Un’espressione che viene spesso
utilizzata nei testi di Metafisica è “La Manifestazione Universale” o,
abbreviando, “La Manifestazione”. Essa è un sinonimo di altre espressioni, più
note, come “La Creazione” o “il Macrocosmo”.
La comprensione del significato della
realtà riferita alla Manifestazione Universale è un elemento imprescindibile
nel percorso metafisico.
Che cos’è, quindi, la Manifestazione e
qual è il suo rapporto con la Non-dualità?
Essa è l’apparire, l’apparenza dell’Essere,
il Quale è l’Assoluto, quell’Unità coscienziale tra tutti gli esseri ossia la
nostra unica reale Identità.
Cosa significa “apparire” o
“apparenza”?
L’Assoluto ha in sé infinite
possibilità espressive, che non tolgono nulla al suo Essere il Tutto eterno e
infinito.
Esso può rimanere nella sua pienezza
immobile oppure manifestarsi, apparire nella forma. Quest’ultima è la
Manifestazione Universale.
È nella natura dell’Assoluto
manifestarsi ciclicamente. Nel momento in cui Esso si esprime nel mondo dei
nomi e delle forme, appare la Manifestazione Universale, ed Essa è, ogni volta,
una delle infinite possibilità espressive dell’Essere. Ogni Manifestazione può
presentarsi diversa dalle precedenti, con leggi fenomeniche non apparse prima,
con forme ogni volta differenti e insolite.
Una Manifestazione Universale è un
prodotto dell’Essere, così come un pensiero è una produzione della mente
individuale.
Perché diciamo che la Manifestazione è
un’apparenza?
Lo facciamo per due motivi.
Il primo riguarda il significato di
qualcosa che non è percepibile nella sua reale essenza. Questo significato
riguarda l’aspetto percepito e non la realtà delle cose.
In questo senso, diciamo che la
Manifestazione Universale è un’apparenza dell’Assoluto, a causa del nostro modo
erroneo, condizionato dai nostri limiti, di vederla come una dimensione
particolare e divisa dall’Unità.
Il secondo significato che diamo ai
termini “apparenza” o “apparire”, riguarda la sfumatura di essere un evento che
si presenta, diventa evidente, prende forma.
La Manifestazione è l’apparire
speculare dell’Assoluto nella forma, e va dal piano fisico ai livelli
spirituali più elevati. E proprio perché è il suo riflesso speculare, Essa non
ha fine, è infinita nella sua dimensione. Non possiamo dire che sia eterna,
perché è ciclicamente reintegrata nella pienezza immobile e informale
dell’Essere.
Che cosa afferma la Conoscenza
Metafisica circa la Manifestazione Universale?
La Manifestazione, in quanto prodotto (dell’Essere),
è una realtà relativa, è fondata sulle coordinate dello spazio, del tempo e
della causa. Nel momento in cui Essa ha il suo inizio, nascono le dimensioni
spazio-temporali e tutto ciò che accade è proiezione ossia l’effetto di cause
precedenti. Non c’è nulla di manifesto che sia fuori dalla “Legge di causa ed
effetto”. La stessa Manifestazione, nel suo primordiale inizio, è l’effetto
della Causa Prima che è l’Essere stesso.
Abbiamo visto precedentemente, in altri
scritti, quale sia il significato di “reale” dal punto di vista metafisico.
Per la Suprema Conoscenza Non Duale
dell’Essere, la Metafisica, è reale solo ciò che è permanente, infinito,
immutabile, non causato, ciò che è sempre presente in eterno e sta, quindi, in
ogni luogo; e in ogni luogo e in qualsiasi momento è afferrabile dalla
consapevolezza, nel suo slancio finale verso la verità. È evidente che queste
qualificazioni descrivono l’Assoluto, che sappiamo essere, nella realizzazione
metafisica, la nostra reale Identità.
Tutto ciò che ha una nascita e una
fine, che non è sempre presente ed è un prodotto, che vive nello spazio e nel
tempo ed è soggetto a cause precedenti a sé, non può essere considerato reale.
La Manifestazione è quindi una realtà relativa, è vera solo mentre sta
accadendo in base a condizioni che l’hanno determinata così com’è, nel fluire
impermanente di ogni suo momento.
Perché la comprensione di cosa sia la
Manifestazione Universale è importante nel cammino realizzativo della
Metafisica?
L’acquisizione della conoscenza circa
la Manifestazione, è una delle colonne operative portanti della Suprema
Realizzazione Non Duale, il compimento dei “Grandi Misteri”, che contengono la
meta finale nell’Essere.
Il IV sūtra dell’Aparokṣānubhūti,
un testo molto importante del Vedānta Advaita (il più alto livello della
Conoscenza Metafisica espresso nel linguaggio della tradizione indiana), mette
in evidenza l’importanza di tale acquisizione.
“Come
si è indifferenti all’escremento di un corvo, così bisogna essere indifferenti
a tutti gli oggetti sensibili che suscitano godimento, da quelli del Brahmaloka
a quelli di questo mondo, dal momento che hanno una natura transeunte. Ciò è
chiamato, invero, puro distacco”. (Śaṅkara)
Śaṅkara,
il supremo maestro dell’Advaita (Non Dualità) traccia i confini del significato
della Manifestazione. Egli afferma, in base alla Conoscenza tradizionale, che
dall’escremento di un corvo fino al Brahmaloka
tutto è transeunte, non è reale; quindi, chi voglia affrancarsi dallo stato di
necessità, dalla sofferenza e dai limiti delle forme, deve applicare il
“distacco” da qualsiasi forma manifesta, dalla più piccola e insignificante (la
cacca di un corvo) fino alla più elevata (il Brahmaloka, il luogo dove dimora Brahman, il settimo cielo dei cristiani).
Raphael, un titano dell’Insegnamento
Advaita, commentando questo IV sūtra,
scrive: “Persino il Brahmaloca (il
Paradiso) può costituire un motivo di imprigionamento; in esso si sperimentano
dati sensibili più sottili, ma pur sempre dati, per cui possiamo inferire l’esistenza
della dualità, quanto a dire della non-perfezione”. (Aparokṣānubhūti, Edizioni Āśram Vidyā)
Con questo sūtra, Śaṅkara ci svela
subito quale sia la natura della Manifestazione. Essa non può essere
considerata reale perché è transeunte. Dispone, inoltre, il conseguente
fondamento operativo per risolvere la stessa in noi: applicare il distacco
verso l’intera Manifestazione perché Essa, in realtà, non-è.
All’inizio di questo nostro scritto,
abbiamo posto una domanda necessaria per la comprensione di quanto stiamo
dicendo: “Qual è il rapporto tra la Manifestazione e la Non-dualità?”.
La Non-dualità esprime la pienezza
dell’Essere. Esso è pura Unità, non-due. La Manifestazione è proprio il due, il
secondo, ciò che è prodotto. Essa, ripetiamolo, è non reale perché transeunte,
impermanente, è una realtà relativa perché spazio-temporale.
Nella Via del Fuoco diretta,
espressione della Suprema Conoscenza dell’Essere, il risveglio alla nostra
libera, beata natura reale, può avvenire unicamente attraverso il silenzio.
Fermare completamente il nostro movimento pensativo, in totale assenza di forme
nella nostra coscienza, è la sola azione necessaria affinché possa svelarsi in
noi la natura dell’Essere che da sempre siamo, nascosta sotto le ceneri della
nostra inconsapevole identificazione con le forme.
Sul piano operativo, un primo
fondamentale passaggio nel cammino verso il “risveglio” è l’affrancarsi dall’interesse
verso ciò che abbiamo riconosciuto non-reale. Finché saremo interessati
all’esterno, a ciò che è manifesto, non ci stabilizzeremo nel silenzio, che
potremmo definire il “portico” dell’Essere, lo stato imprescindibile per
riconoscere la nostra reale Identità. L’interesse verso la Manifestazione
alimenta il movimento pensativo, l’alienazione dal nostro Centro, induce il
dinamismo imprigionante della mente che è sempre attenzione verso ciò che è
manifesto, verso tutto quello che ci troviamo di fronte.
Fissiamo dunque un caposaldo della Via
Metafisica:
“La Realtà è totale assenza di
Manifestazione”.
Da questa affermazione, nei termini
della Conoscenza tradizionale, possiamo dire che “tutto ciò che è percepito,
ascoltato e visto, in quanto percepito, ascoltato e visto è il secondo, quindi,
non è reale”.
Ebbene: l’intera Manifestazione
Universale è il “secondo”.
Questa Suprema Conoscenza risolve
l’identificazione imprigionante, con ciò che non-è, dall’inizio, risolvendo
l’intera dipendenza dalle forme. Non c’è bisogno di rescindere una dipendenza
alla volta verso gli indefiniti oggetti dell’universo. Gli oggetti che
suscitano tale alienante dipendenza non finiranno mai. In termini tradizionali,
la potenza di questa acquisizione risolve il movimento estraniante verso il
secondo, per intero e subito: L’intera Manifestazione non è.
Il processo operativo corrisponde
quindi al riconoscere ciò che non è reale. Ottenuto questo, con dolcezza, senza
inibizioni, nei giusti tempi di ciascuno, è necessario distaccarsi da ciò che
abbiamo riconosciuto non reale e identificarsi, fondersi, affermarsi in ciò che
è Reale. In realtà, non ci dobbiamo privare di nulla. La sottile comprensione
di cosa significhi distaccarsi dagli oggetti senza privarsi degli stessi è
espressa autorevolmente da Raphael in questo passo del libro “La Triplice Via
del Fuoco”:
“Se
le cose che percepisci, in te e fuori di te, non sono – perché appartengono
alla sfera del contingente ed effimero, vale a dire del non essere – dimmi, da
che cosa dovresti distaccarti?”.
In questo momento operativo
comprendiamo, sul piano spirituale, la proposizione alchemica “Solve et Coagula”.
Domande
All’istante, nell’ascoltare quanto sta
affermando, sorgono due domande. In realtà ne verrebbero molte altre, ma queste
due premono con forza sulla mia razionalità e non mi consentono di comprendere
o, se preferisce, non mi permettono di accettare quanto sta affermando.
La prima questione che le pongo è
questa: nell’ascoltare quanto sta dicendo sento termini, dimensioni, come l’Assoluto
o la Manifestazione Universale, ecc. che ad una mente razionale come la mia
suonano astratti o non accessibili ai limiti della nostra umanità. Sembra che
quello che dice non abbia nulla di reale; risuona in me come pura fantasia.
La seconda domanda è sul “distacco”.
Ossia, nell’ascoltare quanto dice sul “distacco” o il “silenzio”, per quanto
lei abbia provato a chiarirne i significati, mi rappresento uno stato di totale
assenza di mondo. Tutto questo è un po’ claustrofobico. Questo distacco o il totale
silenzio si presenta alla mia comprensione come se fosse uno stato buio in cui
non percepiamo e non proviamo più nulla. Se non fosse una dimensione
terrificante, per il senso di nullificazione che suscita, sarebbe molto noiosa.
Immagino uno stato senza emozioni, senza desideri o godimenti. Sarebbe una noia
mortale.
Risposta
Comprendo con chiarezza quello che
prova. Molti ricercatori, anche più che principianti, si bloccano proprio sulle
sue stesse sensazioni. Di positivo, però, c’è la contraddizione interna alla
doppia domanda che propone.
Da un lato giudica quanto stiamo
dicendo come qualcosa che non può essere vero o, comunque, che si presenta
molto distante dalla percezione familiare che ha della realtà.
Dall’altra
parte, l’insofferenza che esprime, la paura di annichilirsi nel processo di
risveglio, ridona la qualità della realtà alle affermazioni metafisiche. Le sue
emozioni repulsive nei confronti dell’Assoluto lo rendono nuovamente reale;
diciamo che, in questi timori, lei lascia una possibilità, un dubbio che
l’Assoluto esista effettivamente e abbia degli effetti su di noi. Tuttavia, è
chiaro che la sua interpretazione non corrisponde né a ciò che l’Assoluto è
realmente né al vissuto del nostro risveglio in Esso. In realtà, la
realizzazione dell’Essere, oltre a far comprendere che Esso è la nostra vera
Identità da sempre, è l’esatto opposto di come lei lo intende in questo
momento.
Il dubbio scettico circa la realtà
dell’Assoluto e verso tutte le affermazioni sulla Manifestazione Universale, compreso
il fatto che il percorso dell’individuo verso la realizzazione Suprema
dell’Essere sia possibile e salvifico, ha una causa ben precisa.
Noi abbiamo un’idea di realtà che è
condizionata ai parametri di comprensione dei nostri sensi e ai limiti logico-formali
che determinano ciò che possiamo comprendere sul piano della razionalità. Il
problema principale, ad esempio, è dato dalla nostra identificazione con un
corpo fisico. Se noi pensiamo di essere un corpo, la nostra relazione col mondo
sarà relativa a come ci percepiamo nei confronti della realtà esterna. Questo è
condizionante anche in riferimento a ciò che pensiamo ci sia possibile
realizzare. Da questo stato di identificazione col corpo fisico interpretiamo
le affermazioni della Metafisica in base alla nostra misura spaziale e
temporale.
Quando ci troviamo di fronte ad una
affermazione che ci dice che “noi siamo l’Essere in uno stato di Unità
Coscienziale e la Manifestazione Universale è un nostro prodotto”, proiettiamo
su questa asserzione le nostre convinzioni. La prima cosa che ci chiediamo è
come sia possibile essere una Coscienza unica. Poi, identificati con una misura
che coincide col nostro corpo fisico, ci percepiamo inevitabilmente “piccoli”
nei confronti dell’immensità di tutto ciò che è Manifesto. In tale ragionamento
non comprendiamo che la realizzazione non è sul piano dei solidi fisici, ma su
quello della consapevolezza. Si tratta di un’espansione della
coscienza-consapevolezza.
Sul piano della coscienza non ci sono
misure. L’unica differenziazione è tra ciò che comprendiamo e quello che sta
fuori dalla nostra comprensione. La stessa Unità tra tutti gli esseri manifesti
non è una coincidenza di corpi o di storie particolari, è un livello di
comprensione che nasce dalla disidentificazione dalla nostra idea particolare
di individuo. Anche il concetto di ego, con le sue particolarità esistenziali,
è un processo mentale. L’ego non ha un fondamento reale. Oltre le differenze
c’è l’Unità nel silenzio. In esso si sciolgono tutti i contenuti particolari in
uno stato iperrealistico di pura coscienza dove c’è solo vita, in cui non
esistono più i concetti di nascita o di morte. Tutto è solo vita permanente e
gioia assoluta e immotivata.
Lo stesso vale per l’idea che abbiamo
del tempo e dell’eternità.
La nostra espressione
spazio-temporale, che viviamo come individui, non ci permette di cogliere la
dimensione eterna nella sua realtà, ma ne abbiamo una percezione determinata
dalla nostra idea di tempo. Quando la Tradizione ci dice che la nostra vera natura
è pura Eternità, nasce all’istante nella nostra mente un’immagine, una
rappresentazione particolare e complessa. Immaginiamo il concetto di Eternità
come un tempo distante all’infinito, così distante che diventa irraggiungibile
per la nostra comprensione. In realtà, l’Eternità è ciò che più di ogni altra
cosa ci è vicina, fino a coincidere con la nostra Identità. La dimensione
dell’Eterno non è un tempo distante all’infinito, ma semplicemente assenza di
tempo e spazio. Questi ultimi sono le dimensioni in cui il corpo vive e la
mente comprende e opera. Non si tratta di realizzare qualcosa che al momento
non c’è, come non si considera di raggiungere un luogo distante da dove ci
troviamo. È sempre solo un problema di consapevolezza. Il processo iniziatico
della Via Metafisica serve a disidentificarci dalla nostra mente individuale e
liberarci dai limiti della stessa. Questo avviene nel silenzio, in assenza del
movimento del pensiero.
La nostra Identità reale è Coscienza e
la mente è uno strumento che possiamo utilizzare a nostro piacimento. Se ci
identifichiamo con la mente e i suoi prodotti, cioè i pensieri, viviamo i suoi
limiti. Basta fermare il pensiero, e si riprende la consapevolezza di essere
Coscienza, ed Essa è fuori dallo spazio-tempo e non è soggetta a nessuna causa.
La Coscienza è eterna, è la nostra vera Identità, da sempre presente in noi,
anche se, al momento, non ce ne rendiamo conto.
Per quanto riguarda le sue
osservazioni circa il vissuto dello stato di risveglio, le faccio osservare,
anche in questo caso, che la sua mente sta proiettando su una dimensione che
non conosce (o non ricorda…). È un problema legato ai veicoli con i quali ora è
identificato, il corpo e la mente. Lei interpreta con le particolarità
dell’espressione individuale ciò che è pura pienezza.
Il “desiderio”, papà delle emozioni, è
ciò che nasce a causa della perdita della coscienza di essere pura compiutezza.
L’esperienza della mancanza di totalità ci mette alla ricerca di qualcosa che
possa riempire questo vuoto profondo in cui l’individuo vive. Lo cerchiamo
all’esterno senza renderci conto che non c’è nulla che possa colmare la perdita
di totalità causata dall’ignorare ciò che realmente siamo. Nella dimensione
individuale, che è una forma espressiva nella Manifestazione Universale, oltre
che essere inefficace, qualsiasi oggetto di godimento è afferrato per essere
perso. Se comprendiamo cosa sia il “desiderio” ci rendiamo conto che
“desiderare equivale a soffrire”.
Assenza di desiderio non significa
vivere nell’apatia. Questa è l’espressione della depressione, è una patologia,
un grande disagio. La depressione, in ultima analisi, si può anche considerare
uno dei risultati della costatazione finale dell’inutilità del desiderare.
L’assenza di desiderio a cui ci riferiamo è la comprensione che, in realtà, già
siamo pienezza e gioia incausata. Il problema non sono gli oggetti del
desiderio, ma la dipendenza psicologica verso qualcosa che non compirà mai ciò
che è già completo in sé.
Se lei perdesse la “dipendenza” da ciò
che non è, potrebbe utilizzare in piena libertà l’intero universo… Ma, senza
attaccarsi a nulla. Allo stesso modo, riconquistando, in quanto Coscienza, il
dominio sulla mente e i suoi prodotti, i pensieri, potrà pensare quanto vorrà,
in piena coscienza di essere il pensatore e non ciò che sta pensando.
Pur non avendo ancora realizzato il
risveglio finale, io stesso le posso testimoniare molto della gioia e della
quiete che si ottiene, man mano che ci affranchiamo da tali dipendenze. Sarebbe
errato, infatti, pensare che il risultato sia solo quello finale. Certo il
Risveglio all’Unità non è comparabile con nessun godimento precedente; ma il
processo di ritorno alla nostra Identità reale è un continuo orgasmo di
liberazione e indipendenza. E da esso, non nasce il disinteresse da tutto ciò
che ci circonda, ma la bellezza dell’amore e della compassione.
Cosa sono, quindi, le emozioni così
tanto care all’umanità?
Esse sono “relazione egoica” tra lei e
l’oggetto esterno, il quale può essere una cosa, un’idea o una persona,
l’intero secondo. Per intenderci: La Manifestazione Universale, nella sua
apparente segmentazione.
Ci sono solo tre tipi fondamentali di
emozioni, esse possono esprimere attrazione, repulsione o indifferenza.
Qualsiasi emozione lei voglia classificare rientrerà sempre in questi tre
modi. Ed esse sono l’espressione di una
mente particolare e limitata.
Assenza di emozioni, il silenzio, il distacco:
non significa essere depressi. Il silenzio è perdita totale del sogno
esistenziale di una realtà immersa nella sofferenza, nella necessità e nella
mancanza. Il silenzio è pura pienezza, è totale libertà. Il silenzio è la porta
d’ingresso all’Essere assoluto.
Quando impieghiamo il termine
“silenzio”, non vuole dire, per quello che è il suo significato percepito, che
l’Essere sia noia mortale, dove non c’è nulla e non accade niente. Tuttavia
utilizziamo il termine “silenzio” perché esso è il meno connotato dalle forme.
Potremmo dire che se di silenzio si tratta, questo vuol dire silenzio dalle
forme-irreali, descrive il fermarsi di una realtà onirica e particolare.
L’Essere non è mancanza di oggetti, è
il fondamento stesso di qualsiasi espressione. Ogni accadimento nasce proprio
dall’Essere.
Esso, l’Essere, la nostra reale
Identità, nella quale viviamo nella totale consapevolezza di esistere, è
pienezza assoluta, gioia infinita e incausata, è puro Tutto, è libertà, è
amore.
L'Essere è il Padre.
L'Essere è Dio.




