martedì 22 novembre 2016

4 parte “SEFER YETZIRAH” Uno studio sui confini tra lingua sacra ed arbitrarietà



PRIMA PARTE. SEFIROTH

Per nostra comodità espositiva dividiamo il testo in due parti, al fine di semplificare l’analisi delle cosiddette  due creazioni: quella che coinvolge l’impianto sefirotico e quella che utilizza le 22 lettere dell’Alef Beit. Come vedremo in seguito, le due creazioni sono una sola, perché le componenti citate, le sefiroth e le lettere, all’interno dei “Trentadue Sentire della Sapienza, sono elementi che partecipano ad un unico processo, che si attualizza in “… un complesso meccanismo euristico, in un gioco di simmetrie e di corrispondenze che cingono tutto il reale in un vincolo indissolubile.”[1]

Nella sua prima proposizione il libro stabilisce un rapporto con la speculazione ebraica sulla saggezza o sapienza divina detta Chokhmà: Trentadue meravigliosi Sentieri di Sapienza tracciò Iddio Signore delle schiere, Dio d’Israele, Dio Vivente, Dio Onnipotente, il Sommo e l’Eccelso Colui il cui Nome è Santo”.[2]
Queste Trentadue Vie sono elementi e materiali per la costruzione del cosmo, forze fondamentali che emanano dalla Chokhmà e nelle quali essa prende aspetto. Sono, per così dire, i due piani della creazione; infatti, come sopra detto, il primo è costituito dalla decade di logoi seminali (come li chiama A. Di Nola), cioè le sefiroth, ed il secondo è quello delle ventidue lettere, che nello spazio, ormai costituito, producono vari ordini di realtà naturali.

E’ necessario, per comprendere meglio il senso di questa prima parte, analizzare i significati che in ebraico assume la parola sefirà, che entra in scena nel mondo esoterico ebraico per la prima volta proprio nel Sefer Yetzirà.
Contrariamente a ciò che potrebbe far pensare la somiglianza fonetica in Italiano, SEFIRA’ non significa “sfera”.
Per esplicare meglio il suo vero significato è utile analizzare la radice ebraica da cui proviene la parola.
SEFIRA’, che al plurale diventa Sefiroth, proviene dalla radice SAFAR (Samekh – Peh – Resh) ספר[3], che ha tre significati principali: NUMERO – LIBRO o STORIA – LUCE.




a)                  “NUMERO” = MISPAR  מספר
Le sefiroth possono essere comprese tramite le qualità possedute dai primi dieci numeri interi. Per affrontare lo studio nel sistema Cabalistico dobbiamo, necessariamente, ridefinire il concetto di numero che conosciamo ed inserirlo nel significato che la numerologia esoterica offre. Il meccanismo non agisce sulle quantità ma, per analogia, sulla qualità che il numero esprime. Ad esempio, la comprensione del valore esoterico del numero “uno” permette di derivare informazioni applicabili alla sefirà KETER (“CORONA”), la prima dall’alto; quella del numero “due” ci permette di fare l’analoga cosa con la sefirà di CHOKHMA’ (“SAPIENZA), ecc. Questo processo vale anche se volessimo derivare il valore numerologico  delle unità da uno a dieci  partendo dalle qualità delle sefirot corrispondenti.

b)      “LIBRO” o “RACCONTO” = SEFER o SIPPUR      סיפר    ספר
Le Sefiroth possono essere intese, stando a questo significato, come dei libri che contengono racconti, descrizioni, simboli, miti, personaggi, avvenimenti storici, tradizioni.
Per la Cabalà, tutto il contenuto della Bibbia può essere letto secondo il paradigma delle Sefiroth: ad esempio, i primi sei giorni del Genesi sono le sei sefiroth da CHESED (“AMORE”) a YESOD (“FONDAMENTO”); i patriarchi sono le personificazioni dell’energia contenuta nelle sefiroth (Abramo è CHESED, Isacco è GHEVURA’, Giacobbe è TIFERET, ecc.

c)      “LUCE” o “PIETRA PREZIOSA” (ZAFFIRO) = SAPIR      ספיר
Con questi ultimi significati la Cabalà spiega le sefiroth come centri dai quali è irradiata un’energia superiore, puro riflesso della Coscienza Divina e, per l’iniziato, dei fari guida. Considerate, invece, nel significato di pietra preziosa sono ciò che arricchisce la natura di colui che le scopre e ne acquisisce le proprietà.

Tornando ora al testo, osserviamo che ciascuna sefirà è disposta in una determinata categoria della creazione.

1)    La prima è lo “Spirito del Dio vivente” (ruach Elohim chaijim) che, nel Bereshith, aleggia sulle acque. Come tale è eterna ed increata.

2)    Da ruach viene fuori “l’aria dallo spirito” (ruach meruah), “il soffio dal soffio”, cioè l’elemento primordiale dell’aria, dalla quale Dio avrebbe creato le 22 lettere fondamentali.

3)    “L’acqua dallo spirito”  (maym me-ruach), dalla quale Dio ha creato il caos cosmico (Tohu e bohu, fango e liquido insieme).

4)     Dall’acqua primordiale nasce infine il fuoco: “Fuoco dall’acqua” (Esh mi-      maym), dal quale Dio ha creato il Trono di Gloria (o Merkavà, Carro) e gli angeli.
Proprio in questo passo del Sefer Yetzirà si può intravedere la connessione fra i due sistemi mistici del Trono, o Carro, e della Bereshith, nel senso che l’autore, probabilmente,  dopo aver spiegato la creazione “fisica”, passa all’origine dei mondi superiori, in cui si realizza l’estasi.

Le ultime sei sefiroth, che vanno dalla quinta alla decima, sono definite in tutt’altro modo: esse rappresentano le sei direzioni dello spazio, e, senza che esse siano emanate da elementi primordiali anteriori, sono generate dal nome divino stesso, che è chiamato il Tetragramma divino YHVH,( י ה ו ה).
Togliendo da questo Nome l’HE (ה) finale abbiamo la radice creatrice dell’altezza (והי), della profondità (הוי), dell’oriente (ויה), dell’occidente (יוה), del meridione (היו) e del settentrione (יהו).

E’ interessante notare, circa la struttura a più piani di lettura del testo, che, negli schemi meditativi di Abulafia, il quale, presumibilmente, estrae le sue tecniche di meditazione dal Sefer Yetzirà medesimo, si fa menzione di sei movimenti del capo. Questi avvengono mentre si recitano le parole prodotte dalle permutazioni delle lettere del Tetragramma divino, יהוה, composte, in schemi, con la lettera Alef.

Per l’insieme delle sefiroth, che nel Sefer Yetzirah non sono nominate con i nomi che oggi conosciamo, è enunciato: “… la loro fine è fissata nel loro inizio e il loro inizio nella loro fine, come la fiamma è unita al tizzone- … il Signore è unico e Colui che forma è uno e non ha secondo. E prima dell’uno, cosa conti?”[4].
Da questo passo è presumibile si sia voluto sottolineare che la molteplicità sefirotica, fissata, in prima lettura, nella decina, non intacca per nulla l’unicità del monoteismo ebraico. Come il testo stesso dichiara, nel gioco di parole tra “fine” ed “inizio”, rafforzato ulteriormente dalla metafora della fiamma e del tizzone, le sefiroth sono generate e finiscono in un punto unico, ossia, Dio. Questa decade primordiale forma dunque un’unità, il che è in perfetta sintonia, appunto, con il carattere monoteistico della cosmogenesi ebraica.

Facendo un passo indietro nel testo, per sottolineare ulteriormente il concetto di Unità Divina dell’ebraismo, riportiamo il seguente passo: “… il numero delle dieci dita, cinque contro cinque e  il patto di unicità fondato nel centro: nella circoncisione di lingua e bocca e in quella di pelle.[5]
In questo passaggio, oltre ad essere espressa la professione di Unicità dell’Essere Supremo, al di là di ogni equivoco[6], si dichiara il parallelismo tra Dio e uomo. L’idea, per altro, che la lingua ed il membro virile rappresentino l’unità in mezzo alla decina, come Dio è “uno” fra le dieci sefiroth, si può forse spiegare come un simbolo della doppia potenza creatrice: sull’ideale e sul materiale. Per simboleggiare nell’uomo questa potenza, nulla di meglio della “lingua”, per mezzo della quale si esprimono le idee che diventano parole manifestanti il pensiero. Riguardo alla potenza creatrice nella materia, entrano in scena gli “organi genitali”.[7]

Di grande interesse, per ancor più comprendere il concetto di sefirà, è il termine “belimah”, che nel “Sefer” segue sempre la parola sefiroth. Le sefiroth sono, dunque, belimah, (da belì = senza e ma = cosa), che nel nostro testo di riferimento è tradotto con “senza determinazione”. Il concetto “senza cosa” o “senza determinazione” può essere inteso, come dice il Castelli[8]: “… (le Sefiroth) i primi e soli elementi di tutto il creato, dai quali poi tutto si forma e si svolge senza altra sostanza”.
Quindi si potrebbe interpretare le sefiroth come prime nel tempo, senza precedenti, prime come elementi creati, oppure, entità che non possono essere definite con elementi materiali, come si può dedurre da quanto si narra nel “Libro di Giobbe” (26,7), dove si dice che Dio tiene sospesa la terra sopra belimah, cioè, sopra nessuna cosa. Specialmente riferendoci a quest’ultima possibile spiegazione, nasce spontaneo pensare al concetto di “idea” platonica.
Rimanendo all’interno del percorso storico della filosofia occidentale, che si presume sia stata influenzata dalla teoria cabalistica delle Sefiroth a partire dal rinascimento, è interessante tracciare un filo conduttore che va dalla filosofia bruniana fino alla monadologia leibniziana, passando attraverso la mediazione della sostanza di Spinoza. Questa comparazione tra Cabalà e storia della filosofia potrebbe essere  senz’altro proficua per entrambi i campi: per la Cabalà attraverso il linguaggio filosofico, a noi più vicino, che ha certamente alle sue basi anche l’influenza cabalistica, per la filosofia, conseguentemente, per comprendere meglio alcune idee “dall’apparenza fantastica”.[9]
Ritornando in ambienti ebraici, non si può escludere l’interpretazione che lo Scholem fa delle Sefiroth, il quale ci suggerisce il senso di “chiuso”, “chiuso in sé”.
I primi grandi cabalisti videro le sefiroth come le fasi del processo di emanazione con cui Dio ha manifestato i vari piani dell’esistenza, dai più sottili e superiori a quelli grossolani e materiali.
A questa visione si è in seguito aggiunta quella che vede nelle “sefiroth” le “potenze” dell’anima, o meglio, gli strumenti basilari che l’anima umana possiede per rapportarsi con la realtà circostante, con se stessa e con il creatore. Le sefiroth sono quindi “stati di consapevolezza” presenti in ciascuno di noi, e, svelata la loro potenza nascosta, diventano vere e proprie luci dell’anima, (nel senso del significato, sopra esposto, espresso dalla parola sapir  ספיר, luce o pietra preziosa, che condivide la stessa radice con il termine sefirà). In questo senso, possiamo dedurre quello che, per la Cabalà, è il vero scopo dell’ascesi spirituale, o iniziatica, ossia, il ritrovamento in ciascuno di noi dell’Albero della Vita costituito dalle dieci sefiroth, la prima delle quali (Keter – Corona) appartiene al piano trascendente, la seconda e la terza (Chokhmà – Sapienza e Binà – Intelligenza) al piano cognitivo, la quarta (Chesed – Amore), la quinta (Ghevurà – Forza), la sesta (Tiferet – Bellezza), la settima (Netzach – Eternità), l’ottava (Hod – Splendore),  la nona (Yesod – Fondamento) appartengono al piano emotivo, ed infine, la decima (Malkut – Regno) al piano pratico.














[1] Testo già citato. Pag. 33
[2] “Sefer Yetzirah”, I paragrafo. Da “Mistica Ebraica”, Testo già citato, pag. 35
[3] Per mantenere intatta la forma ebraica delle parole, scriveremo da destra a sinistra i termini formati dalle lettere dell’Alef Beit, l’alfabeto ebraico, e da sinistra a destra la traslitterazione in italiano: Safar (lettura in italiano delle lettere ebraiche traslitterate), ספר(espressione in ebraico da destra a sinistra).
[4] “Sefer Yetzirà” da: “Mistica Ebraica”. VI paragrafo. Pag. 36. Testo già citato.
[5] “Sefer Yetzirah”. Da “Mistica Ebraica”. Pag. 35 III paragrafo. Testo già citato.
[6] E’ interessante evidenziare, a riprova della necessità di chiarire il rapporto tra unità divina e molteplicità sefirotica, che lo stesso Abulafia, sostenitore della sapienza trasmessa dal Sefer Yetzirah, vedeva nella divisione sefirotica il rischio di eresia, proprio perché si sarebbe messo in pericolo il fondamento del monoteismo. Sappiamo anche che Abulafia non criticò, per quanto detto, il Sefer Yetzirah, ma lo Zohar (summa della sapienza cabalistica), forse perché, quest’ultimo, non si limitava a nominare in modo generico il concetto di sefirà come nel “libro della formazione”, ma descriveva in maniera particolareggiata le sefiroth in tutta la loro determinazione, facendone, a rischio di ambiguità teologica, secondo Abulafia, degli oggetti particolari. 
[7] Alla nota numero 5, pag. 35, della “Mistica Ebraica” , (testo già citato nella nostra nota  7), da cui prendiamo la traduzione del Sefer Yetzirà, si analizza la parola “circoncisione” in lingua ebraica: <“Nella circoncisione”, il termine ebraico è milah, la cui grafia consonantica  (מילה) è quasi identica a quella di millah,  “parola” (מלה). La mistica ebraica gioca frequentemente su questa ambiguità>.
[8] Per la spiegazione del termine “Belimah” ci riferiamo allo studio del Castelli: “ Il Commento di Sabbatai Donnolo sul libro della creazione”, con note critiche e introduzione da David Castelli. Pag. 25 – Pubblicazioni del R. Istituto di studi superiori pratici e di perfez.to in Firenze – Sez. di filosofia e filologia – accademia orientale. ED. Le Monnier – Fi 1880.
[9] Per dimostrare quanto detto, circa la necessità di inserire il pensiero cabalistico nella storia della filosofia, cito un passo della “Storia della Filosofia” di Nicola Abbagnano. Volume III, pag. 146. Ed. TEA 1995: “Bruno ha voluto dimostrare con la sua matematica simbolica la derivazione del mondo dall’uno; ed ha voluto mostrare in atto questa derivazione, facendo vedere il moltiplicarsi dell’uno e l’articolarsi delle figure corrispondenti, nei successivi gradi della realtà naturale. Il carattere arbitrario e fantastico di questa derivazione è evidente;…”. Senza voler discutere, in questa sede, dell’arbitrarietà o della fantasia di Giordano Bruno, forse, una maggiore comprensione delle influenze esoteriche (Cabalistico – Ermetiche) del Nolano, avrebbe dato più senso a ciò che, con apparente fantasia, veniva esposto nel suo pensiero.  

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