Introduzione
L’elaborato esamina il concetto di etica originaria sostenuto da
Heidegger al fine di mettere in luce la profonda intuizione da cui esso trae
origine e, nello stesso tempo, tenta di mettere a fuoco ciò che può essere considerato
il suo limite intrinseco e l’ostacolo alla sua piena realizzazione.
Partendo dalla “Lettera sull’«umanismo»”, in cui per la prima volta
Heidegger propone in maniera esplicita una riflessione sull’agire, si
analizzerà il significato che il filosofo assegna all’etica originaria
nella sua relazione necessaria con l’aperto dell’essere. Si passerà poi
al momento emblematico del suo colloquio con le radici greche del pensiero
occidentale attraverso l’analisi che propone su Eraclito, in particolare,
riferendoci al frammento 119 “ήθος άνθρώπώ δάίμών”, che darà luogo ad
importanti riflessioni sul significato originario di etica. Il nostro lavoro
tenterà di mettere in rilievo i limiti dell’interpretazione heideggeriana, e
cercheremo di proporre elementi per una lettura alternativa di Eraclito.
In questa prospettiva, evidenzieremo le proposte che Heidegger fa circa
la possibilità di accedere all’
etica originaria, nei momenti essenziali di
Essere e tempo,
in cui il filosofo sembra essere più concreto riguardo alla fattibilità di
uscire dalla non autenticità del quotidiano, utilizzando i concetti di
angoscia,
decisione anticipatrice,
colpa ed
essere per la morte.
Cercheremo di mettere in luce se ci siano anche nel secondo Heidegger
indicazioni per una trasmutazione dell’
esserci, attraverso il suo
confrontarsi con un nuovo senso del pensiero e del linguaggio. Per quest’ultimo momento ci sembra emblematica
l’espressione: “
Il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora abita
l’uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora”
.
Si cercherà, in conclusione, riprendendo una modalità heideggeriana, di
mettere a fuoco un “non detto” presente in Heidegger stesso. Si potrà così
forse approdare a qualcosa oltre l’orizzonte della filosofia di Heidegger ed
affrontare ciò che alcuni momenti della tradizione sapienziale hanno descritto,
in un altro linguaggio, come percorso
per aprirsi all’
essere.
Costateremo, quindi, dal confronto tra Heidegger e la tradizione
sapienziale, o iniziatica, se sia possibile proporre un’etica originaria,
che non si fermi alla pura enunciazione ontologica, ma diventi un percorso
reale di trasformazione dell’esserci.
LA “LETTERA
SULL’«UMANISMO»”: IL MANIFESTO DELL’ETICA ORIGINARIA
Prima di affrontare il percorso che Heidegger farà nella Lettera
sull’«umanismo» per approdare al suo concetto di etica originaria,
ci soffermeremo sulle necessarie premesse per inquadrare questo “scritto” nel
contesto storico e filosofico in cui venne pensato, mettendo in luce quello che
riteniamo sia il fondamento che lo sostiene, ossia, il fatto che, per
Heidegger, il pensiero non conduce ad alcun sapere, come potrebbe fare una
scienza, non porta alcuna saggezza da utilizzare nella vita e non risolve
nessun enigma del mondo, non conferisce, quindi, nessuna forza immediata
all’agire.
Nell’immediato dopoguerra la situazione di Heidegger era quella di un
confinato intellettuale. La sua prima adesione al nazismo aveva causato, nella
Germania sconfitta e in attesa del processo di Norimberga, l’allontanamento
dall’università.
La sua posizione non è né autocompassionevole o prepotente e neppure
politica o autocritica come avvenne in altri personaggi nel dopoguerra tedesco.
La sua figura può essere individuata nella posizione del saggio che descrive in
grandi prospettive la mostruosa drammaticità del mondo moderno.
Il primo documento che illustra il pensiero di Heidegger, dopo il 1945, è
proprio la Lettera sull’Umanismo, scritta nel 1946 a Jean Beaufret, il
suo “allievo” più importante nel panorama filosofico francese di questo
periodo. Quest’ultimo aveva posto ad Heidegger la domanda che ebbe come
risposta la Lettera sull’«umanismo»: “Comment redonner un sens au mot
«Humanisme»?”, “In che modo è possibile restituire un senso alla parola
umanismo?”.
Heidegger rispose con piacere a questa domanda perché gli offriva la
possibilità di esporre il suo pensiero dopo Essere e Tempo, ma,
soprattutto, gli permetteva di inserirsi in quello che, probabilmente, fu il
fulcro principale del pensiero del dopoguerra, ossia: come intendere l’uomo
dopo il dramma del nazismo.
Molti furono gli umanisti che s’impegnarono su questo fronte, ma è a
Sartre che vanno indirizzate le tesi di Heidegger esposte nella Lettera.
Prima della stesura della Lettera di Heidegger era stato pubblicato
il saggio di Sartre L’esistenzialismo è un umanismo. Nel 1945
l’esistenzialismo di Sartre era diventato l’affermazione più seguita
dell’occidente europeo, e recitava, nella sua espressione più rappresentativa,
“l’esistenza precede l’essenza”. Questo doveva rispondere alla domanda sul
destino dell’umanismo in un’epoca che aveva dimostrato quanto di più diabolico
può esprimere l’essere umano.
La risposta di Sartre sosterrà che i saldi valori dell’umanismo, ai quali
potevamo con certezza affidarci, non esistono. Essi sono reali solo se
reinventati ogni volta nelle nostre decisioni. L’esistenzialismo pone quindi
l’uomo di fronte alla libertà responsabile della sua decisione.
Sartre dichiarerà, pertanto, le formule dalle quali si può già evincere
il distacco con quello che sosterrà Heidegger nella sua
Lettera: “ L’esistenzialismo
definisce l’uomo attraverso il suo agire; - L’esistenzialismo dice all’uomo che
c’è speranza solo nell’azione e che l’azione è l’unica cosa che consente
all’uomo di vivere; - Un uomo si impegna nella sua vita, disegna il proprio
volto, e al di là di questo volto non c’è niente; - Noi siamo abbandonati,
senza scusanti. Questo è ciò che intendo quando dico che l’uomo è condannato
alla libertà”
.
Per Sartre, quindi, avendo messo fuori discussione Dio, dobbiamo avere
qualcuno che inventi i valori. L’uomo si è destato da un sogno ed ora si trova
col cielo vuoto e senza più la fiducia da dare alla comunità. Solitario ed
annegato nell’assenza dei valori costituiti, l’uomo deve assumersi la
responsabilità individuale di esprimere la verità del proprio agire.
Beaufret aveva chiesto “in che modo è possibile dare un senso alla parola
umanismo?”, e Sartre aveva illustrato il suo esistenzialismo come un nuovo
umanismo fondato sulla responsabilità personale e sull’impegno del proprio
agire, in un contesto storico in cui venivano a mancare i saldi riferimenti sul
piano metafisico. Ora, Heidegger cercherà di spiegare per quale motivo
l’umanismo stesso sia il problema di cui ha l’illusione d’essere soluzione e
perché la filosofia debba avanzare oltre l’umanismo, avendo già il difficile
compito di impegnarsi per la questione del pensiero stesso.
Heidegger comincia le sue riflessioni da questo punto, dalla questione
del pensiero, e giungerà al problema dell’umanismo partendo da qui.
Per Heidegger, se il pensiero è vincolato all’agire si sancisce il
predominio di ciò che è utile; quest’interpretazione tecnica del pensiero viene
da lui rifiutata. Questo riflettere al servizio del fare e del produrre causò
effetti catastrofici alla filosofia, la quale, così facendo, volle
uguagliare il rango della scienza invece
di occuparsi del luogo suo proprio, ossia, di ciò che è più prossimo, di
un’esperienza che precede qualsiasi atteggiamento scientifico: l’esperienza
dell’essere. Il pensiero quindi non è né teoretico né pratico, non è
riferito all’agire, così come sostiene Sartre; ma un pensiero che non si
rivolge all’azione esterna ad esso perde la sua dignità e il suo valore.
Seguendo il discorso heideggeriano, però, il pensiero, il nuovo pensiero,
lontano dai dettami della metafisica, acquisterà una nuova dignità, come agire
interiore che “lascia essere l’essere”.
Heidegger cercherà quindi di superare l’umanismo gettando le radici per
un nuovo modello di pensiero che, se è vero che non avrà un immediato potere
determinante sull’agire umano, porrà però le basi per guardare il mondo in un
modo diverso, autentico, da parte dell’esserci che avrà compreso la
propria essenza.
Come vedremo nell’analisi che faremo della Lettera, Heidegger
proporrà un percorso che partirà apparentemente dall’agire per poi confrontarsi
col problema del pensiero che descriverà come un condurre-al-linguaggio.
Approderà in seguito al concetto di etica originaria come fondamento
stesso di ogni possibilità umana.
Riteniamo, da parte nostra, esemplare il discorso heideggeriano, che non
si ferma all’agire, ma alla trasformazione dell’esserci, ossia,
dell’agente dell’agire stesso.
La nostra critica non andrà quindi rivolta al contenuto che Heidegger mette
in campo, ma ai modi che egli individua per realizzarlo; ed inoltre, cercheremo
di evidenziare, nelle nostre conclusioni, come l’importanza che Heidegger
conferisce, non primariamente al fondamento dell’agire, ma alla trasformazione,
in primis, dell’agente, dell’esserci, non venga poi sviluppata
nell’affermazione che l’autenticità raggiunta dall’esserci sia il
fondamento primo e la possibilità dell’apertura ad un agire alternativo. Ci
sembra, quindi, che Heidegger rifugga, a torto,
qualsiasi rapporto, come già dichiarato, con l’azione, con
l’ineliminabile relazione tra esseri umani, lasciando la sua etica originaria
incapace di incidere sui comportamenti reali degli uomini.
Elaboreremo, ora, una riflessione su alcune proposizioni della Lettera,
per cercare di sviluppare quanto accennato, sviluppando ciò che riteniamo
essere il pregio ed il limite del pensiero heideggeriano.
Come lo stesso Heidegger dichiara in una nota manoscritta, ciò che si
dice nella
Lettera (I edizione 1949) è il risultato di una riflessione
iniziata nel’36 “nell’«attimo» di un tentativo di dire in modo semplice la
verità dell’essere”
.
La verità dell’essere si può solo “tentare” di dire, e questo può
avvenire in un solo “attimo” che Heidegger opportunamente pone tra virgolette per
evidenziare l’eccezionalità dell’evento che non può evidentemente essere
inserito in un contesto di vissuto quotidiano.
Sin dalle prime righe, però, la
Lettera dichiara esplicitamente di
riflettere sul senso dell’agire umano, senso che, riferito all’uomo, non può
essere considerato “un aspetto particolare del suo essere, ma il suo essere
stesso”
.
In questo contesto non si parlerà, quindi, di un agire che esprima “il
produrre un effetto la cui realtà è valutata in base alla sua utilità”.
“Il senso dell’agire, invece, è il portare a compimento (Vollbringen).
Portare a compimento significa: dispiegare qualcosa nella pienezza della sua
essenza, condurre-fuori a questa pienezza, «producere». Dunque può essere
portato a compimento in senso proprio solo ciò che già è. Ma ciò che prima di
tutto «è», è l’essere”
.
Dopo questi necessari presupposti che pongono un punto fermo nel
discorso, ossia, che l’agire non può essere considerato una produzione di un
effetto esterno, ma un’azione che è fine a se stessa, intrinseca alla natura
stessa dell’esserci, Heidegger risponde alla domanda iniziale postagli da Jean
Beaufret: “Comment redonner un sens au mot «Humanisme»?”.
Riusciremo, però, ad avere una giusta risposta da Heidegger solo se
seguiremo gli sviluppi del suo “discorso”, che ci porterà a dare un significato
diverso alla parola “Umanismo”, ossia, non più quel termine che unisce tutti i
suoi diversi e molteplici aspetti storici nel fatto che l’umanità sia “determinata
in riferimento ad un’interpretazione già stabilita della natura, della storia,
del mondo, del fondamento del mondo, cioè dell’ente nella sua totalità”
.
Poco dopo Heidegger ci chiarirà come si dovrà intendere, ora, alla fine
del percorso della metafisica, nel momento in cui decidiamo di affrontare un nuovo
“pensiero”, la parola “Umanismo”, ciò che l’uomo è, ovvero, nel linguaggio
della metafisica, l’essenza dell’uomo che riposa nella sua e-sistenza, e lo
farà partendo dalla frase di “Essere e Tempo”: “L’essenza dell’esserci sta
nella sua esistenza”.
Il significato di questa frase ci dice che “l’uomo dispiega la sua
essenza in modo da essere il «ci» (Da), cioè la radura dell’essere. Questo
«essere» del «ci», e solo questo, ha il carattere fondamentale dell’esistenza,
cioè dell’e-statico stare-dentro nella verità
dell’essere”
.
Quindi, “l’essenza e-statica dell’uomo riposa nell’e-sistenza, che resta
diversa dall’existentia pensata metafisicamente”
,
quella che tradizionalmente significa “realtà” contrapposta all’
essentia
intesa come “possibilità”.
Solo, pertanto, parlando contro l’«Umanismo», quello della metafisica, si
potrà chiarire, alla luce di un nuovo pensare, di un “nuovo inizio”, come si
dovranno intendere l’uomo e il suo agire
.
“Ma che cosa accade qui? Si sente parlare di «umanismo», di «valori», di
«mondo», di «Dio». Poi si sente dire di un’opposizione ad essi. Li si riconosce
e li si prende per il positivo, e poi ciò che parla contro di essi, anche se in
un modo che nel sentir dire non viene pensato con precisione, lo si considera
subito come una negazione di essi e questa negazione come il «negativo» nel
senso del distruttivo… Con l’aiuto della logica tanto invocata e della ratio,
si crede che ciò che non è positivo sia negativo, che pratichi così un rifiuto
della ragione e che meriti pertanto il marchio della riprovazione. Si è così
imbevuti di «logica» che tutto ciò che contraddice l’abituale sonnolenza
dell’opinare viene computato come un’opposizione da rifiutare… Per questa via
logica si fa affondare tutto in un nichilismo che ci si è inventati con
l’ausilio della logica”
.
Il pensiero moderno, nato dai pensatori greci e giunto nell’odierno mondo
della tecnica, sostenuto dal dominio della logica, per Heidegger, s’impegna nel
pensiero, mentre, di fatto, lo rinnega.
Si vuole, qui, dichiarare che l’opposizione all’«Umanismo» non implica la difesa
dell’inumano, ma l’apertura di nuove prospettive. Pensare contro la logica,
quindi, non significa abbracciare il pensiero dell’illogico, ma ripensare il
λογος apparso all’alba del pensiero, e già scomparso in
Platone ed Aristotele. Il filosofo tedesco, per far
questo, osserverà con occhio rammemorante i frammenti di Eraclito carichi della
potenza del loro non detto.
Heidegger afferma che il pensiero che si schiera contro i “valori” non
sostiene, per questo, che ciò che è indicato come valore, la cultura, l’arte,
la scienza, la dignità umana, il mondo, Dio, sia senza valore, ma evidenzia che
nel momento in cui qualcosa è indicato
come “valore” è privato della sua dignità. Quando questo avviene, ciò che è
così valutato assume il marchio, positivo o negativo, di un dato momento
particolare del destinarsi dell’essere, che in occidente è avvenuto per la
prima volta nell’antica Grecia e prosegue ancora nel mondo moderno, mal
compreso nel suo senso iniziale, sotto il segno dello stesso “destino”
.
Una volta che decidiamo, con Heidegger, di affrontare un nuovo modo di
pensare, che non sia legato ai vecchi sistemi della metafisica, ed una volta
che abbiamo, di conseguenza, accettato di distruggere ogni indicazione
particolare di “valore”, che sia frutto di una metafisica incosciente della
necessità della domanda sull’essere, possiamo meglio comprendere il significato
di ciò che Heidegger chiama etica originaria.
Pensare la verità dell’essere significa pensare allo stesso tempo
l’essenza dell’uomo, quindi, sarebbe apparentemente necessario
completare l’ontologia con un’etica.
Heidegger, infatti, ricorda come, dopo l’uscita di Sein und Zeit,
un suo giovane amico gli chiese quando avrebbe scritto un’etica.
Heidegger non vuole annullare il bisogno del piano normativo, in un tempo
in cui l’uomo della tecnica, in balia della massificazione, può essere condotto
alla certezza della stabilità solo se si ordina il progetto e il suo agire coordinandoli in modo
che essi corrispondano alla tecnica stessa. Possiamo aggiungere, inoltre, che questo
meccanismo giustificativo rivolto alla modernità può essere proiettato su ogni
momento storico, dove il piano ontico risulti essere la sola dimensione
dell’agire umano.
“Chi potrebbe ignorare questo stato di necessità? Non dobbiamo
salvaguardare e assicurare i vincoli esistenti, anche se il modo in cui essi
tengono assieme l’essere umano è così povero e precario? Certamente. Ma questo
stato di necessità dispensa forse il pensiero dal ricordare ciò che
innanzitutto resta da pensare e che, in quanto essere, è, prima di ogni ente,
la garanzia e la verità?”
.
Detto questo, non si può sostenere che Heidegger voglia capovolgere o
spezzare un determinato sistema etico, nel nostro caso, dettato dal dominio
della tecnica. Non vuole rovesciare, quindi, un equilibrio necessario per la
sopravvivenza dell’uomo tecnologico, immerso nella sua inautenticità, ma
sostenere la necessità di liberarsi di esso, nel momento cruciale
dell’autentica riflessione, per accedere
ad un piano essenziale, dove la comprensione dell’essere o, che è lo stesso, della
comprensione della sua essenza e del suo stesso autentico agire. In questo
luogo non ci sarebbe più motivo, dunque, di mantenere la separazione tra etica
ed ontologia perché momenti successivi al loro fondamento unico che è l’
essere.
L’etica appare, infatti, per la prima volta come disciplina autonoma, insieme alla logica e alla fisica nella
scuola di Platone, nel tempo in cui la filosofia si fa scienza e perisce il
pensiero volto all’
essere come il suo “elemento”
.
“Prima di questo tempo, i pensatori non conoscevano né una «logica», né
un’«etica», né la «fisica». Eppure il loro pensiero non è né illogico né
immorale… Se è consentito un paragone del genere, le tragedie di Sofocle
nascondono nel loro dire l’ήθος in modo più iniziale delle lezioni di
Aristotele sull’«etica»
”.
Heidegger, nel suo colloquio metodologico con i pensatori del passato,
trova un importante interlocutore in Eraclito, sapiente che opera nel primo
essenziale pensiero greco, quando non ancora era avvenuto, per opera di
Platone, il passaggio dalla
verità intesa come
svelatezza (
άλήθεια),
che mostrava il carattere fondamentale dell’ente stesso, alla verità come
correttezza
(
όρθότης) del guardare
,
cosa che a giudizio di Heidegger compromise la grandezza essenziale dei primi
pensatori.
Com’è noto Heidegger affronta Eraclito e i suoi “oscuri” frammenti nei
due corsi di lezioni a lui dedicati, dove si analizza il problema della verità
dell’essere e quello conseguente del vero significato del Logos.
Nella Lettera, che in questo momento analizziamo, si tiene
conto del solo frammento 119 che offre ad Heidegger un momento essenziale per
affrontare un’etica che lui stesso ha definito “Originaria”.
Questo suona: “ηθος άνθρώπώ δάίμών”.
Come Heidegger ci riferisce, la traduzione del frammento affermatasi in
Germania al suo tempo è: “il carattere proprio è per l’uomo il suo demone”
. Ma
questa traduzione pensa in modo troppo moderno, quindi, non greco.
Ήθος, per Heidegger, deve necessariamente essere tradotto con il
termine soggiorno [Aufenthalt], al fine di riportare il senso della
frase al suo orizzonte iniziale.
Il
soggiorno, quindi, il luogo dell’abitare, nomina un tema assai
noto per chi abbia familiarità col pensiero heideggeriano, ed indica
precisamente la regione aperta [Lichtung] dove abita l’uomo. Anche la
traduzione del significato di δάίμών, il demone, il Dio, deve assumere un senso più esplicito: “Il
soggiorno dell’uomo contiene e custodisce l’avvento di ciò che appartiene
all’uomo nella sua essenza. Secondo la parola di Eraclito, questo è
δάίμών,
il Dio”
.
La frase, allora, tenendo conto delle sfumature di senso che sono state
apportate, può essere tradotta: “L’uomo, in quanto è uomo, abita nelle
vicinanze di Dio”
,
ovvero, “Il soggiorno (solito) è per l’uomo l’ambito aperto alla presenza del
Dio (dell’insolito)”
.
Heidegger può, quindi, dichiarare la nascita della sua
etica
originaria, e lo fa con queste parole, alla luce del progetto appena
tracciato: “Ora, se in conformità al significato fondamentale della parola
ηθος,
il termine «etica» vuol dire che con questo nome si pensa il soggiorno
dell’uomo, allora il pensiero che pensa la verità dell’essere come elemento
iniziale dell’uomo in quanto e-sistente è già in sé l’etica originaria.”
.
Giunti a questo punto, Heidegger ci dice che quando si tenti di pensare
la verità dell’essere, nella difficoltà di penetrare le prime barriere, viene
portato al linguaggio ben poco di questa “dimensione assolutamente diversa
”, e,
proprio per questo, dichiara, con rammarico, di aver dovuto utilizzare la
terminologia corrente al fine di rendere comprensibile il senso di ciò che si
voleva intendere. L’utilizzo, quindi, di
termini come “etica”, o come pure “ontologia”, è reso necessario solo
dall’esigenza di partire dall’orizzonte della situazione filosofica vigente e
dall’utilizzo della sua terminologia. Ma, quello che il Filosofo ci vuole dire
è che non possiamo in questo contesto più utilizzare termini come “ontologia”
ed “etica” perché “il pensiero che domanda della verità dell’essere e che così
determina il soggiorno essenziale dell’uomo a partire dall’essere e in
direzione dell’essere, non è né etica né ontologia”
.
E’ legittimo a questo punto chiedersi se questo pensiero, pensando la
verità dell’essere, debba essere solo una rappresentazione teoretica
dell’essere e dell’uomo o da tale conoscenza si possa trarre
un’indicazione per la vita pratica, per l’agire.
La risposta di Heidegger è che questo pensiero avviene prima d’ogni
distinzione e non può essere, quindi, né teoretico né pratico, ma rammemorante
l’essere e nient’altro.
“Questo pensiero non approda ad alcun risultato e non ha alcun effetto”
,
dice Heidegger.
“Questo pensiero «non ha alcun risultato»: non fornisce né norme, né
valori. Questo pensiero non guida la condotta, ma conduce se stesso verso il pensiero della condotta in
generale, non come ciò che deve conformarsi ad una norma o ad un fine, ma
come ciò che costituisce la dignità stessa: dover fare senso d’essere, nel
proprio essere. (Del resto, se il pensiero come etica originaria «fornisse
massime univocamente calcolabili… sottrarrebbe all’esistenza niente meno che la
possibilità di agire»“
.
Se l’
etica originaria è allora il rifiuto di ogni regola normativa,
che ponga a priori quali debbano essere i contenuti dell’agire umano, essa si
presenta come la libera responsabilità di accettare il corrispondere alla
chiamata dell’
essere nell’
Ereignis, in un soggiorno (ηθος) nella radura dell’
essere.
Ma, “Con ciò che è integro, nella radura dell’essere appare ancor più il male, la cui essenza non consiste nella
semplice cattiveria dell’agire umano, ma nella malvagità dell’ostile”
.
Heidegger ci dice che nella radura dell’essere c’è anche la
presenza del male.
L’aprirsi all’
essere, l’accettare, quindi, la responsabilità del
fare-senso da parte dell’uomo significa allora aprirsi alla possibilità del
male. “Il dono… del fare senso si da anche come possibilità di non ricevere il
dono in quanto dono”.
“Questa stessa generosità offre la possibilità del «niente» nell’essenza
dell’essere”
.
Quindi, il “male” ed il “bene” sono espressi sul piano dell’essere
come “integro” ed “ostile”, e quest’ultimo è reso tale per la potenza del “niente”
nell’essenza dell’essere.
L’
etica originaria non nega quindi la possibilità del male,
proprio perché accetta la presenza della potenza nullificante del niente nell’essenza dell’
essere, che
possiamo chiamare l’ostile; ma Heidegger non nega la possibilità del male
nemmeno in “
Essere e tempo”, tanto che, riferendosi alla
Cura,
come costituzione esistenziale fondamentale dell’esserci, sostiene, in un
commento successivo all’opera citata: “In tale essere-nel-mondo in quanto Cura
si fondano cooriginariamente, perciò, anche tutti i modi ontici di
comportamento sia di coloro che amano, che di coloro che odiano…”
Heidegger, quindi, sostiene di non voler annullare i valori che fondano
la nostra civiltà “anche se il modo in
cui essi tengono assieme l’essere umano è così povero e precario
”;
ma, da quanto detto, proprio perché sostiene la necessità di sospendere la
dipendenza dagli stessi, per tentare di accedere al soggiorno presso l’
essere,
da parte dell’uomo, si pongono ora, a nostro giudizio, alcuni problemi.
Heidegger asserisce che ogni forma di etica è solamente frutto di un
momento particolare del destinarsi dell’essere e degli sviluppi
successivi delle incomprensioni, ad esso rivolte, da parte dell’uomo
inautentico. Nel nostro caso, la donazione che l’uomo è riuscito a portare al
linguaggio, dando così avvio al pensiero occidentale, è avvenuta nell’opera degli
antichi greci, in particolare quelli operanti prima di Platone, che non si sono
spinti fino al fondamento primo, all’essere, ma si sono avvicinati più
di ogni altro ad esso coi concetti di φυσίς e άλήθεια. Da questo momento in poi
la storia ci ha dato il segno della sua presenza attraverso le modifiche
metafisiche che hanno prodotto norme e regole frutto della contingenza.
Ma, cosa significa non poter annullare la mediocrità delle norme storiche
perché necessarie, e nello stesso tempo sostenere la necessità di elevarsi ad
un piano autentico, che, lungi da essere un espressione di merito, ci da però
la possibilità di entrare in contatto col fondamento stesso del bene e del
male, visti come integrità ed ostilità,
e quest’ultimo prodotto dalla presenza del «nulla» all’interno
dell’essere?
Heidegger dichiara, poi, di non voler sostenere che il soggiorno nella
radura dell’essere abbia un effetto sul piano pratico, sul vissuto
ontico. Ma, questo, è proprio possibile?
Cosa accadrebbe qualora un uomo riuscisse per un «attimo» a sfondare l’accesso
all’essere e si trovasse di colpo in quell’oceano infinito senza più
riferimenti, regole e norme, tale come si presenterebbe all’essere umano
autentico la radura dell’essere come Ereignis?
Heidegger, in primo luogo, è di certo cosciente dell’enorme difficoltà di
accedere all’autentico soggiorno, e, in secondo luogo, è anche consapevole
dell’impossibilità di mantenere a lungo tale momento; e di ciò è colma la sua
opera.
Prendiamo come esempio una frase rivolta all’amico Medard Boss: “… si può
comunicare poco sugli «sperati sprazzi di luce»
, in
quanto, in ciò, si tratta, soprattutto, di un mutamento dell’esperire e del guardare”
.
Gli “sperati sprazzi di luce” sono senz’altro sperati dall’esserci
umano, che anela all’autenticità, ma sono pur sempre sprazzi. E questo sembra
essere necessario se non vogliamo che la trasformazione a cui ci riferiamo non
sia così definitiva da produrre un qualcosa che non sarebbe più l’uomo.
Heidegger più volte dichiara di non essere un mistico. Ad esempio, nel
seminario del 9 luglio 1964 presso Zollikon, nel fare una critica alla pretesa
di totalità della scienza, dice: “Oggi domina la fede che soltanto la scienza
dia la verità obiettiva. Essa è la nuova religione. Rispetto ad essa, un
tentativo di pensare l’essere appare arbitrario e «mistico»”
.
Quindi, Heidegger non vuole ripercorrere le modalità scientifiche, ma non
accetta assolutamente di essere un mistico. Non possiamo, infatti, definirlo
tale perché il suo impegno è stato soprattutto quello di affermare un
fondamento primo, l’
essere, che non sia Dio, che non sia la materia, il
soggetto, e quant’altro, perché, come per l’Innominabile Nome Divino della
tradizione ebraica, ogni volta che identifichiamo un fondamento con qualcosa di
determinato, che sia Dio o il soggetto, abbiamo fatto un’operazione metafisica,
abbiamo tolto al fondamento la possibilità d’essere tale. Per questo Heidegger
non è un mistico, e la sua “estasi” è solo quella dell’uomo che riesce a vivere
il «
da» del suo «
sein», cosa questa che, però, non potendo essere
considerata come un momento estatico della coscienza, rimane ad uno stadio
speculativo.
Il merito di Heidegger è di essersi spinto fino ai confini delle
possibilità del pensiero, tanto che, il suo, non può più essere chiamato
filosofico, come lui stesso sostiene, e il pensatore deve giungere,
nell’oltrepassare il giogo della metafisica, ad una nuova forma: “Il pensiero a
venire non è più filosofia, perché esso pensa in modo più originario della
metafisica, termine che indica la stessa identica cosa”
.
Ma, cos’è il soggiorno nell’essere, che può avvenire solo per
pochi sprazzi? E come possiamo definire il contatto con esso, o, se vogliamo
dirla diversamente, con la profondità della nostra essenza? Non è forse questo
un momento alterato della coscienza?
Possiamo pure non chiamare mistica tutto questo, perché storicamente
siamo abituati nell’attività mistica dei cristiani ad avere una controparte
divina. Questo, però, non è sempre vero. Ad esempio, un adepto Zen
nella sua pratica di meditazione raggiunge una trascendenza estatica rivolta a
se stesso che passa attraverso la purificazione dei pensieri particolari, per
arrivare al nulla, come negazione dell’illusione di noi stessi, che non deve
essere considerata un momento negativo, ma la possibilità di accedere al tutto,
all’autenticità dell’esistenza, all’
essere. E qui non c’è nessun Dio di
riferimento.
Non sapremmo come definire questo “sprazzo di luce”, di cui parla
Heidegger, se non con l’aiuto di altri termini, di altri piani della conoscenza
che non si fermino alle facoltà del pensare razionale. Ci troviamo, però,
d’accordo con Heidegger quando si difende contro l’accusa d’irrazionalismo.
Cos’è, infatti, l’irrazionalismo se non l’esatto opposto della ragione? Ma,
qualora si accetti che la ragione sia solo uno dei piani delle facoltà umane,
l’irrazionalismo sarebbe solo il termine razionale per definire ciò che sta
fuori dal piano stesso della ragione, e non potrebbe essere considerato
nichilismo, ma solo un luogo diverso da quello razionale.
Per accedere alla radura dell’essere Heidegger parla della
necessità di mettere in atto una nuova forma del pensare, che inizialmente
passerà attraverso il ritorno al pensiero iniziale, perché questo rappresenta
il modo che abbiamo di ricominciare da capo; ma, fatto questo, il lavoro è
ancora da iniziare.
Ritorniamo, però, al tremendo momento dell’eventuale, già avvenuto,
accesso alla radura dell’essere, che, per motivi funzionali a ciò
che sosterremo, abbiamo chiamato “oceano infinito” senza più riferimenti.
Il distacco necessario dalle regole e dalle norme del quotidiano ci
porterebbe senza dubbio a quel momento estremo di vertigine di cui ogni
“tradizione” parla. E questo momento, come lo stesso Heidegger sostiene, può
accadere in pochi sprazzi di luce.
Nella radura, proprio per la presenza del fondamento sia del bene
sia del male, descritti da Heidegger come integro ed ostile, mettiamo in gioco
tutto, in quell’attimo di “sprazzo di luce” possiamo divenire un angelo del
bene o dannare come l’angelo caduto. Lì c’è il fondamento dell’armoniosa
convivenza tra gli esseri umani oppure, ad esempio, l’adesione al nazismo e la
responsabilità dell’ostilità della storia.
Non possiamo sostenere, con Heidegger, che l’etica originaria non
abbia nessun risultato e nessun effetto, e, se la proposta heideggeriana di
autenticità è sincera e drammaticamente vera, non possiamo accettare nemmeno
che sia solo un fondamento, il quale, una volta raggiunto, non abbia la
capacità di cambiare profondamente l’essere umano.
Pur essendo però in disaccordo con Heidegger sugli scopi del soggiornare,
ci chiediamo ancora, in primo luogo, se sia possibile raggiungere la radura
dell’essere e, se questo accadesse, in secondo luogo, come riuscire
nell’intento di orizzontarsi nell’oceano infinito che si presenterebbe.
L’Heidegger degli inizi risponde alla prima domanda attraverso l’angoscia,
la colpa, la decisione anticipatrice e l’essere per la morte,
il secondo, con la convinzione che la poesia sia la vera possibilità di oltrepassare
nel linguaggio le barriere dell’inautentico. Circa il secondo problema
Heidegger non da alcuna risposta.
Ora, attraverso una breve riflessione su Eraclito, tenteremo di costruire
una possibilità di confronto con i momenti significativi della tradizione
sapienziale, al fine di mettere in luce i limiti stessi delle risoluzioni
heideggeriane.
ERACLITO: IL PRINCIPIO
DEL PENSIERO E L’ARTE DELLA SAPIENZA.
Heidegger, nei semestri estivi degli anni 1943 e 1944 presso l’Università
di Friburgo, affronta uno studio approfondito su uno dei grandi pensatori del
primo momento greco. Queste lezioni rientrano nel già citato interesse per il
pensiero degli inizi che il Filosofo ha inteso come uno dei momenti essenziali
per chi voglia comprendere il nostro mondo e la necessità originaria di
cogliere cosa sia l’essere, ripartendo necessariamente dalle radici
della nostra storia, da un “prima” rispetto alla tradizione metafisica.
Ritornare alle origini significa per Heidegger ridare un nuovo
significato all’inizio, e questo sarà un modo per spingersi in avanti,
verso un nuovo inizio, tanto che, lui stesso, parla di filosofia
dell’avvenire.
Ripensare l’inizio, però, non significa ripetere lo stesso
percorso. Questo significherebbe perdere il carattere dell’originario.
Ripensare, quindi, vuol dire ripensare un altro inizio, e questa è una
tipica modalità heideggeriana, che per mezzo del ritorno al passato si spinge
verso il futuro.
Il modo fondamentale in cui si sviluppa la sua riflessione è il colloquio
con i pensatori del passato e, su un altro piano, con i poeti. Tale colloquio
non rappresenterà un’interpretazione storiografica, ma un dialogo pensante in
cui si produce qualcosa di originale, in cui viene alla luce il “non detto”, il
non pensato dei grandi pensatori, i quali, incoscienti loro stessi delle
possibilità delle proprie riflessioni, hanno prodotto un sistema di pensiero
che, a giudizio di Heidegger, porta in sé la domanda fondamentale che deve
essere posta, ossia, la domanda sull’essere.
Un’opera molto importante del secondo Heidegger, dove possiamo trovare
questa riflessione, sono i “
Beitraege” (“I contributi per la
filosofia”), che Heidegger scrive tra il 1936 ed il 1938, reputata da lui
stesso la sua opera fondamentale, ma incompiuta, dopo
Essere e tempo.
Le due lezioni che svolge su Eraclito sono quindi inserite in questo
contesto tematico che si articola in due momenti
: “L’inizio
del pensiero greco” e “Logica – La dottrina eraclitea del Logos”.
Nel primo corso s’intende fare esperienza dell’origine della metafisica
occidentale attraverso, precisamente, il suo “inizio”, in cui il
pensiero mette alla luce la sua prima essenza.
“
Chiamiamo quei pensatori che pensano nell’ambito circoscritto
dell’«inizio», i pensatori iniziali. Essi sono tre di numero. Si chiamano
Anassimandro, Parmenide ed Eraclito. In questo corso di lezioni tratteremo solo
di quest’ultimo. Nella parola d’Eraclito desideriamo fare esperienza di
qualcosa che riguarda l’«inizio»”
.
Il secondo corso, attraversando il duplice significato di “logica”, che
Heidegger pone tra virgolette per significare il luogo metafisico della stessa,
spiegando il momento della logica intesa come correttezza del pensare e come
logica delle cose, ritorna alla logica originaria, ossia, quella del pensiero
del Logos, così come lo esprime Eraclito.
Attraverso l’analisi che Heidegger farà su alcuni frammenti di Eraclito,
per testimoniare l’essenza del pensiero iniziale, i limiti dell’approccio della
“logica” e la necessità, quindi, di porre in avvenire la domanda più
fondamentale, ossia, quella sull’essere, affermeremo, da parte nostra,
che il filosofo tedesco non comprese a fondo la sapienza del pensiero degli
inizi.
Se è innegabile che l’analisi heideggeriana svolge con estrema perizia il
compito di sgombrare millenni di metafisica, per ritornare alle origini e
proporre un’autentica domanda sull’essere, è anche vero che essa sottovaluta il
profondo significato delle espressioni di Eraclito e dei primi filosofi greci,
in generale.
Lo scopo di questa nostra analisi, che non si fermerà ai frammenti, ma
tenterà di dare un significato diverso ad essi attraverso la comparazione col
pensiero sapienziale nel bacino del mediterraneo, sarà quello di mettere in
luce ciò che, appunto, la sapienza occidentale propose circa la fattibilità di un’etica
originaria. Costateremo altresì la mancanza che il Filosofo tedesco ha
mostrato nel non accorgersi che i frammenti da lui egregiamente analizzati a
proprio fine nascondevano una profonda sapienza; tale mancanza “ermeneutica”, a
nostro parere, coinciderà con l’impossibilità “fattuale” della realizzazione
dell’etica originaria.
Prima di iniziare ad analizzare le riflessioni che Heidegger fa su
Eraclito, chiederemo aiuto al Colli attraverso una delle sue più importanti
opere: “
La Sapienza Greca”
, al
fine di sostenere le nostre successive tesi sul filosofo greco. Precisiamo
anche che, pur non essendo il Colli esplicito nel manifestare la necessità che
si sia verificato uno scambio culturale all’interno del bacino del
mediterraneo, da parte nostra riteniamo che il pensiero sapienziale dell’antica
Grecia non poteva non aver avuto profondi contatti con le tradizioni della
sapienza egiziana, ebraica e del medio oriente. Questo presupposto ci servirà
per comparare il pensiero d’Eraclito, in particolare, con la mistica ebraica
.
Prima di proporre, però, le nostre ipotesi comparative daremo spazio alle
teorie del Colli.
“Coloro… erano chiamati «sapienti» dai loro contemporanei, e ancora
Platone li indica con tale nome”
.
Per il Colli, quindi, i primi filosofi, tra i quali Eraclito, erano
chiamati “sapienti”, e i sapienti erano coloro che possedevano l’eccellenza del
conoscere. Un conoscere, però, che nell’antica Grecia nasceva da un profondo ed
essenziale carattere iniziatico, che ben si evidenzia nel suo duplice volto,
che il Colli dimostra non essere in disaccordo interno, tra il dionisiaco e
l’apollineo.
“…tra i due dei esiste da un lato una profonda affinità – per lo stretto
riferimento alla sapienza – e dall’altro lato una netta antitesi, nel carattere
e nel manifestarsi.”
.
“Così Dioniso… è una cosa sola con Apollo, che è la sua contraddizione.
Ma è soprattutto il celebre passo del Fedro platonico sulla mania che mette in
evidenza l’identità di natura tra i due dei. Dioniso «induce gli uomini alla
follia» ed è lui stesso «folle»; Apollo suscita
la follia nel
divinatore, ma lui è «lontano»: in cambio però la mania in senso eminente è la
mantica, e, in Platone almeno, il dio della mania è soprattutto Apollo. Ma la
mania sta in rapporto con la sapienza… è per così dire un segnale della
sapienza, un suo annuncio. Diventando folle, la baccante riceve in se stessa
Dioniso, la cifra della sapienza. E il divinatore riceve da Apollo la parola
che non comprende e pronuncia «con bocca folle», ma che sarà interpretata come
sapienza. La mania è la sapienza vista dal di fuori, nel suo primo mostrarsi,
nel primo apparire come visione, danza, contatto, suono percepito, non ancora
ascoltato.”
Apollo e Dioniso, che apparentemente, soprattutto dopo le riflessioni di
Nietzsche, mostrano le loro basilari diversità, come ci fa notare il Colli, non
sono così tanto diversi.
Un’altra testimonianza che vuole dimostrare che la conoscenza greca ha profonde
basi iniziatiche viene offerta dal noto evento misterico di Eleusi, uno dei
vertici della vita greca, celebrato annualmente alla fine dell’estate. E che
questo “fosse una festa della conoscenza, risulta chiaro dalle testimonianze
degli antichi, ma i moderni, all’infuori di qualche timido accenno in
contrario, non vogliono ammetterlo. La ragione è la solita: se di conoscenza si
vuol parlare, dovrebbe trattarsi di conoscenza mistica – ma la conoscenza
mistica non esiste, e se anche esistesse, sarebbe qualcosa di torbido, in ogni
caso incompatibile con la chiarezza e la misura greca.”
Dall’ultima citazione del Colli circa ciò che i moderni sosterrebbero del
pensiero greco, ossia, che esso fu chiaro e misurato, possiamo costatare,
almeno al suo inizio, che le cose non stavano proprio così: basti pensare a
quanto peso ebbe l’enigma nei primi pensatori, come nello stesso
Eraclito, e quanto quest’ultimo, a ben dire, cosa che a proprio fine notò anche
Heidegger, fosse chiamato l’oscuro.
I moderni non accettano la possibilità della radice mistica della filosofia
greca, ed il Colli, dopo opportune dimostrazioni di quanto sostiene, dice: “…
Bisogna prendere atto, sulla base di documenti antichi e non ambigui, che la
suprema esperienza conoscitiva, dal VII sino al IV secolo a.C. (e si potrebbe
dire sino al III secolo d.C., se volessimo considerare Plotino), rimase in
Grecia qualcosa di immutabile nella sua natura, senza sviluppi. Certo,
l’esperienza collettiva di Eleusi non fu la stessa cosa dell’esperienza di
Parmenide e di quelli che vennero dopo, ma il tipo di conoscenza, magari
irrecuperabile per noi, rimase unitario.”
Nella conoscenza interpretata come il luogo della sapienza iniziatica vengono
a coincidere teoria e prassi. Essa diventa una norma di condotta, e la scelta
di affrontare o no questo difficile percorso, quello della sapienza così
intesa, è testimoniata da un discorso orfico che parla delle “strade”
,
quelle da seguire e quelle da evitare
,
quelle degli iniziati e quelle dei volgari. “La via, il sentiero è un’immagine,
un’allusione che ritorna nell’età dei sapienti, in Eraclito, in Parmenide, in
Empedocle”
.
In questo contesto è semplice arrivare alla conseguenza di confutare
quanto detto da Aristotele circa i cosiddetti sapienti “fisici”, come,
ad esempio, Talete, al quale Aristotele assegna l’affermazione
del principio delle cose come acqua.
Per quanto le testimonianze su Talete siano molto rare, oltre ad
ipotizzare con notevole certezza che, quando i “sapienti” parlarono di
elementi
non si riferirono allo stato fisico, ma espressero la nota metafora dei “
4
elementi”,
fuoco,
aria,
acqua e
terra del piano
sapienziale, che corrispondevano alla costituzione sia dell’anima umana, il
microcosmo, sia del macrocosmo, possiamo anche supporre, dice il Colli, che “Talete
derivasse dall’Egitto l’identificazione fra Osiride e l’elemento acqueo”
.
E’ interessante osservare, inoltre, che
Talete sosteneva che “tutte
le cose sono piene di dei”. Ora, Il Colli si chiede, ancora criticando la tesi
aristotelica di definire fisici i primi pensatori greci, “Chi dice che l’acqua,
nella sua materialità, è il principio di tutte le cose, come può dire che tutte
le cose siano piene di dei?”
.
Aristotele stesso, per di più, riporta questa testimonianza come
esemplificazione della tesi di
Talete sostenente che l’anima è diffusa
in tutto l’universo, quindi, “… se tutte le cose sono piene di dei e se tutte
le cose – anche quelle apparentemente inanimate – sono piene d’anime, ne segue
che per Talete anima e divinità sono la stessa cosa. La portata di questa
dottrina è grandiosa, e il suo influsso su Eraclito ed Empedocle evidente. Da
questo sfondo forse emerge l’esaltazione dell’interiore, la vibrazione del
nascosto che pervade le parole eraclitee”
.
Dovendo, nel nostro caso, rendere funzionali le osservazioni sulla
sapienza greca al colloquio che Heidegger ebbe con un sapiente in particolare,
ossia, Eraclito, ci soffermeremo ancora qualche riga sullo stesso, riportando
le tesi del Colli.
Eraclito di Efeso è di sicuro un sapiente che si proclama
possessore e scopritore di una legge divina a cui lui stesso da il nome di
Logos.
Esso è la trama nascosta del dio che fonda ogni cosa e che coincide con il
discorso
di Eraclito
; ed esso si presenta in
forma di enigmi.
“…si presenta l’ipotesi che tutta la sapienza di Eraclito sia un tessuto di
enigmi che alludono a un’insondabile natura divina. Si tratta del tema
dell’unità dei contrari. Si è detto che l’unità, il dio, il nascosto, la
sapienza, sono designazioni del fondamento ultimo del mondo”
.
Quindi, possiamo dire che gli enigmi, il celato, il termine stesso con
cui venne ricordato Eraclito, l’
oscuro, sono, per il Colli,
l’espressione del dio, l’insondabile linguaggio divino così bene utilizzato
dall’oracolo, manifestazioni sensibili che sono l’orma del nascosto. Da ogni
coppia di contrari nasce un enigma, il cui scioglimento nell’unità mostra il
dio che sta a fondamento, come lo stesso Eraclito dice: “Il dio è giorno-notte,
inverno-estate, guerra-pace, sazietà-fame”
.
La forma dell’enigma vuole, quindi, accennare al salto che c’è tra l’uomo
immerso nel tempo e nel suo divenire e gli dei che sono senza fluire temporale,
sin dal principio. Di ciò sembra possa offrire un esempio significativo la già
accennata enigmaticità della conoscenza del futuro svelata dal dio, da Apollo.
E qui ci si può riallacciare alla coppia Dioniso - Apollo, i quali trovano la
loro matrice comune nella
mania, che Nietzsche sembrerebbe considerare
propria al solo Dioniso. “Ma la mania è qualcosa di più dell’ebbrezza, è
l’unico approccio autentico alla divinità, quando l’uomo annulla la propria
individuazione”
.
Alla mania Apollinea è strettamente collegata, anche secondo
Platone, e, per quest’ultimo, addirittura in posizione subordinata, la mania
dionisiaca dell’orgiasmo e dei misteri.
Possiamo concludere, ora, che il fondamento della sapienza greca sta in
un atteggiamento verso il dio che mostra la sua faccia “irrazionale”, legato
alla follia e al distacco dal proprio ego, per accedere ad un piano di
coscienza diverso da quello quotidiano.
Come abbiamo sopra dichiarato, il pensiero relativo alla sapienza greca è
stato da noi sottratto, forse in modo grossolano e troppo sbrigativo, al lavoro
del Colli.
Il nostro scopo sarà quello di sottolineare, per quanto lo spazio a
nostra disposizione ci consentirà, che Heidegger nel suo colloquio con
Eraclito, non si accorse di avere a disposizione il lavoro di un sapiente e non
solo, quindi, quello di un pensatore.
Ad Heidegger interessava mostrare, in maniera anche condivisibile, come
il discorso di Eraclito consentisse di accedere ad un nuovo inizio, che
necessitava del ritorno alla domanda che i greci del primo momento offrirono al
pensiero, domanda che si fermò, con lode, all’affermazione dell’άλήθειά come
inizio e fondamento essenziale della φύσις, ovvero, dell’άλήθειά in quanto non-nascondimento
del nascondersi. Ma, anche i greci si
fermarono prima della domanda più originaria, quella che, per Heidegger, deve
essere la domanda più degna di essere posta. Essi si fermarono al venire alla
presenza e non posero la domanda al fondamento stesso del venire alla presenza
in quanto tale: l’essere.
Le nostre osservazioni si riferiranno a soli due frammenti, il 43 ed il
118 della numerazione Diesel- Kranz, presa in considerazione da
Heidegger stesso.
In questi frammenti osserveremo, anche con l’aiuto di alcune comparazioni
con la tradizione sapienziale del bacino del mediterraneo, come siano
individuabili, in seconda lettura, limitatamente alla grandezza dei frammenti,
e in maniera velata e sottile, alcune indicazioni iniziatiche mostranti le
necessarie attività da intraprendere al fine di accedere a quel momento che
Heidegger chiama dell’etica originaria, senza rischiare un totale ed
incontrollabile salto nel vuoto. Cosa che, se accadesse, porterebbe al bene o
al male, ossia, all’integrità dell’integro o all’ostilità preda della
potenza nullificante propria dell’essere stesso.
Frammento 22B43 DK:
“ϋβριν χρή σβεννύναι μάλλον
ή πυρκαϊήν”
“Bisogna spegnere la presunzione ancor più dell’incendio”
“Le fiammate devastanti sono la conseguenza del divampare della
presunzione. Con l’estinguersi di queste fiammate la hybris non è ancora
spenta, anzi, non è ancora stata sfiorata o presa in considerazione. Si
estingue solo prestando un attento ascolto al Λόγος. Solo se vi è
quest’ascolto, vi è il sapere autentico, τό σοφόν, e con esso diventa visibile
ciò che in esso si deve sapere ed è effettivamente saputo. Ma è molto difficile
– anzi è la cosa più difficile per gli uomini che sono molto abili e che
pensano molto – riconoscere esattamente l’unicità dell’autentico sapere e di
ciò che si deve sapere.”
Questo commento, posto in un secondo tempo in appendice assieme all’altro
che citeremo per il successivo frammento 118, era inserito dapprima in un
passaggio delle lezioni in cui Heidegger sosteneva le “Tre vie per rispondere
alla domanda: che cos’è il Λόγος”.
La prima via riguardava l’accesso al Λόγος come “Uno e Tutto”,
la seconda, come raccolta e riunione, ed infine, la terza via, di cui
fanno parte il commento citato e quello che seguirà, afferma l’accesso attraverso il Λόγος
della ψυχή ed il concetto di όμολογείν. Quest’ultimo termine è
tradotto da Heidegger col significato di “prestare ascolto al Λόγος”, in
pieno accordo con esso, nel dire che “Tutto è Uno”.
Heidegger nel passo a cui ci stiamo riferendo analizza, quindi, lo
stretto legame tra l’uomo ed il Λόγος, che Eraclito evidenzia come
necessità per accedere al vero sapere. E lo fa sempre con lo sguardo critico
rivolto al pensiero calcolante, alla tecnica moderna.
La presunzione che nel frammento viene dichiarata è, per Heidegger,
quella dell’uomo calcolante, il quale, con egoismo, pensa di poter esplorare le
infinite vie del Λόγος di propria iniziativa, andando “… a cozzare
contro le strettoie e contro le costruzioni dovute ai limiti che si è imposto
da sé”. Così facendo, preso dall’affaccendarsi verso l’ente, omette la
domanda rivolta all’essere ed il
conseguente accordo con esso.
Non si tratterà in questo contesto di non condividere il tema heideggeriano,
ma di sostenere che, forse, il frammento vuole dire molto di più.
Da parte nostra sosteniamo che la ύβρις, la presunzione, è quell’attività
“rozza” dell’ego che ostacola il cammino iniziatico, di qualunque forma esso
sia. Il
fuoco, propulsore dell’iniziato, che lo spinge, quindi, verso il
divenire del suo cammino, nel frammento d’Eraclito è chiamato “fiammata”. Esso
non è quindi nominato come uno dei quattro elementi fondamentali del
quaternario
(
fuoco,
aria,
acqua e
terra), ma come fiammata, ovvero, l’espressione sbagliata
della sua essenza.
La presunzione umana, pertanto, non permette di utilizzare il “fuoco
dei sapienti” nel giusto modo, come fonte necessaria per intraprendere il
percorso iniziatico, ma lo fa cadere a fiammata che brucia con la sua
forza, qui negativa, ogni possibilità di intraprendere la “strada”.
Prendiamo ora un’immagine degli arcani maggiori dei tarocchi, già citati
in nota, quella dell’eremita. Questo, in grande sintesi, spesso, è
raffigurato con una lanterna, che sta per la luce che il sapiente ha per
procedere nel suo cammino, ed un serpente rosso che, docile, procede al suo
seguito.
Citiamo da un passo del saggio sui tarocchi del Wirth la tesi di come la
tradizione sapienziale cabalistica ed alchemica abbia inteso quanto riferito
circa la necessità di annullare la presunzione, per utilizzare il fuoco
iniziatico recuperato dalle fiammate dell’ego.
“Se [l’eremita, quindi, il sapiente]
incontra sul suo cammino il serpente delle brame egoistiche , non cerca di
imitare la donna alata dell’Apocalisse, che posa il piede sul capo del rettile,
in una allusione al misticismo ambizioso di vincere l’animalità. Il saggio
preferisce incantare il serpente, perché si attorcigli
attorno al suo bastone…“
.
La tradizione ermetica e quella cabalistica, quindi, individuano la
necessità di utilizzare il fuoco, avendolo depurato dalla presunzione
dell’ego, e questo meccanismo può essere evidenziato dalla metafora del
serpente che nell’arcano dell’eremita sta docile al suo seguito.
Riteniamo che il detto di Eraclito nasconda anche la necessità iniziatica
di agire nel modo suddetto, e con ciò proseguiamo col frammento 118 nel quale
viene invece indicata un’altra esigenza, che riteniamo sia un passaggio
fondamentale per sostenere un accesso all’essere, per non uscire dai
termini heideggeriani, con cui si potrà accedere all’etica originaria
senza il rischio di cadere nell’evento diabolico che Heidegger chiama,
rimanendo su un piano ontologico, la “malvagità dell’ostile”.
Frammento 22B118 DK:
“αΰη ψυχή σοφωτάτη καί άρίστη”
“L’anima sobria è la più saggia e la più nobile”
“Il termine αΰη indica il «secco»;
qui però non significa ciò che è diventato secco, prosciugato, vale a dire che
è privo di vita; in questo caso il termine αΰη significa l’asciutto che è
l’opposto dell’umido, quest’ultimo inteso come ciò che è putrido e marcio, ciò
che ribolle ed è quindi ebbro. L’anima sobria è quella che si accorda
[gestimmt] con la voce [stimme] del Λόγος, al quale essa presta ascolto. Da
questo detto possiamo comprendere nuovamente come i Greci intendevano la
nobiltà: essa si fonda nel sapere e fiorisce da esso. La nobiltà dell’uomo è
l’affinità originaria con l’uno che è tutto in quanto è quell’unico che
unifica.”
In questo commento Heidegger sembra inizialmente voler dare
un’interpretazione molto vicina a quella iniziatica. La traduzione del termine
αΰη con l'aggettivo "secco" lo dimostra. Questo probabilmente è il
termine più adatto ad esprimere ciò che noi riteniamo sia il senso del
frammento. Poi, Heidegger continua: per secco non dobbiamo intendere il privo
di vita, ma l’opposto dell’umido. E con la spiegazione del termine umido ancora
rimane vicino ad un orizzonte di senso sapienziale. Umido, infatti,
rappresenta tutto il mondo emozionale umano che, se pur colmi di sostanza ogni
nostra espressione della vita quotidiana, come amore ed odio, per chi intraprenda
una “Via” intesa come percorso iniziatico di trasformazione diventa un luogo da
abbandonare, da disinnescare, perché sotto l’azione della grossa potenza del fuoco
iniziatico, questo, l’umido, diverrebbe una forza incontrollabile,
che, di nuovo, produrrebbe la caduta dell’iniziato in preda al caos. Heidegger,
quindi, definisce l’umido come putrido e marcio. Detto questo, però, riporta il
discorso a ciò che a lui più interessa, ossia, dire che il fondamento, il
Λόγος, non può assumere il senso che assunse in seguito sotto il dominio della
metafisica.
“Dobbiamo tentare di pensare il Λόγος così come qui viene detto, senza
permettere che si inserisca qualche essere spirituale, una persona, un Dio, una
provvidenza, o quanto è sempre entrato di straforo, solo perché così
risulterebbe più facile per noi e per il nostro modo di pensare abituale
poterci rappresentare qualcosa di questo Λόγος rapidamente e senza fatica.”
Come abbiamo già prima sostenuto, il lavoro lodevole che Heidegger fa è
quello di proporre un fondamento che non sia definito in maniera semplicistica
e particolare da un oggetto qualsiasi della metafisica.
Eraclito intende, di sicuro, parlare del Λόγος come έν πάντα είναι,
ossia, come un Tutto che è in Uno, dove il Λόγος stesso non può
essere l’elemento separato di questa relazione, ma la relazione stessa dell’Uno
che in sé è tutte le cose.
Ci sembra però che il frammento 118, pur dando per scontato il fatto che
a fondamento d’ogni espressione ci sia il Λόγος come Uno che comprende Tutto,
voglia indicare una delle necessarie operazioni che l’iniziato deve compiere
per far sì che possa accedere, opportunamente trasformato, a quell’armonia
indicata come Λόγος, l’accordo (όμολογείν) col quale è il fine della strada
intrapresa, e massima espressione dell’essere umano.
Questo percorso viene nelle tradizioni sapienziali descritto come luogo
da cui l’uomo è caduto, cosa avvenuta all’Adamo e all’Eva della Torà. Questo è
anche il luogo che dobbiamo poter pensare sia quello indicato, in altri
termini, da Heidegger come l’aperto, come momento dell’ereignis.
Per le tradizioni sapienziali, e per lo stesso Heidegger, c’è, però, non
certo un luogo spaziale, ma la massima espressione dell’uomo autentico,
e il percorso di trasformazione tende verso questo momento in cui, fuori della
metafora, non va individuato il posto da dove veniamo, ma indicato il luogo
verso cui l’uomo deve dirigersi se sente la necessità di uscire, in termini heideggeriani,
dall’inautentico del vissuto quotidiano, dalla dipendenza dal man della deiezione.
Si evidenzia, a questo punto, che anche il termine utilizzato da
Heidegger per mostrare l’evento della gettatezza, la deiezione, entra
nelle metafore della caduta dei miti antichi. Ciò che questi descrivono
come reintegrazione, come pure si può evincere dai frammenti eraclitei,
come accordo col logos, vale per quello che Heidegger sostiene essere l’autentica
apertura dell’uomo, il quale esprime il da del suo sein, nel
momento estremo dell’Ereignis. Dove questo avvenisse lì ci sarebbe l’Etica
Originaria, in quel momento cadrebbe ogni potere normativo della metafisica
e si affermerebbe il contatto con il fondamento stesso di questa.
Ritornando al frammento 118, intendiamo sostenere, appunto, che il
Sapiente ci indica, qui in particolare, un’operazione necessaria per giungere a
questa possibilità, senza rischiare la follia, ovvero, la perdizione diabolica
causata dalle irrisolte impurità umane.
Per spiegare quello che riteniamo sia il messaggio essenziale del
frammento 118, che, ripetiamo, non vuole escludere l’interpretazione heideggeriana,
che individua la necessità di un accordo col Logos da parte dell’uomo,
chiediamo aiuto ai primi versi della Genesi, in cui riteniamo di trovare lo
stesso momento operativo descritto da Eraclito nel frammento 118.
Nella Torà, quando Elohim, uno dei nomi di Dio, si adopera nella
creazione, ci aiuta anche a comprendere quali sono i momenti da considerarsi
“buoni” e quali no.
In questo contesto è opportuno non considerare il piano della lettura
religiosa, ma quello della sapienza. La Torà, quindi, se letta in questo modo,
raccoglie le indicazioni più raffinate per indicare i passaggi necessari di un
percorso iniziatico, che ha come scopo la reintegrazione umana, ossia, come già
espresso in termini più espliciti, con grande probabilità, indicare la
direzione per produrre (
producere)
più
alte possibilità umane. Quando, quindi, si sostiene che una cosa è buona
significa individuare la giusta modalità operativa per l’iniziato
.
Quindi, è scritto: “Dio (Elohim) vide che era cosa buona”.
Costatiamo che quest’espressione positiva non compare ogni volta che Dio
agisce nella creazione.
Ad un certo punto, infatti, dal sesto versetto al decimo, dopo che Elohim
ebbe separato la luce dalle tenebre, fatto che risultò essere cosa buona, si
legge: “Dio disse poi: «Sia una distesa in mezzo alle acque che separi le une
dalle altre». Dio fece la distesa e separò le
acque che sono al di sotto
della distesa da quelle che sono al di sopra di essa. E così fu. Dio chiamò
cielo la distesa. Così fu sera e fu mattino, un secondo giorno. Dio disse: «Si
riuniscano le acque che sono al di sotto del cielo in un sol luogo sì che
apparisca l’asciutto». E così fu. Dio chiamò l’asciutto, terra, e chiamò mari
l’ammasso delle acque. Dio vide che era cosa buona.”
Da questi pochi versi del Bereschit (Genesi) troviamo molti
importanti momenti che possiamo definire operativi, ossia, riguardanti le
operazioni che l’iniziato deve compiere per percorrere la strada della
cosiddetta reintegrazione, che Heidegger e
l’Eraclito heideggeriano chiamerebbero l’accordo col Logos, l’όμολογείν.
Le acque sono divise e fra loro è posta una barriera, il firmamento.
L’acqua, l’umido, come giustamente lo chiama Heidegger riferendosi al frammento
118 di Eraclito, non è tutta putrida e marcia. L’acqua è superiore ed
inferiore. La superiore del Bereschit, è l’acqua superna, l’acqua pura, quella in
cui potremmo individuare l’essenza stessa del bene, da cui, in basso,
provengono le emozioni. L’acqua putrida, l’umidità che legge Heidegger in
Eraclito, quella stessa umidità che va asciugata, va riferita alle acque basse.
Queste rappresentano le emozioni umane, che rendono l’uomo quell’essere incontrollabile che è.
L’umidità, quindi, nel microcosmo, è senz’altro, causa dei più alti sentimenti,
ma anche dell’odio e della passione più sfrenata. Nel percorso iniziatico,
quindi, tutto questo va asciugato, le emozioni non possono più essere
quell’energia caotica che schiaccia l’uomo sulla presunzione soggettiva in
preda al sentire, ma devono necessariamente essere convertite a forza
propulsiva, così come suggerito dall’arcano dell’eremita sopra citato. Quindi “Elohim
vide che era cosa buona” solo quando le acque inferiori furono separate
dalla terra, quando si definì l’asciutto, visto come condizione
essenziale per procedere nel percorso.
Quest’immagine è esemplificata simbolicamente nella prima lettera
dell’alfabeto ebraico, L’Alef Beit.
La lettera è l’Alef, che riproduciamo ingrandita per meglio
evidenziare quanto seguirà:
א.
Questa lettera è composta, per la
tradizione cabalistica,
di 3
parti, sempre utilizzando lettere dell’alfabeto ebraico. Queste lettere sono
due Yod (
י) ed una Vav (
ו).
Le due Yod, che stanno a rappresentare
le due estremità, superiore ed inferiore, rappresentano le acque alte e le
basse, il firmamento è invece raffigurato dalla lettera Vav,
in
posizione centrale, inclinata.
La lettera Alef ha una profonda
particolarità. Stando al suo valore ghematrico
,
osserviamo che esso è 1, l’unità. Ma ogni lettera dell’alef beit assume più
valori in base al sistema di riferimento a cui ci riferiamo
. Se
assumiamo come valore di riferimento quello che viene dalla somma delle lettere
che la compongono, due yod ed una vav, la stessa assume il valore ghematrico
26.
Questo è un numero molto importante
perché è il valore del Tetragramma Divino, l’Innominabile YHVH (יהוה). Il numero 26 è, qui, dato dalla
somma delle 4 lettere componenti il Tetragramma, ossia, 2 He (ה) una yod (י) ed una vav (ו).
Il valore assegnato a queste
singolarmente è 10 per la yod, 5 per la He e 6 per la vav. Essendo il
Tetragramma il più importante Nome Divino, per questo impronunciabile, ci indica,
in questo caso, per mezzo della presenza simbolica dell’alef all’interno del
meccanismo che abbiamo descritto nella genesi, che nel movimento che passa tra
la divisione delle acque e quanto successivamente deve accadere all’iniziato
c’è un sotterraneo principio di unità.
L’essere umano, l’iniziato, quindi,
che intende raggiungere quest’unità deve prima asciugare le emozioni dell'ego,
le acque putride, così come le chiama Heidegger, per ricongiungersi nell’unità
dettata dalla presenza occulta del Tetragramma in questi versi. Uscendo
evidentemente da problematiche religiose che vanno, a nostro parere, sempre
tradotte in termini iniziatici operativi, e dovendo ora anche riferirci al
frammento eracliteo, possiamo dire che l’operazione del passaggio dall’acqua
putrida all’asciutto sia un momento necessario per accedere a quell’accordo col
Λόγος che sostiene Heidegger quando
colloquia con Eraclito.
Da ciò, il frammento 118 dice: “L’anima
sobria (secca, asciutta) è la più saggia e la più nobile”.
Possiamo ora terminare questa parte
dell’elaborato concludendo che Heidegger, nell’analisi dei frammenti di
Eraclito, nel dichiarare, perciò, le sue istanze dirette alla domanda iniziale
rivolta all’essere, sembra non accorgersi del grande messaggio che il sapiente
enigmaticamente ha comunicato. Riteniamo, altresì, che proprio il messaggio
iniziatico di Eraclito possa indicare il percorso ideale per raggiungere
l’accordo con l’essere che Heidegger sostiene necessario ed il difficile
afferramento della con-presente (all’essere) etica originaria,
senza che l’accesso a questo piano, a causa della perdita dei riferimenti
inautentici, ma stabili, dell’etica,
possa rischiare di diventare l’inizio di un’esperienza diabolica e
devastante in preda alla “furia”.
HEIDEGGER:
Il RAGGIUNGIMENTO DELL’ETICA ORIGINARIA E GLI STRUMENTI DEL MESTIERE.
Ci sembra opportuno, a questo punto,
individuare sinteticamente quali siano i concetti che Heidegger mette in campo
per indicare un percorso di trasformazione dell’uomo, che, partendo dalla
condizione inautentica della pubblicità, immersa nell’incoscienza del Man,
si dirige verso una dimensione autentica che passa attraverso il
disvelamento del proprio esserci e giunge all’apertura verso l’essere
stesso.
Divideremo la nostra riflessione su
tali sviluppi heideggeriani per ciò che sono stati nel suo primo momento e,
dopo la cosiddetta “svolta”, nel
secondo.
In Essere e Tempo Heidegger
affronta la domanda filosofica fondamentale: la domanda sul senso di ciò che
chiamiamo “essere”. A questo problema Heidegger risponde mostrando la
costitutiva temporalità propria all’essere in generale, e traccia il
metodo privilegiato per rispondere alla domanda sull’essere, ossia, attraverso
l’indagine da compiersi su un ente in particolare, l’esserci: noi
stessi.
In questo percorso, essendo l’uomo, il
mezzo per comprendere il significato dell’essere, è inevitabile dover
cogliere il senso dell’essere dell’uomo e, necessariamente, come l’uomo
deve agire per comprendere egli, in prima persona, l’essere stesso.
In Essere e Tempo, quindi,
possiamo senz’altro rintracciare le prime proposte heideggeriane sulle modalità
che l’uomo ha di accedere alla comprensione dell’essere, momento in cui
può avvenire quell’accordo con l’etica originaria, che sosterrà a
partire dalla “Lettera sull’«Umanismo»”.
In “Essere e Tempo”
individuiamo alcuni momenti fondamentali, che possiamo considerare possibili
percorsi di una necessaria trasformazione umana, per vivere, fuori da ogni
potere normativo, nel luogo dell’etica originaria: l’angoscia, la decisione, l’essere per la morte,
la colpa, la chiamata.
L’esserci, immerso nella sua
inautenticità, come ben sappiamo, è distante dal cogliere ciò che gli è più
vicino, ossia, il proprio essere.
Uno stato d’animo particolare, quello dell’angoscia,
può rivelare l’essere dell’esserci all’esserci stesso, la Cura (Sorge):
la condizione fondamentale dell’ente che noi siamo. Qui l’uomo ha la
possibilità di “strappare” l’apparente familiarità del suo quotidiano, e
questo, negli sviluppi del pensiero heideggeriano, significa poter accedere
alla comprensione di ciò che realmente siamo, ossia, esseri finiti.
Questo avviene attraverso l
’essere
per la morte che, come specifica Heidegger nel corso della sua trattazione,
non va considerato un fatto dell’esserci umano, ma una possibilità: “La
morte
è per l’esserci la possibilità di non-poter-più-esserci”
.
Entrano qui in gioco gli altri termini
fondamentali di quest’operazione d’accesso all’autenticità, già sempre
possibile per l’esserci. Heidegger sostiene che un evento profondo deve
scuotere l’esserci per far sì che possa iniziare il suo percorso di vissuto
autentico. L’esperienza a cui ci riferiamo è la chiamata della
coscienza, che Heidegger chiarisce come “voce” silenziosa con funzione
eminentemente ontologica, che l’esserci pone a se stesso. In termini meno
tecnici e fuori dal piano ontologico potremmo dire che sia un’istanza interiore
che non possiamo a nostro giudizio, in nessun modo, motivare razionalmente.
Questa “voce” ci rende coscienti di
una “colpa”, che in questo caso non ha alcun carattere morale, ma esprime una
deficienza costitutiva dell’
esserci, “Nel contesto di Essere e Tempo,
non più come la conseguenza di un agire, non già in relazione a una
responsabilità di qualche tipo, bensì nei termini – potremmo dire – di una
condizione e di uno stato”
.
L’
esserci, quindi, in quanto
cura,
è nella sua struttura attraversato da un
non ontologico. “Perciò la
Cura, cioè l’essere dell’Esserci in
quanto progetto gettato, significa: il (nullo) essere fondamento di una
nullità. Il che significa: l’Esserci è, come tale, colpevole
.”
.
Questo ci ricorda come, pure, deve
essere il senso della “colpa originaria” nella Torà, che ben si addice a
ciò che abbiamo definito come “caduta”, ossia, non già il posto da dove
proveniamo, ma il luogo verso cui dobbiamo dirigerci. Da ciò, la colpa della Sacra
Scrittura, in questo caso, con Heidegger, riteniamo debba essere intesa
come uno stato costitutivo dell’esserci e non come una norma infranta di regole
già precostituite.
Quindi, “La comprensione della
chiamata apre l’Esserci, sempre di qualcuno, allo spaesamento e all’isolamento.
Lo spaesamento, con-scoperto nella comprensione, è aperto genuinamente dalla
situazione emotiva che è propria di esso, l’angoscia. Il fatto dell’angoscia di
coscienza è una riprova fenomenica della fondatezza della nostra asserzione
che, nella comprensione della chiamata, l’Esserci è posto innanzi al proprio
spaesamento. Il voler-aver-coscienza diviene così un esser-pronto
all’angoscia”
, ed ancora, “L’apertura
dell’Esserci implicata nel voler-aver-coscienza è quindi costituita dalla
situazione emotiva dell’angoscia, dalla comprensione come autoprogettarsi nell’esser colpevole più proprio, e dal
discorso come silenzio. L’apertura autentica, attestata nell’Esserci stesso dalla
sua coscienza, cioè «il tacito ed angoscioso autoprogettarsi nel più proprio
esser-colpevole», è ciò che chiamiamo
«decisione»”
.
La
decisione si presenta,
quindi, come un “… lasciarsi-risvegliare dalla perdizione nel Si”
.
C’è in Heidegger l’intenzione di
pensare la decisione fino alla fine, ossia, individuare la modalità in
cui attraverso di essa si realizza la possibilità dell’esistenza autentica,
nelle scelte concrete dell’esserci. Ciò significa, quindi, assegnare all’essere
per la morte il modo favorito dell’essere decisi, per mezzo di cui
l’esserci è in grado di comprendersi autenticamente.
Per Heidegger, quindi, la possibilità
di uscire dalla quotidianità è
possibile, e lo è nei modi sopra sintetizzati. Gli stessi termini non sono del
resto estranei alla tradizione sapienziale. Ad esempio il concetto di morte è
il passaggio essenziale per intraprendere un percorso iniziatico. E’
necessario, infatti, morire per accedere a nuova vita, ossia, dobbiamo saper accettare
la responsabilità della decisione heideggeriana per abbandonare le nostre
false convinzioni sul mondo e le certezze su noi stessi. Se ciò produce
l’enorme e scomodo smarrimento dell’angoscia, questo è però un passaggio
obbligato per rivolgersi a quel luogo originario che Heidegger chiama essere.
Approdiamo, dunque, al secondo
Heidegger, momento rappresentato emblematicamente dalla
Lettera
sull’«Umanismo», “con la quale soltanto si può dire che il mondo degli
studiosi abbia preso atto della «svolta» avvenuta nel pensiero Heideggeriano,…”
.
Le considerazioni che Heidegger fa, in
questo secondo momento della sua riflessione, passano attraverso il legame
essenziale che c’è tra l’uomo e l’essere attraverso il linguaggio.
“ Il linguaggio è la casa dell’essere.
Nella sua dimora abita l’uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa
dimora. Il loro vegliare è il portare a compimento la manifestatività
dell’essere; essi, infatti, mediante il loro dire, la conducono al linguaggio e
nel linguaggio la custodiscono”.
Il linguaggio di cui parla Heidegger,
inteso come veicolo principale per accedere all’essere, tuttavia, non è
il linguaggio arbitrario che utilizzano i parlanti per comprendersi, ma il
luogo in cui l’essere può manifestarsi. Per far sì che questo avvenga il
linguaggio non può più essere agito per mezzo di una filosofia del linguaggio,
ma va purificato dalla grammatica tradizionale che lo stringe nella morsa delle
sue forme logiche, e questo sarà il compito del poetare e del pensare.
Nel secondo Heidegger, quindi, non c’è
una precisa indicazione sul come arrivare in concreto all’essenza dell’essere,
ma è solo affermata la necessità di porre la domanda fondamentale, quella sull’essere,
in un altro modo: attraverso il poetare e un nuovo pensare, che non sia più il
luogo della filosofia tradizionale, che chiamiamo metafisica. Questo potrà
avvenire, come abbiamo già visto, attraverso il colloquio con i poeti ed i
pensatori del passato.
Dalla comprensione della storia del
nostro pensiero, che ricaveremo da questo colloquio, nascerà l’accusa verso
l’ontologia prodotta dalla metafisica, accusa questa che non sarà rivolta al
fatto che essa pensa l’essere dell’ente bloccando l’essere nel
concetto, ma al problema che, non comprendendo l’esistenza di un pensiero più
rigoroso di quello concettuale, misconosce la domanda più importante, quella
sulla verità dell’essere.
Il pensiero che tenta di pensare in
questa nuova direzione, quella dell’
essere, dice Heidegger, “nella
difficoltà di aprire il primo varco, porta… ben poco di questa dimensione
assolutamente diversa”
.
Attraverso il pensiero, quindi, l’uomo
sembra avere la possibilità di dirigersi verso la verità dell’essere,
attuando la sua “metamorfosi”, e ciò è testimoniato dal fatto che nel
momento in cui avviene questo, il linguaggio tradizionale non potrà più
descrivere gli sviluppi di tale percorso; ma come il tutto possa avvenire
Heidegger non lo dice.
Heidegger sostiene la necessità che “la
verità dell’essere giunga al linguaggio e che il pensiero pervenga a questo
linguaggio”
, ma quale sia il modo per
realizzare questo difficile progetto, al fine, sempre, di comprendere e vivere
quella dimensione di
etica originaria verso cui il nostro
discorso intende dirigersi, non sembra
affatto chiarito.
Conclusioni
Definiamo Heidegger un filosofo di “confine”.
Abbiamo delineato nel corso dell’elaborato cosa si possa intendere con
tale termine. Questo, a nostro giudizio, individua le possibilità estreme del
pensare, del luogo discorsivo, affacciandosi su un orizzonte esterno ad esso
dove, come lo stesso Heidegger sostiene, “Il pensiero… porta al linguaggio solo
ben poco di questa dimensione diversa”
.
Come sappiamo, il secondo Heidegger ci propone un linguaggio che può
mettersi in ascolto di ciò che, dall’orizzonte esterno al piano razionale, può
venire all’uomo, e questo è il linguaggio dei poeti. Da parte nostra riteniamo
che proprio il linguaggio dei poeti sia il punto estremo del confine, punto,
però, che sintetizza in sé il piano discorsivo e quello trascendente, dove
l’uomo può comprendere il sublime dell’infinito che sta oltre di lui, e
sentirne la mancanza per poter solo “provare” la distanza che da esso lo
separa.
Abbiamo cercato di individuare ciò che riteniamo sia il momento esplicito
del limite della filosofia heideggeriana: quello dell’etica originaria.
Se Heidegger rimanesse solo su un piano ontologico, o meglio, dell’essere,
per non contraddire Heidegger stesso, che vede nel primo termine una
circostanza della metafisica, tutto risulterebbe funzionale e profondamente
essenziale per la meditazione umana. Questo momento sarebbe un’occasione
indispensabile per la crescita umana.
Il portare, quindi, al limite estremo il nostro pensare è, a nostro
parere, il primo passo per accedere ad un orizzonte più vasto, oltre il nostro
linguaggio e la nostra facoltà simbolica . Quando però Heidegger affronta
esplicitamente il problema dell’agire, così come è stato evidenziato
dalla differenza col pensiero di Sartre, si costringe a scelte condizionate
dalla sua impostazione, dalla domanda sull’essere, fondamento che, una
volta raggiunto, non può più essere riportato su un agire ancora legato al
piano discorsivo, inautentico e
quotidiano.
Heidegger rimane su un piano
ontologico, dove non possono più sussistere le norme e le regole dell’«etica»
della metafisica e dove può apparire quell’
etica originaria, che, però,
nasce e perisce in un pensiero che “… non approda ad alcun risultato e non ha
alcun effetto
”.
L’
etica originaria non può quindi essere utilizzata nell’agire
quotidiano. Essa è “solo”, e certamente non è poco, il portare a compimento l’essenza
dell’
essere. Questo è per Heidegger il vero agire, che non interviene su
un piano dettato dall’utilità, ma sul più degno lavoro che l’uomo deve
compiere, quello di
producere ciò che
in sé già è, e “
… ciò
che prima di tutto «è», è l’essere”
.
La fondamentale trasformazione che avverrebbe qualora l’uomo riuscisse,
realmente, a raggiungere un piano così profondo della sua consapevolezza, e nel corso
dell’elaborato abbiamo messo in rilievo quale difficoltà riteniamo che questo
comporti, dalle affermazioni di Heidegger, non produrrebbe un’utilità sul piano
dell’agire reale, sulle scelte quotidiane degli uomini.
Da parte nostra, le frasi di Heidegger che sostengono questo, come quando
dichiara che il pensiero da cui nasce l’
etica originaria “… non approda
ad alcun risultato e non ha alcun effetto”
, non
sono affatto convincenti.
Crediamo invece che Heidegger non pensi che la trasformazione autentica
che lui stesso auspica sia così indifferente sul piano dell’agire e sulla sua
utilità, ed ipotizziamo che egli sia condizionato, nella “Lettera
sull’«Umanismo», dal dover fare un’opera apologetica verso se stesso, nel
dopoguerra, per chiarire al mondo la sua filosofia, che non può essere resa
illegittima dalla sua prima adesione al
nazionalsocialismo.
Vogliamo dire, con questo, che il suo fallimento sul piano della storia
reale lo costringa, con o senza la sua approvazione cosciente, a restare sul
piano astratto delle vette, ed assumere il carattere del “… «Saggio della
montagna», che descrive in grandiose prospettive e in grandi panorami la
mostruosità del mondo moderno. In tal senso vengono pensati senz’altro anche i
crimini del nazionalsocialismo, che non sono però oggetto di una riflessione
particolare
”.
“Costretto”, pertanto, a sostenere un nuovo “Umanismo”, che spieghi il senso
che deve assumere questo termine, uscito dai dettami della metafisica, e,
quindi, dal luogo finale della stessa, che conosciamo come mondo della tecnica,
si occuperà degli esseri umani senza, tuttavia, scendere nella loro dimensione
dell’agire. Per ratificare, infine, questo patto di collaborazione con l’uomo,
quest’ultimo dovrà accettare di essere chiamato
esserci, acquistando la
possibilità, certo, di poter accedere all’aperto dell’
essere, avendo
rinunciato, però, alla sua pragmaticità.
Il nuovo “Umanismo” heideggeriano, a nostro parere, avrebbe le
possibilità per spiegare una seconda “caduta” dell’uomo accompagnata, però,
dalla risposta alla domanda sull’essere.
Preferiamo il percorso heideggeriano, che individua la necessità di
trasformare l’uomo nel suo fondamento prima ancora di poter accedere ad ogni
possibile supremazia dell’agire, come sostenne invece Sartre. Non possiamo,
però, comprendere qualsiasi nuovo «Umanismo» se non col ritorno sul piano
quotidiano, dove, sul fondamento, certo, di una comprensione che giovi solo a
sé stessa, si possa, tuttavia, agire nel mondo dell’utile, non pertinente a
qualsiasi fine dettato dalla metafisica, ma senz’altro ontico e determinante la
reale gestione delle relazioni inautentiche, “utili”, quindi, dell’uomo reale.
Ci chiediamo come sarebbe stata la “Lettera” se non ci fosse stata
l’adesione di Heidegger al primo nazionalsocialismo; e ci chiediamo anche come
sarebbe stata l’etica heideggeriana se
non fosse accaduto quel “triste” evento che la nostra conoscenza del filosofo
tedesco ci fa comprendere come poco a lui si addica.
L’impressione che traiamo dall’etica originaria è, quindi,
che questa sia condizionata dalla necessità di giustificare un’adesione al
nazionalsocialismo che, nel primo erroneo momento, per Heidegger, doveva essere
il necessario ed “etico” contrasto allo sviluppo dell’ultimo “invio” dell’essere,
fissato sullo scatenarsi della tecnica.
L’etica originaria, in conseguenza di ciò, si pone come il
superamento della metafisica occidentale. Proprio da questo “dovere” riceve il
compito di essere la vera “ontologia fondamentale”, che fonda, innanzitutto, il
dasein, realizzandosi nel momento fulmineo dell’autenticità, e
mostra, di contro, lo statuto dell’impossibilità di comprendere, in sé, quella
pragmatica dimensione etica, che sostenga una nuova ed, ora, non-metafisica
relazione fra gli uomini, nella tensione del loro contemporaneo agire.
A nostro parere, non può esistere l’agire senza la necessità della sua
presenza nel quotidiano, e non ha senso sostenere un “Umanismo”, quindi,
strutturato su un’etica originaria vista come responsabilità del
fare-senso da parte dell’uomo, senza la possibilità che questo sia un momento
fondante dei rapporti umani.
Se Heidegger si nasconde dietro un’etica originaria compresa come
“Ontologia Fondamentale”, forse, avviene per l’impossibilità di giustificare la
condizione della “caduta” nella “malvagità della furia”, evento deviato della
potenza nullificante dell’essere.
Ci siamo chiesti, in ogni modo, come il piano ontologico dell’etica
originaria possa essere raggiunto dall’uomo inautentico.
L’elaborato, in questo, ha colto l’occasione offerta da Heidegger di
avere avuto un contatto con la tradizione sapienziale dell’occidente, a nostro
parere, non comprendendola a fondo.
Non ci rendiamo conto come l’eventuale comprensione del fondamento
originario, da parte dell’uomo, sia possibile nei limiti dettati dal pensiero.
Non riteniamo possibile il raggiungimento dell’autenticità, quindi, nei
modi espressi da Heidegger per i motivi già indicati, ed inoltre, riteniamo che
debba essere necessariamente possibile, oltre che auspicabile, la realizzazione
sul piano ontico della trasformazione avvenuta nell’uomo, che ha afferrato, se
pur per piccole frazioni di esistenza, la sua struttura fondamentale.
Qui, da parte nostra, individuiamo il limite del pensiero heideggeriano
e, di conseguenza, di quello filosofico.
Il piano discorsivo, a nostro parere, può solamente individuare i propri
confini, e questo è il suo scopo più alto, perché il raggiungimento di questo
limite è anche il percorso che porta verso l’orizzonte infinito che sta oltre
di esso, che possiamo anche chiamare essere, che dall’esterno fonda la
possibilità del pensare stesso.
Nell’aperto dell’essere non c’è più linguaggio e, quindi, non c’è
più «etica».
Non condividiamo, perciò, la tesi heideggeriana che vede il linguaggio
come casa dell’essere e l’uomo il suo autorevole inquilino. Come,
quindi, riteniamo troppo leggeri gli interventi del primo Heidegger, al fine di
conquistare l’autenticità, prendiamo atto, alla luce di quanto ora
affermato, di non poter considerare i poeti il modello da raggiungere per
ottenere questo stesso risultato, perché anch’essi agiscono su un linguaggio
che, pur essendo diverso da quello dei parlanti, e carico di una raffinata
dimensione simbolica, tuttavia, utilizza la linearità della struttura
linguistica, la freccia del tempo sulla quale si struttura su un piano ontico.
Reputiamo di individuare nella tradizione iniziatica, che abbiamo
affrontato nell’occasione dell’analisi che Heidegger fa di Eraclito, una
maggiore efficacia al fine di raggiungere l’autenticità, lo svelamento
del proprio essere, l’apertura
da parte dell’esserci.
La necessità, in questo caso, della nostra personale adesione “tecnica”
alla “tradizione”, ossia, adesione funzionale al discorso che volevamo
sostenere, non va ricercata nella convinzione dogmatica verso le capacità della
saggezza antica, ma nell’osservazione del campo d’azione della stessa, ossia,
quello dell’essere, agito su quegli strati profondi dell’essere umano
che riteniamo siano più vicini al piano dell’aperto, nel significato che
Heidegger assegna a questo termine.
Un percorso iniziatico, però, può essere realizzato e verificato con
difficile e lungo impegno, e con la messa in gioco di tutta un’esistenza.
Riteniamo, inoltre, che, pur non accettando di essere irretiti nel piano
dogmatico della fede, sia necessario un affidamento alla “via” da
intraprendere, impegno, questo, che, se può essere considerato un iniziale atto
di fede, lo sarà sotto la necessità di una verifica continua dei risultati
ottenuti.
Sosteniamo che la possibilità di raggiungere il senso dell’essere e
la compartecipante etica originaria, se c’è, sia da rintracciarsi
nel luogo iniziatico, perché esso offre una reale opportunità di scendere
all’interno del proprio fondamento e, in esso, governare la possibilità del
“male”, l’«ostile» che sta in tutti noi.
Il limite del pensare, quindi, coincide con quello che abbiamo definito
il confine della filosofia heideggeriana.
Le sue intuizioni, in conclusione,
la capacità di spingersi oltre il già pensato, la suggestione degli
slanci ai limiti del discorsivo, rende il pensiero di Heidegger l’ideale
propedeutica per affrontare una reale trasformazione che sosteniamo si apra
oltre il pensare.
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Scholem, Gershom
Zohar, Schocken Books Inc. 1949. Tr. it. Zohar,
Il Libro dello Splendore, a cura di Elena Loewenthal, Einaudi, Torino
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Schwarz, Arturo
Kabbalh and Alchemy, An essay on
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it. in prima edizione mondiale, Cabbalà e Alchimia, Saggio sugli archetipi
comuni, Giuntina, Firenze 1999.
Vicari, Dario
Lettura di
Essere e Tempo di Heidegger, Utet, Torino 1998.
Wirth, Oswald
Le Tarot des imagiers du Moyen Age, Claude Tchou Editeur, Paris, 1973. Tr.
it. I Tarocchi, prefazione di Roger Caillois, Edizioni Mediterranee,
Roma 1997.
Indice
Introduzione
pag. 1
La
“Lettera sull’«umanismo»”: il manifesto dell’etica originaria.
pag. 3
Eraclito: il principio del pensiero e l’arte della sapienza.
pag. 16
Heidegger:
il raggiungimento dell’etica originaria e
gli strumenti del mestiere.
pag. 31
Conclusioni
pag. 35
Bibliografia
pag. 40
Appendice