dai Vangeli si evince questa Verità dell’insegnamento del Cristo, soprattutto in Giovanni, come ad esempio in questo emblematico passaggio: “In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi” (Giovanni 14,17). Gesù adopera lo “stato in luogo”. Egli utilizza “in” come se si riferisse realmente a qualcosa che sta dentro un’altra. Fino che ci sono cose dentro altre ci troviamo nella molteplicità, nel piano duale. Gesù non poteva però esprimersi diversamente, parlava di solito a gente “semplice”. Gli apostoli stessi, che erano grandi uomini, perché avevano rinunciato ai loro attaccamenti per seguire la Verità, erano anche uomini che non avevano una particolare formazione sapienziale, per comprendere concetti così estesi della conoscenza. Essi, di contro, coglievano la grandezza del Cristo, lo riconoscevano come reale Principio Divino. Solo alcuni di coloro che lo hanno seguito, primo fra tutti Giovanni, comprendevano molto di ciò che realmente insegnava Gesù.
Ritornando alla sua domanda, le propongo una breve citazione di Raphael (Testo: “La Triplice Via del Fuoco”) che parla della molteplicità delle tradizioni metafisiche, almeno citandone alcune tra le più note.
“La metafisica va di là da tutte le scienze profane e anche sacre, quindi non è cosmologia, né ontologia che fa riferimento all’Uno principiale. Il sentiero metafisico, in riferimento alla Qabbālāh, è quello dell’Ain Soph, all’Alchimia è quello che risolve lo stesso Zolfo, al Vedānta è quello del Nirguṇa o Turīya. Per Platone-Plotino è la realizzazione dell’Uno-Bene, che trascende lo stesso Essere o Uno Molti”.
Le tradizioni metafisiche sono varie. Tutte si dirigono verso la comprensione della non dualità, ma sul piano della prassi operativa sono diverse fra loro. Ognuna indica un tipo di pratica diversa l’una dall’altra. Ogni ricercatore, in base alle sue caratteristiche particolari può trovare affinità in uno o in qualsiasi altro insegnamento metafisico.
Lei dovrebbe però considerare che non tutte le Vie metafisiche presenti nella storia sono in questo momento attive e percorribili. Un insegnamento è vivo e fruibile solo se sono viventi maestri che hanno realizzato l’Essere e propongono quel tipo di cammino particolare. Il maestro è necessario. Ognuno può realizzare solo ciò che il suo maestro ha già realizzato. Sono detti “rami secchi” quegli insegnamenti che, ha causa dell’assenza in vita dei maestri, si sono staccati dal fondamento della Tradizione.
Se lei vuole incamminarsi verso la nostra reale Identità, “La Casa del Padre”, nella eterna non dualità dell’Essere, deve scegliere un percorso in questo momento attivo. Altrimenti, perderebbe solo tempo prezioso.
Non starò qui a dire quali siano le tradizioni percorribile nel nostro mondo attuale. Le basti sapere che qualsiasi percorso iniziatico vorrà scegliere, dovrà avere la certezza che di fronte a lei ci sia un vero Maestro.

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