sabato 21 gennaio 2017

LA MANIFESTAZIONE UNIVERSALE




Un’espressione che viene spesso utilizzata nei testi di Metafisica è “La Manifestazione Universale” o, abbreviando, “La Manifestazione”. Essa è un sinonimo di altre espressioni, più note, come “La Creazione” o “il Macrocosmo”.

La comprensione del significato della realtà riferita alla Manifestazione Universale è un elemento imprescindibile nel percorso metafisico.

Che cos’è, quindi, la Manifestazione e qual è il suo rapporto con la Non-dualità?

Essa è l’apparire, l’apparenza dell’Essere, il Quale è l’Assoluto, quell’Unità coscienziale tra tutti gli esseri ossia la nostra unica reale Identità.

Cosa significa “apparire” o “apparenza”?

L’Assoluto ha in sé infinite possibilità espressive, che non tolgono nulla al suo Essere il Tutto eterno e infinito.

Esso può rimanere nella sua pienezza immobile oppure manifestarsi, apparire nella forma. Quest’ultima è la Manifestazione Universale.

È nella natura dell’Assoluto manifestarsi ciclicamente. Nel momento in cui Esso si esprime nel mondo dei nomi e delle forme, appare la Manifestazione Universale, ed Essa è, ogni volta, una delle infinite possibilità espressive dell’Essere. Ogni Manifestazione può presentarsi diversa dalle precedenti, con leggi fenomeniche non apparse prima, con forme ogni volta differenti e insolite.

Una Manifestazione Universale è un prodotto dell’Essere, così come un pensiero è una produzione della mente individuale.

Perché diciamo che la Manifestazione è un’apparenza?
Lo facciamo per due motivi.

Il primo riguarda il significato di qualcosa che non è percepibile nella sua reale essenza. Questo significato riguarda l’aspetto percepito e non la realtà delle cose.
In questo senso, diciamo che la Manifestazione Universale è un’apparenza dell’Assoluto, a causa del nostro modo erroneo, condizionato dai nostri limiti, di vederla come una dimensione particolare e divisa dall’Unità.

Il secondo significato che diamo ai termini “apparenza” o “apparire”, riguarda la sfumatura di essere un evento che si presenta, diventa evidente, prende forma.

La Manifestazione è l’apparire speculare dell’Assoluto nella forma, e va dal piano fisico ai livelli spirituali più elevati. E proprio perché è il suo riflesso speculare, Essa non ha fine, è infinita nella sua dimensione. Non possiamo dire che sia eterna, perché è ciclicamente reintegrata nella pienezza immobile e informale dell’Essere.

Che cosa afferma la Conoscenza Metafisica circa la Manifestazione Universale?

La Manifestazione, in quanto prodotto (dell’Essere), è una realtà relativa, è fondata sulle coordinate dello spazio, del tempo e della causa. Nel momento in cui Essa ha il suo inizio, nascono le dimensioni spazio-temporali e tutto ciò che accade è proiezione ossia l’effetto di cause precedenti. Non c’è nulla di manifesto che sia fuori dalla “Legge di causa ed effetto”. La stessa Manifestazione, nel suo primordiale inizio, è l’effetto della Causa Prima che è l’Essere stesso.

Abbiamo visto precedentemente, in altri scritti, quale sia il significato di “reale” dal punto di vista metafisico.

Per la Suprema Conoscenza Non Duale dell’Essere, la Metafisica, è reale solo ciò che è permanente, infinito, immutabile, non causato, ciò che è sempre presente in eterno e sta, quindi, in ogni luogo; e in ogni luogo e in qualsiasi momento è afferrabile dalla consapevolezza, nel suo slancio finale verso la verità. È evidente che queste qualificazioni descrivono l’Assoluto, che sappiamo essere, nella realizzazione metafisica, la nostra reale Identità.

Tutto ciò che ha una nascita e una fine, che non è sempre presente ed è un prodotto, che vive nello spazio e nel tempo ed è soggetto a cause precedenti a sé, non può essere considerato reale. La Manifestazione è quindi una realtà relativa, è vera solo mentre sta accadendo in base a condizioni che l’hanno determinata così com’è, nel fluire impermanente di ogni suo momento.

Perché la comprensione di cosa sia la Manifestazione Universale è importante nel cammino realizzativo della Metafisica?

L’acquisizione della conoscenza circa la Manifestazione, è una delle colonne operative portanti della Suprema Realizzazione Non Duale, il compimento dei “Grandi Misteri”, che contengono la meta finale nell’Essere.

Il IV sūtra dell’Aparokṣānubhūti, un testo molto importante del Vedānta Advaita (il più alto livello della Conoscenza Metafisica espresso nel linguaggio della tradizione indiana), mette in evidenza l’importanza di tale acquisizione.

Come si è indifferenti all’escremento di un corvo, così bisogna essere indifferenti a tutti gli oggetti sensibili che suscitano godimento, da quelli del Brahmaloka a quelli di questo mondo, dal momento che hanno una natura transeunte. Ciò è chiamato, invero, puro distacco”. (Śaṅkara)

Śaṅkara, il supremo maestro dell’Advaita (Non Dualità) traccia i confini del significato della Manifestazione. Egli afferma, in base alla Conoscenza tradizionale, che dall’escremento di un corvo fino al Brahmaloka tutto è transeunte, non è reale; quindi, chi voglia affrancarsi dallo stato di necessità, dalla sofferenza e dai limiti delle forme, deve applicare il “distacco” da qualsiasi forma manifesta, dalla più piccola e insignificante (la cacca di un corvo) fino alla più elevata (il Brahmaloka, il luogo dove dimora Brahman, il settimo cielo dei cristiani).

Raphael, un titano dell’Insegnamento Advaita, commentando questo IV sūtra, scrive: “Persino il Brahmaloca (il Paradiso) può costituire un motivo di imprigionamento; in esso si sperimentano dati sensibili più sottili, ma pur sempre dati, per cui possiamo inferire l’esistenza della dualità, quanto a dire della non-perfezione”. (Aparokṣānubhūti, Edizioni Āśram Vidyā)

Con questo sūtra, Śaṅkara ci svela subito quale sia la natura della Manifestazione. Essa non può essere considerata reale perché è transeunte. Dispone, inoltre, il conseguente fondamento operativo per risolvere la stessa in noi: applicare il distacco verso l’intera Manifestazione perché Essa, in realtà, non-è.

All’inizio di questo nostro scritto, abbiamo posto una domanda necessaria per la comprensione di quanto stiamo dicendo: “Qual è il rapporto tra la Manifestazione e la Non-dualità?”.

La Non-dualità esprime la pienezza dell’Essere. Esso è pura Unità, non-due. La Manifestazione è proprio il due, il secondo, ciò che è prodotto. Essa, ripetiamolo, è non reale perché transeunte, impermanente, è una realtà relativa perché spazio-temporale.

Nella Via del Fuoco diretta, espressione della Suprema Conoscenza dell’Essere, il risveglio alla nostra libera, beata natura reale, può avvenire unicamente attraverso il silenzio. Fermare completamente il nostro movimento pensativo, in totale assenza di forme nella nostra coscienza, è la sola azione necessaria affinché possa svelarsi in noi la natura dell’Essere che da sempre siamo, nascosta sotto le ceneri della nostra inconsapevole identificazione con le forme.

Sul piano operativo, un primo fondamentale passaggio nel cammino verso il “risveglio” è l’affrancarsi dall’interesse verso ciò che abbiamo riconosciuto non-reale. Finché saremo interessati all’esterno, a ciò che è manifesto, non ci stabilizzeremo nel silenzio, che potremmo definire il “portico” dell’Essere, lo stato imprescindibile per riconoscere la nostra reale Identità. L’interesse verso la Manifestazione alimenta il movimento pensativo, l’alienazione dal nostro Centro, induce il dinamismo imprigionante della mente che è sempre attenzione verso ciò che è manifesto, verso tutto quello che ci troviamo di fronte.

Fissiamo dunque un caposaldo della Via Metafisica:
“La Realtà è totale assenza di Manifestazione”.

Da questa affermazione, nei termini della Conoscenza tradizionale, possiamo dire che “tutto ciò che è percepito, ascoltato e visto, in quanto percepito, ascoltato e visto è il secondo, quindi, non è reale”.

Ebbene: l’intera Manifestazione Universale è il “secondo”.

Questa Suprema Conoscenza risolve l’identificazione imprigionante, con ciò che non-è, dall’inizio, risolvendo l’intera dipendenza dalle forme. Non c’è bisogno di rescindere una dipendenza alla volta verso gli indefiniti oggetti dell’universo. Gli oggetti che suscitano tale alienante dipendenza non finiranno mai. In termini tradizionali, la potenza di questa acquisizione risolve il movimento estraniante verso il secondo, per intero e subito: L’intera Manifestazione non è.

Il processo operativo corrisponde quindi al riconoscere ciò che non è reale. Ottenuto questo, con dolcezza, senza inibizioni, nei giusti tempi di ciascuno, è necessario distaccarsi da ciò che abbiamo riconosciuto non reale e identificarsi, fondersi, affermarsi in ciò che è Reale. In realtà, non ci dobbiamo privare di nulla. La sottile comprensione di cosa significhi distaccarsi dagli oggetti senza privarsi degli stessi è espressa autorevolmente da Raphael in questo passo del libro “La Triplice Via del Fuoco”:

Se le cose che percepisci, in te e fuori di te, non sono – perché appartengono alla sfera del contingente ed effimero, vale a dire del non essere – dimmi, da che cosa dovresti distaccarti?”.

In questo momento operativo comprendiamo, sul piano spirituale, la proposizione alchemica “Solve et Coagula”.


Domande

All’istante, nell’ascoltare quanto sta affermando, sorgono due domande. In realtà ne verrebbero molte altre, ma queste due premono con forza sulla mia razionalità e non mi consentono di comprendere o, se preferisce, non mi permettono di accettare quanto sta affermando.

La prima questione che le pongo è questa: nell’ascoltare quanto sta dicendo sento termini, dimensioni, come l’Assoluto o la Manifestazione Universale, ecc. che ad una mente razionale come la mia suonano astratti o non accessibili ai limiti della nostra umanità. Sembra che quello che dice non abbia nulla di reale; risuona in me come pura fantasia.

La seconda domanda è sul “distacco”. Ossia, nell’ascoltare quanto dice sul “distacco” o il “silenzio”, per quanto lei abbia provato a chiarirne i significati, mi rappresento uno stato di totale assenza di mondo. Tutto questo è un po’ claustrofobico. Questo distacco o il totale silenzio si presenta alla mia comprensione come se fosse uno stato buio in cui non percepiamo e non proviamo più nulla. Se non fosse una dimensione terrificante, per il senso di nullificazione che suscita, sarebbe molto noiosa. Immagino uno stato senza emozioni, senza desideri o godimenti. Sarebbe una noia mortale.



Risposta

Comprendo con chiarezza quello che prova. Molti ricercatori, anche più che principianti, si bloccano proprio sulle sue stesse sensazioni. Di positivo, però, c’è la contraddizione interna alla doppia domanda che propone.

Da un lato giudica quanto stiamo dicendo come qualcosa che non può essere vero o, comunque, che si presenta molto distante dalla percezione familiare che ha della realtà. 
Dall’altra parte, l’insofferenza che esprime, la paura di annichilirsi nel processo di risveglio, ridona la qualità della realtà alle affermazioni metafisiche. Le sue emozioni repulsive nei confronti dell’Assoluto lo rendono nuovamente reale; diciamo che, in questi timori, lei lascia una possibilità, un dubbio che l’Assoluto esista effettivamente e abbia degli effetti su di noi. Tuttavia, è chiaro che la sua interpretazione non corrisponde né a ciò che l’Assoluto è realmente né al vissuto del nostro risveglio in Esso. In realtà, la realizzazione dell’Essere, oltre a far comprendere che Esso è la nostra vera Identità da sempre, è l’esatto opposto di come lei lo intende in questo momento.

Il dubbio scettico circa la realtà dell’Assoluto e verso tutte le affermazioni sulla Manifestazione Universale, compreso il fatto che il percorso dell’individuo verso la realizzazione Suprema dell’Essere sia possibile e salvifico, ha una causa ben precisa.

Noi abbiamo un’idea di realtà che è condizionata ai parametri di comprensione dei nostri sensi e ai limiti logico-formali che determinano ciò che possiamo comprendere sul piano della razionalità. Il problema principale, ad esempio, è dato dalla nostra identificazione con un corpo fisico. Se noi pensiamo di essere un corpo, la nostra relazione col mondo sarà relativa a come ci percepiamo nei confronti della realtà esterna. Questo è condizionante anche in riferimento a ciò che pensiamo ci sia possibile realizzare. Da questo stato di identificazione col corpo fisico interpretiamo le affermazioni della Metafisica in base alla nostra misura spaziale e temporale.

Quando ci troviamo di fronte ad una affermazione che ci dice che “noi siamo l’Essere in uno stato di Unità Coscienziale e la Manifestazione Universale è un nostro prodotto”, proiettiamo su questa asserzione le nostre convinzioni. La prima cosa che ci chiediamo è come sia possibile essere una Coscienza unica. Poi, identificati con una misura che coincide col nostro corpo fisico, ci percepiamo inevitabilmente “piccoli” nei confronti dell’immensità di tutto ciò che è Manifesto. In tale ragionamento non comprendiamo che la realizzazione non è sul piano dei solidi fisici, ma su quello della consapevolezza. Si tratta di un’espansione della coscienza-consapevolezza.

Sul piano della coscienza non ci sono misure. L’unica differenziazione è tra ciò che comprendiamo e quello che sta fuori dalla nostra comprensione. La stessa Unità tra tutti gli esseri manifesti non è una coincidenza di corpi o di storie particolari, è un livello di comprensione che nasce dalla disidentificazione dalla nostra idea particolare di individuo. Anche il concetto di ego, con le sue particolarità esistenziali, è un processo mentale. L’ego non ha un fondamento reale. Oltre le differenze c’è l’Unità nel silenzio. In esso si sciolgono tutti i contenuti particolari in uno stato iperrealistico di pura coscienza dove c’è solo vita, in cui non esistono più i concetti di nascita o di morte. Tutto è solo vita permanente e gioia assoluta e immotivata.

Lo stesso vale per l’idea che abbiamo del tempo e dell’eternità.

La nostra espressione spazio-temporale, che viviamo come individui, non ci permette di cogliere la dimensione eterna nella sua realtà, ma ne abbiamo una percezione determinata dalla nostra idea di tempo. Quando la Tradizione ci dice che la nostra vera natura è pura Eternità, nasce all’istante nella nostra mente un’immagine, una rappresentazione particolare e complessa. Immaginiamo il concetto di Eternità come un tempo distante all’infinito, così distante che diventa irraggiungibile per la nostra comprensione. In realtà, l’Eternità è ciò che più di ogni altra cosa ci è vicina, fino a coincidere con la nostra Identità. La dimensione dell’Eterno non è un tempo distante all’infinito, ma semplicemente assenza di tempo e spazio. Questi ultimi sono le dimensioni in cui il corpo vive e la mente comprende e opera. Non si tratta di realizzare qualcosa che al momento non c’è, come non si considera di raggiungere un luogo distante da dove ci troviamo. È sempre solo un problema di consapevolezza. Il processo iniziatico della Via Metafisica serve a disidentificarci dalla nostra mente individuale e liberarci dai limiti della stessa. Questo avviene nel silenzio, in assenza del movimento del pensiero.

La nostra Identità reale è Coscienza e la mente è uno strumento che possiamo utilizzare a nostro piacimento. Se ci identifichiamo con la mente e i suoi prodotti, cioè i pensieri, viviamo i suoi limiti. Basta fermare il pensiero, e si riprende la consapevolezza di essere Coscienza, ed Essa è fuori dallo spazio-tempo e non è soggetta a nessuna causa. 

La Coscienza è eterna, è la nostra vera Identità, da sempre presente in noi, anche se, al momento, non ce ne rendiamo conto.

Per quanto riguarda le sue osservazioni circa il vissuto dello stato di risveglio, le faccio osservare, anche in questo caso, che la sua mente sta proiettando su una dimensione che non conosce (o non ricorda…). È un problema legato ai veicoli con i quali ora è identificato, il corpo e la mente. Lei interpreta con le particolarità dell’espressione individuale ciò che è pura pienezza.

Il “desiderio”, papà delle emozioni, è ciò che nasce a causa della perdita della coscienza di essere pura compiutezza. L’esperienza della mancanza di totalità ci mette alla ricerca di qualcosa che possa riempire questo vuoto profondo in cui l’individuo vive. Lo cerchiamo all’esterno senza renderci conto che non c’è nulla che possa colmare la perdita di totalità causata dall’ignorare ciò che realmente siamo. Nella dimensione individuale, che è una forma espressiva nella Manifestazione Universale, oltre che essere inefficace, qualsiasi oggetto di godimento è afferrato per essere perso. Se comprendiamo cosa sia il “desiderio” ci rendiamo conto che “desiderare equivale a soffrire”.

Assenza di desiderio non significa vivere nell’apatia. Questa è l’espressione della depressione, è una patologia, un grande disagio. La depressione, in ultima analisi, si può anche considerare uno dei risultati della costatazione finale dell’inutilità del desiderare. L’assenza di desiderio a cui ci riferiamo è la comprensione che, in realtà, già siamo pienezza e gioia incausata. Il problema non sono gli oggetti del desiderio, ma la dipendenza psicologica verso qualcosa che non compirà mai ciò che è già completo in sé.

Se lei perdesse la “dipendenza” da ciò che non è, potrebbe utilizzare in piena libertà l’intero universo… Ma, senza attaccarsi a nulla. Allo stesso modo, riconquistando, in quanto Coscienza, il dominio sulla mente e i suoi prodotti, i pensieri, potrà pensare quanto vorrà, in piena coscienza di essere il pensatore e non ciò che sta pensando.

Pur non avendo ancora realizzato il risveglio finale, io stesso le posso testimoniare molto della gioia e della quiete che si ottiene, man mano che ci affranchiamo da tali dipendenze. Sarebbe errato, infatti, pensare che il risultato sia solo quello finale. Certo il Risveglio all’Unità non è comparabile con nessun godimento precedente; ma il processo di ritorno alla nostra Identità reale è un continuo orgasmo di liberazione e indipendenza. E da esso, non nasce il disinteresse da tutto ciò che ci circonda, ma la bellezza dell’amore e della compassione.

Cosa sono, quindi, le emozioni così tanto care all’umanità?

Esse sono “relazione egoica” tra lei e l’oggetto esterno, il quale può essere una cosa, un’idea o una persona, l’intero secondo. Per intenderci: La Manifestazione Universale, nella sua apparente segmentazione.

Ci sono solo tre tipi fondamentali di emozioni, esse possono esprimere attrazione, repulsione o indifferenza. Qualsiasi emozione lei voglia classificare rientrerà sempre in questi tre modi.  Ed esse sono l’espressione di una mente particolare e limitata. 

Assenza di emozioni, il silenzio, il distacco: non significa essere depressi. Il silenzio è perdita totale del sogno esistenziale di una realtà immersa nella sofferenza, nella necessità e nella mancanza. Il silenzio è pura pienezza, è totale libertà. Il silenzio è la porta d’ingresso all’Essere assoluto.

Quando impieghiamo il termine “silenzio”, non vuole dire, per quello che è il suo significato percepito, che l’Essere sia noia mortale, dove non c’è nulla e non accade niente. Tuttavia utilizziamo il termine “silenzio” perché esso è il meno connotato dalle forme. Potremmo dire che se di silenzio si tratta, questo vuol dire silenzio dalle forme-irreali, descrive il fermarsi di una realtà onirica e particolare.

L’Essere non è mancanza di oggetti, è il fondamento stesso di qualsiasi espressione. Ogni accadimento nasce proprio dall’Essere.

Esso, l’Essere, la nostra reale Identità, nella quale viviamo nella totale consapevolezza di esistere, è pienezza assoluta, gioia infinita e incausata, è puro Tutto, è libertà, è amore.

L'Essere è il Padre.

L'Essere è Dio.

giovedì 19 gennaio 2017

Sri Ramana Maharshi




Non devi capire.
C'è qualcosa che si muove a un
livello più profondo
della comprensione ordinaria.

È la presenza stessa della grazia.
Nessuno può comprenderla.
Si può solo dire: "Grazie, di avermi raccolto,
grazie che mi ardi".

La canfora arde senza lasciare residui
e neanche questo fuoco lascerà residui.

(Silenzio)

La preghiera è questa: brucia tutto,
non lascia niente.

Lo stato supremo 
della liberazione assoluta
è la nostra vera natura.

È già raggiunto
e lo è sempre stato.

Sapendo questo,
resta in silenzio.


Sri Ramana Maharshi

sabato 14 gennaio 2017

H. W. L. POONJA

"Il Vuoto che Danza"

Ed. PSICHE 2

La Realtà




Che cos’è la realtà?

Siamo soliti accettare il mondo che conosciamo nel nostro stato di veglia come la realtà. Oppure abbiamo una concezione di essa secondo le varie forme di conoscenza come, ad esempio, quella scientifica, l’arte, la religione, la filosofia.

Ci soffermiamo, in questo contesto, sul significato di realtà nei termini della Metafisica tradizionale, espressione del fine ultimo della conoscenza, la quale afferma che “esiste un’unica Coscienza, ed Essa è la nostra reale Identità”.

Cos’è quindi la realtà? Che cosa si può considerare reale e, quindi, vero? 

È reale solo ciò che è sempre presente, eterno, assoluto. La Realtà è permanente, non subisce alcun cambiamento, all’infinito. Essa non ha né nascita né morte, non ha una causa precedente a sé, è immotivata, cioè, la sua natura non ha un perché. La Realtà è semplicemente ciò che è. Non dipende da nessuna cosa e da nessuno, ma tutto dipende dalla Realtà.

Solo ciò che è reale in questi termini può essere riconosciuto come vero.

È evidente, a questo punto, che questo significato di realtà coincide con la figura di Dio e, in termini metafisici, non ci riferiamo al Dio creatore ma all’Identità di assoluto Essere nella sua infinita possibilità.

La filosofia indiana chiarisce molto bene questa diversificazione. Essa pone due espressioni a specificazione di questa apparente diversità interna a Dio stesso.

La coscienza dell’Essere, di Dio, è sempre la stessa, ma la possiamo vedere in ciò che è realmente, in quanto Assoluto, l’“Uno-uno”, o nella sua espressione creatrice, come “Uno molti”, cioè quell’Uno da cui inizia una sequenza indefinita di numeri (la creazione).

Gli indiani, appunto, esprimono l’Assoluto con l’espressione Brahman nirguna, e la funzione creatrice dello stesso con Brahman saguna.

Brahman è l’assoluto Essere. Le connotazioni che associamo ad Esso sono così composte:
“guna” ha il significato di “attributi”;
“Nir-” significa “senza”;
Sa-, invece, ha il significato di “con”.
Nirguna vuol dire quindi “senza attributi” e saguna “con attributi”.

Il Brahman nirguna, ossia Brahman-senza-attributi, è l’Assoluto. Il Brahman-con-attributi è il Principio primo creatore, dal quale nasce l’intera Manifestazione Universale, cioè la creazione su tutti i suoi livelli, dal fisico allo spirituale più raffinato.

Quando parliamo della Realtà, nei termini della Metafisica, ci riferiamo al Brahman nirguna, l’Essere supremo.

Se è reale, vero, solo ciò che ha le caratteristiche dell’Assoluto, come dobbiamo considerare Brahman saguna e l’intera sua proiezione, che prende forma nella Manifestazione Universale? Per essere più chiari, la realtà in cui viviamo, se non può essere considerata vera, che cos’è? Come risolve questo dilemma la Metafisica tradizionale?

Essa afferma che è “non reale” tutto quello che è presente e esistente nel tempo. Non possiamo considerare come vero, quindi, tutto ciò che è limitato dal tempo, che ha un inizio e una fine, che è transitorio.

Questo non significa che la realtà in cui viviamo, nella sua continua impermanenza, non stia avvenendo realmente. Essa è una realtà, sta accadendo, ma è una realtà relativa, perché spazio-temporale.

Ciò che è accaduto non è più presente. Siamo noi che manteniamo un fatto passato nella nostra memoria, è un processo mentale, non un fatto reale. La stessa cosa vale per il futuro. Esso, mentre facciamo un nostro progetto, non esiste ancora, in questo momento non è ancora presente.

Da questo punto di vista è reale solo il presente. La realtà viaggia in un continuo presente. Ciò che era, ora non c’è più; ma, quando è accaduto, è accaduto in un momento presente. Quello che ancora deve avvenire, quando accadrà, sarà anche in questo caso un momento presente che adesso ancora non esiste.

È chiaro che, anche in questo senso, parliamo di un presente spazio-temporale ossia un presente che è l’espressione di fatti, esperienze, forme. Se vogliamo individuare la Realtà nel fluire del tempo, la dobbiamo comprendere come la presenza assoluta dell’eternità, dell’Essere che è il fondamento stesso dello spazio e del tempo. Esso è il sostrato informale di ogni possibile rappresentazione.

Brahman nirguna è sempre presente, in ogni momento e in ogni luogo manifesto, è il telo di fondo su cui l’intera rappresentazione del mondo dei nomi e delle forme si disegna. Potremmo dire, in una prima riflessione, che Brahman nirguna è la tela bianca, Brahman saguna è il pittore e la Manifestazione Universale è il disegno nelle sue molteplici rappresentazioni. Questa metafora è accettabile in un primo livello della riflessione. Un successivo momento di comprensione ci porta a capire che i tre momenti espressi (tela, pittore e pittura) in realtà sono sempre l’Assoluto, che viene visto dai nostri occhi limitati dallo spazio-tempo come momenti diversi, pur essendo Unità nella sua infinita possibilità espressiva.

Un esempio classico ci fa cogliere meglio quanto sto scrivendo. Mi riferisco alla metafora delle onde e dell’oceano.

Un’onda, dal suo punto di vista particolare, si percepisce come qualcosa di separato. Intorno a sé vede una molteplicità di altre onde. Ci sono onde più basse di essa, oppure più alte, c’è un’onda che fa la risacca e un’altra che si rompe in una schiuma scrosciante, ecc. Questa molteplicità è però apparente, se ci spostiamo dal punto di vista dell’oceano, che esprime la coscienza dell’Essere assoluto, dell’Unità coscienziale. L’oceano è cosciente che tutto è sé stesso. L’onda percepisce solo la sua particolarità, a causa dell’ignoranza circa la sua vera identità di essere essa stessa semplicemente l’oceano. Per l’oceano, che esprime il punto di vista della Metafisica, c’è solo esso stesso. Tutto è oceano, che ci siano o non ci siano onde. Così come esiste solo l’Essere con o senza una manifestazione in atto.

Ciò vuol dire che nella natura dell’Essere unico, non duale, c’è l’infinita possibilità di essere semplicemente o di esprimersi in qualsiasi forma possibile, in eterno. Il suo apparire nelle onde molteplici della creazione può avvenire oppure no. In assenza di manifestazione rimane l’Essere nella sua pienezza. L’Essere, quindi, è sempre presente. L’Essere è… ed è prima che ci sia una manifestazione. È presente mentre è in atto una manifestazione e sarà sempre presente quando non ci sarà più questa manifestazione. Esso è in eterno.

Perché tutto questo ci riguarda? Cosa ci può interessare del fatto che esista un Essere assoluto che è sempre presente, incausato, immutabile, e proprio per questo è l’unico vero, e c’è poi la nostra realtà relativa che a noi sembra così reale e vera? In Cosa può esserci utile un’affermazione di relatività nei confronti della realtà come noi la percepiamo se poi dobbiamo quotidianamente occuparci di essa come se fosse vera?

Dal punto di vista della Realtà, della Verità, esiste quindi un’unica coscienza che è l’Essere. Proprio perché è vera una sola coscienza, quella coscienza è la nostra reale Identità. Anche noi, quindi, siamo quest’unica coscienza, ma ne abbiamo persa la consapevolezza.

In quanto esseri particolari, ignoranti circa la nostra assolutezza, viviamo identificati con una forma particolare in mezzo ad altre forme particolari. Questa identificazione fa sì che, momentaneamente, in apparenza, subiamo i limiti e le difficoltà del “veicolo” col quale ci stiamo identificando. Nel nostro caso, ci crediamo di essere un corpo e una mente, che formano la nostra idea di ego, e in essi racchiudiamo la nostra identità percepita. Ci crediamo un’onda e non ci rendiamo conto di essere, tutti quanti, l’oceano stesso. Questa identificazione ci presenta le esperienze particolari che viviamo tutti i giorni. È come un sogno o un film che vediamo sullo schermo, pensando di essere noi gli interpreti.

La via che porta al “risveglio” della nostra reale Identità è quel cammino di liberazione dalla sofferenza e dallo stato di necessità. E questo “risveglio” può essere compiuto solo disidentificandoci dalle forme particolari per poi riconoscerci nella nostra Non duale Unità.

Vi propongo alcune citazioni a chiarimento di quanto detto sul concetto metafisico di realtà.

Dal testo “Tat Tvam Asi” – “Tu Sei Quello”, Raphael, Ed. Associazione Ecoculturale Parmenides.

“La Realtà dev’essere costante, identica a sé stessa, autodimostrabile, indivisibile, infinita, fuori del tempo-spazio e causalità”.

“Una realtà che oggi percepiamo e domani non percepiamo più non possiamo considerala Realtà assoluta”.

“La costante (la Realtà) è ciò che permane, è ciò che è, perché se dovesse avere una pur minima interruzione, un cangiamento o un divenire, allora non sarebbe costante (reale/vera) [parentesi nostre].

“Una Realtà è tale se non dipende da altre realtà. Se reputiamo valido questo enunciato, possiamo, con la spada del discernimento, rifiutare tutto ciò che non gli corrisponde”.

Max Planck (premio Nobel per la fisica), dal suo libro “Autobiografia scientifica”.

“… per me la ricerca di qualcosa di assoluto è lo scopo più nobile e più degno della scienza”.

“Tutto ciò che è relativo presuppone qualcosa di assoluto e ha un significato solo quando viene confrontato con qualche cosa di assoluto”.

Ramana Maharshi

“Lo stato sempre presente è lo stato naturale (reale)”. [parentesi nostre].

“Lo stato in cui la consapevolezza è stabile, anche quando si percepiscono oggetti, è chiamato lo stato naturale”.

“La mente che riposa nel Sé è nel suo stato naturale, ma le nostre menti dimorano invece negli oggetti esterni”.

“Nello stato naturale, attraverso il silenzio della mente libera da tutte le tendenze, il conoscitore conosce sé stesso in quanto tale, senza più dubbi”.

“L’errata identificazione con il corpo sorge perché siamo andati alla deriva deviando dal nostro stato naturale. Ma ora ci viene insegnato di abbandonare tutte le false idee, a ritornare alla sorgente e rimanere nel nostro stato naturale”.

“La Pace è la tua natura. L’oblio non coinvolge mai il Sé (l’assoluto in noi, la nostra identità reale, nella piena consapevolezza di ciò che siamo realmente). Ora il Sé è confuso con il non sé, e per questo parli di oblio del Sé, di mancanza di pace, e così via”. [parentesi nostre].

“L’oblio della vera natura è la vera morte, il suo ricordo è la vera nascita. … Allora hai la vita eterna. Come sorge il desiderio della vita eterna? Perché l’attuale stato è intollerabile. Perché? Perché non è la tua vera natura”.

“La felicità non si ottiene. La tua natura è felicità. La beatitudine non è l’acquisizione di qualcosa di nuovo. Tutto ciò che si deve fare è rimuovere l’infelicità”.

Poonja: “Il Vuoto che Danza”. Ed. Psiche 2.

“Io sono l’oceano, e ogni forma visibile
è un’onda che danza in me: questa è la conoscenza.

Quando le onde si alzano, l’oceano non perde nulla;
e quando le onde ricadono, l’oceano non guadagna nulla.

Come le onde giocano, così l’oceano gioca.
Io sono oceano, Io sono acqua, Io sono onda;
non c’è mai separazione tra acqua, oceano e onda!

Non ci sono diversità né turbamenti,
e nessuno che venga turbato.

Far emergere un ‘io’, o qualunque altro pensiero,
è far emergere un’onda.
L’acqua rimane acqua.
Lascia quindi che ogni cosa sia, poiché è il tuo stesso Sé.

Come il fiume sfocia nell’oceano,
dissolvi te stesso in ciò che sei:
felicità, beatitudine, Essere, universo.

Qui c’è solo consapevolezza.
Qui solo il Sé è.”


Domanda:
Da quello che intuisco, lo stato della Realtà, del Vero, dell’Essere non rappresentano un concetto filosofico fine a sé stesso, ma sono un reale stato della nostra coscienza, cioè qualcosa che possiamo vivere realmente. La domanda però è: “chi dice che tutto questo sia vero?” Perché dovremmo credere alla possibilità dell’uomo di essere il reale Assoluto, una coscienza unica di tutti gli esseri?

Risposta:
La Suprema Conoscenza Non Duale dell’Essere insegna che la Realtà è la nostra Identità reale, e proprio perché essa è il nostro stato reale, vero, naturale, è ciò che più di ogni altra esperienza possiamo vivere in noi.

Quando ci disidentifichiamo dalle forme particolari e ci riconosciamo l’Essere, l’oceano, quello stato è il punto d’arrivo di tutti gli esseri, di tutte le onde sparse nell’indefinito cosmo, quello che tradizionalmente è detto “Manifestazione Universale”.

Quando parliamo di Identità reale, stato descritto molto sinteticamente dal mantra indiano “Tat Tvam Asi” – “Tu Sei Quello”, affermiamo qualcosa che vale per lei, per me e per ogni ente particolare nella Manifestazione Universale. È la verità di tutti. Tutti siamo Quello, l’Assoluto. E lo stato dell’Essere, come si evince anche dalle citazioni presentate, non è un perdersi nel nulla oscuro, in piena assenza di consapevolezza di esistere. Questa è l’espressione dell’errore del nichilismo.

Lo stato dell’Essere, della Realtà, è piena esistenza assoluta e consapevolezza di esistere.

Dalla prospettiva del risveglio alla Verità, come testimonia la Tradizione, ci rendiamo conto di quanto siamo stati annebbiati come enti particolari. Nel momento dell’autoriconoscimento di essere la Realtà, comprendiamo di aver sognato nello stato di identificazione. In realtà, ci rendiamo conto di essere sempre stati l’Essere. Un po’ come accade quando ci svegliamo dal nostro sogno notturno e ci accorgiamo, ogni giorno, di aver sognato momentaneamente.

Immagini Ulisse che, dopo molti affanni e peregrinazioni nel mediterraneo, approda ad Itaca. Mi conceda ora una piccola modifica dell’epica omerica. Quindi, Ulisse torna ad Itaca, a casa sua. Si trova davanti al suo castello. E cosa fa. Emozionato, apre lentamente il portone, entra nelle mura, accede alla sua dimora. Lì c’è un camino acceso con un uomo di fronte, il quale, sereno, si riscalda sorseggiando una bevanda calda.

Ulisse, sfinito, si avvicina sempre più per vedere chi sia quell’uomo… E, ad un tratto, sente ritornare tutte le sue forze, la gioia riempie di colpo il suo cuore. In quel momento scopre di non essersi mai mosso dalla sua Reggia. Era proprio lui seduto di fronte al camino, nulla era mai accaduto, e nulla mai accadrà.

Questa è la storia di ognuno di noi, questo è il nostro momentaneo sogno esistenziale.

Ma lei mi chiedeva: perché credere a tutto questo?

Ci sono vari motivi per farlo.

Se mi concede una battuta iniziale, si può fare perché non costa nulla e nel cammino si accorgerà di essere sempre più libero e gioioso.

Proseguendo con la risposta, può considerare che questa Verità è stata affermata da tutte le grandi tradizioni nella storia, anche se è andata un po’ nel dimenticatoio. Gli uomini e le donne di molte culture ne hanno parlato e lo hanno fatto nello stesso modo. 

La Realtà, nella sua assolutezza, è stata realizzata da sempre e ancora oggi è realizzata.

Devo essere sincero con lei. Può anche convincersi di queste prove ascoltate oppure no. Consideri, però, che lo stato coscienziale in cui avviene il riconoscimento di queste affermazioni si evidenzia quando ci sono determinate qualificazioni nell’aspirante, nel ricercatore. Le qualificazioni saranno una trattazione separata perché fondamentali per la comprensione dell’insegnamento metafisico. Le basti per ora sapere che un ricercatore qualificato a questa conoscenza non ha alcun dubbio circa la beltà delle affermazioni della stessa. La sua continua esperienza nella comprensione, darà poi sempre più valore a questa risonanza iniziale. E di questo, pur non avendo ancora realizzato la Conoscenza Suprema, le posso dare io stesso un’estesa testimonianza.

Il “dubbio scettico” è comunque frutto dell’identificazione con la mente discorsiva.

Nel silenzio non c’è più alcun dubbio, c’è pura comprensione.

In merito a ciò, le indico un articolo che ho scritto qualche tempo fa, dal titolo “Oltre la Fede, al di là del Dubbio”.


http://cavalierieidon.blogspot.com/2016/01/di-la-dalla-fede-oltre-il-dubbio.html?spref=bl 


È una riflessione che riguarda la sua domanda. Penso che le potrà essere d’aiuto.

venerdì 13 gennaio 2017

L'ATTIMO ETERNO DELLA VERITÀ




La vita dell'essere umano è un momento tra la sua storia e il suo avvenire. 

In questa morsa temporale, i nostri ricordi evocano la nostalgia e la sofferenza del passato o, se guardiamo avanti, siamo offesi dall'aspettativa e la paura del futuro. 

Questa è l'illusione fantasmatica della mente. Viviamo alienati in un tempo che non è. 

Il passato non è più disponibile e il futuro è mera immaginazione proiettiva. 

In realtà, non siamo mai. 

Non cogliamo l'unico momento reale, il presente infinito dell'attimo. 

In esso tutto è vero. 

Quel punto senza tempo è la porta dell'Eternità, la Casa del Padre. 

Lì, risiede Dio.

Lì, tutto è Amore, Grazia. 

In quel luogo silenzioso della Presenza, la nostra vita si trasforma, è affidata al Principio, al Logos, a quel Verbo che è presso Dio; che è Dio. 

Lì, ogni azione diventa Gloria. 

Lì risiede il mistero invisibile della Verità. 

lunedì 9 gennaio 2017

SULLA METAFISICA




Etimologia: dal latino medievale metaphysica, e questo dal greco μετὰ τὰ ϕυσικά; letteralmente: “dopo la fisica”. (I termini in greco, a causa dell'assenza dei simboli delle lettere in alcuni programmi, potrebbero non essere letti correttamente).

Il termine “metafisica” è un nome coniato da Andronico di Rodi (I sec. d.C.) nella sua edizione delle Opere di Aristotele. I libri di metafisica, che puntavano a individuare la natura ultima e assoluta della Realtà, vennero posposti a quelli di fisica, che trattavano invece delle cose della natura.

Tradizionalmente, anche se la storia della metafisica è molto articolata e inserita in vari rami della cultura, questa parola descrive il livello massimo dello scibile; e quello che sta a significare è di certo già presente molto prima di Aristotele.

Invero, Andronico di Rodi col termine “μετὰ” non voleva affatto definire una relazione di maggiore importanza tra le scienze della natura e la metafisica. Lui diede una semplice forma alla sua edizione delle opere di Aristotele e nulla più di questo.

Con gli aristotelici, nei secoli successivi, Il termine μετὰ τὰ ϕυσικά venne interpretato diversamente. Quel “μετὰ” iniziò quindi ad esprimere il segno di superiorità della realtà ricercata dalla metafisica nei confronti di tutte le altre scienze.

In questo articolo ci troviamo nell'orizzonte della tradizione sapienziale e affrontiamo il significato di “metafisica” nei termini del “lavoro iniziatico” che essa descrive.

Come si può osservare, quando ci occupiamo di chiarire le espressioni di un determinato settore della conoscenza, siamo costretti ad utilizzare parole ancora non chiare per la maggior parte dei lettori.

Mi riferisco ai significati di “tradizione sapienziale” e “lavoro iniziatico”. Proprio perché entrambi rappresentano tematiche importanti nella metafisica, per facilitare la lettura di questo articolo, sviluppiamo una loro breve, preliminare definizione.

Il termine “sapienziale” definisce quella conoscenza che porta alla saggezza, intesa come profondo sapere; ed essa si riferisce molto a ciò che riguarda la metafisica. La “tradizione sapienziale”, espressa nelle sue molteplici forme, è perciò quell’insegnamento millenario che apre all’essere umano la possibilità di conoscere sé stesso nella sua totalità, dal piano fisico corporeo a quello più elevato dello spirito.

“Il lavoro iniziatico” è quel cammino di ampliamento della coscienza che porta l’uomo a scoprire la sua verità più profonda, comprendendo, in varie tappe, che la sua identità reale è qualcosa di molto più ampio del corpo e della mente. Nella parola “inizio”, da cui proviene “iniziatico”, c’è il significato implicito di iniziare, mettersi in cammino. Questo vale per tutti i livelli della vita. È sempre un’iniziazione: andare allo stadio la prima volta, o per la prima volta fare l’amore, salire su un deltaplano, ecc.

Ogni volta che iniziamo qualcosa di nuovo, avviene un ampliamento delle nostre possibilità; anche per ciò che riguarda le cose negative. Espressioni come “contro iniziatico” o “contro iniziazione” descrivono infatti il potenziamento del proprio ego e dell’egoismo nefasto che nasce dalle potenzialità generate nel percorso iniziatico mal compreso o mal utilizzato.

In realtà, dal punto di vista della conoscenza di cui ci occupiamo, tutto è già presente in noi, ma lo è solo in potenza, è solamente una possibilità che non vediamo. 

L’iniziazione rende visibile, attivo, quello status e ci mette nelle condizioni di realizzare ciò che, inconsapevolmente, già eravamo. Sarebbe un po’ come annaffiare un seme interiore pronto per sbocciare, in attesa che qualcuno gli dia un “Via!”.

Tornando al tema specifico, cos’è la metafisica nei nostri termini iniziatici?

Essa è l’insegnamento che porta alla nostra identità più profonda e vera. E questa nostra realtà è “l’Essere in quanto tale”.

Ora, qualcuno potrebbe gridare: “mozione d’ordine!”. E ancora: “Come si può chiarire il concetto di Metafisica utilizzando proposizioni come “l’Essere in quanto tale?”. “Cosa dovrebbe significare questa espressione?”.

Possiamo già dire che “l’Essere in quanto tale” equivale a: “l’Essere in quanto Essere”, cioè l’Essere per quello che semplicemente è in Sé, prima di manifestarsi nelle sue infinite forme e possibilità.

L’Essere, prima di affaccendarsi nel fare, semplicemente “è”.

Se affermo che Esso ha in sé possibilità infinite, intendo proprio dire che non hanno fine. Nella sua natura c’è, quindi, anche la possibilità di perdere momentaneamente la coscienza di Sé e sperimentare l’ignoranza e la sofferenza.

L’Essere è pura pienezza, assoluta beatitudine incausata, (cioè, che non ha una causa, ma è semplicemente l’espressione della sua natura). Ogni forma manifesta è una delle sue infinite rappresentazioni.

Prima che parta una domanda consueta, anticipo la risposta.

Se l’Essere è il fondamento di qualsiasi possibile espressione, forma, nome, come può perdere coscienza di Sé e magari sperimentare anche la sofferenza, cosa assai nota agli esseri umani? E, ancora, se l’Essere si trova bene nella sua immobilità, perché dovrebbe mettersi a fare qualcosa, magari creare anche l’universo?

Queste sono le domande che i ricercatori neofiti hanno sempre posto ai propri veri maestri. (“maestro”: altro termine da spiegare. Per ora accontentiamoci di sapere che “il maestro” è colui che ha realizzato in sé ciò che insegna). Essi, però, non hanno mai risposto... Hanno dato al discepolo la metaforica bastonata, che i maestri zen danno realmente. La “mazzata” starebbe a significare: “Non ti accorgi che questa domanda è mal posta?”.

E il discepolo, ragionando con la mente e i suoi limiti, ha sempre continuato a chiedere: “Che cosa ho chiesto di così strano?”.

Noi siamo abituati a ragionare per quella che è la nostra esperienza nella realtà in cui viviamo. In essa tutto è fondato sulla legge di causa ed effetto. Qualsiasi cosa che accada, o sia fatta in un modo particolare, avviene perché c’è una causa precedente che ha determinato quello stato, o quell’evento.

Se spingi una tazza fino alla fine del tavolo, questa cade in terra; se offendi qualcuno, questi in un modo o in un altro ti risponderà male, oppure no, ma magari gli susciteresti grande silenziosa antipatia. E ancora, se mangiamo e ci abbuffiamo al pranzo di ferragosto e poi ci tuffiamo nell’acqua gelida prima che siano passate circa tre ore, ci viene una sincope. Così almeno mi diceva mio padre quando ero piccolo.

Potremmo continuare gli esempi all’indefinito. Tutto in questa nostra realtà spazio-temporale vive sulla legge di causa ed effetto. Gli orientali la chiamano “La Legge del Karma”. Questa Legge, se riguarda le cose fisiche e, al limite, quelle dell’esperienza comune in generale, viene accettata con certezza. Il problema sorge quando viene affermato che Essa comprende tutti i livelli dell’universo, compreso il più elevato sul piano spirituale. Ad esempio, tutto ritorna così come è agito da te. Se ami verrai amato, se fai del male ti sarà restituito, ecc. Il metafisico direbbe, questo accade perché l’altro sei sempre tu, anche se al momento non lo sai. Avremo, in seguito, modo di parlare della legge del Karma.

Comunque, questa riflessione sulla Legge di causa ed effetto parla di ciò che costatiamo normalmente nella realtà di cui siamo coscienti. Tutto quello che accade ha una sua causa, non c’è nulla che avvenga che non abbia un perché precedente.

Questo non vale per l’Essere…

Esso è il Fondamento della realtà manifesta (che nasce da Lui prendendo una delle infinite forme particolari nella molteplicità). L’Essere è il telo bianco su cui appare l’intera manifestazione universale (l’intero universo su tutti i suoi livelli).

Esso è oltre qualsiasi forma. Da questo ragionamento comprendiamo come l’Essere sia il Fondamento stesso della Legge di causa ed effetto. La Legge stessa è una sua espressione e può agire solo nella manifestazione. C’è Legge solo dove l’Unità appare come molteplicità.

Sul piano dell’Essere, perciò, non possiamo chiedere: “perché?”.

L’Essere è, semplicemente, perché questa è la sua natura. E nella sua natura c’è la possibilità di apparire nel mondo delle forme oppure rimanere solo cosciente di Sé. Non c’è nulla prima dell’Essere. Lo stato ultimo della realtà, che appunto, chiamiamo Essere, è “incausato”, non ha una causa precedente a Sé. È proprio Esso l’unica causa prima.

Qualcuno, qualche anno fa, sentendomi affermare che sull’Essere non si può chiedere “perché è così?”, mi accusò di dogmatismo. Io non gli diedi la “mazzata zen” perché non c’era un rapporto tra noi che la giustificasse. Sorrisi, semplicemente, con l’intenzione di dedicarmi ad argomentare la mia affermazione, ma l’altro non mi diede la possibilità di spiegargli che la sua domanda, di spiegazione non accolta, era semplicemente mal posta. Il suo malinteso non considerava la natura dell’Essere. Provai solo a spiegare che la metafisica non è dogmatica nel senso che lui intendeva: ossia qualcosa che non può essere compreso dall’uomo, quindi, inafferrabile e soprattutto non discriminabile. La metafisica è un insegnamento che porta in sé la conoscenza per essere realizzato in ciascuno, oltre la razionalità e “per identità”.

Possiamo a questo punto pronunciare con più chiarezza l’affermazione centrale della metafisica:

L’Essere è la nostra reale Identità.

Esso è la Verità ultima, nella piena realizzazione della consapevolezza. Quindi, non si può chiedere il perché della natura dell’Essere, ma lo si può comprendere per diretta realizzazione in noi. In termini tradizionali si dice appunto: “realizzazione per identità”, quando si vuole dire che la conoscenza dell’Essere può avvenire solo riconoscendolo come la nostra reale identità.

Si apre ora un ulteriore chiarimento.

Se l’Essere è la reale essenza di ognuno di noi, nel senso che siamo tutti l’Essere, possiamo affermare, per conseguenza logica, che Esso sia l’unica coscienza esistente e reale.

Questa nostra riflessione dischiude il concetto metafisico di “non dualità”.

La “non dualità” è strettamente legata al significato di “metafisica”, perché descrive l’Unità incondizionata dell’Essere. La metafisica quindi ricerca la Verità non duale che sta al nostro fondamento. Da ciò deduciamo che la manifestazione universale (la creazione, il mondo dei nomi e delle forme, sono tutti sinonimi), e l’intera dimensione particolare in cui viviamo in quanto individui, è irreale proprio perché “duale”.

Per “irreale” non intendiamo che non esiste. Essa è semplicemente una realtà relativa che ha un inizio e una fine. È una realtà spazio-temporale. Dal punto di vista metafisico, quindi, è reale solo ciò che è sempre presente in eterno, fuori dallo spazio e dal tempo.

Lo spazio e il tempo sono due coordinate utilizzate dalla mente per decifrare una molteplicità apparente che vediamo a causa della nostra perdita di coscienza dell’unità che siamo noi stessi.

Un esempio che spesso si utilizza nella tradizione è quello dell’oceano e delle onde.

L’oceano (l’Essere) ha la possibilità di assumere infinite forme particolari (le onde). 

L’onda, che è la metafora della nostra individualità, della mente egoica con la quale siamo identificati, ha perso momentaneamente la coscienza di essere l’oceano. Tra l’onda e l’oceano non c’è alcuna differenza. E questa è l’espressione non duale.

La dualità, quindi, è l’apparenza che nasce dalla momentanea ignoranza che l’onda ha della sua reale natura-oceano-essere.

Per essere ancora più chiaro, porto un’altra metafora della tradizione non duale.

L’argilla rappresenta l’Essere ed essa può assumere le molteplici forme dei vasi. Il vaso perde la consapevolezza di essere in realtà argilla, la quale è la vera essenza di ogni vaso. Tutti i vasi, nell’espressione della loro particolarità, sono argilla; la loro forma è una semplice apparenza dell’unica essenza.

A questo punto, vediamo cosa succede in alcune vicende dell’iniziazione praticata.

Molti ricercatori sul cammino metafisico, a un certo punto, rinunciano a procedere nella conoscenza. Questo accade spesso per vari motivi, sempre dettati da una comprensione fallace dell’insegnamento. Uno di questi motivi della rinuncia è il pensare che la realizzazione dell’Essere ci porti in una dimensione nichilistica, cioè in uno stato dove avverrebbe una perdita totale della coscienza di esistere. Un po’ come affermare un materialismo assoluto dove il nostro fondamento sarebbe una totale morte della coscienza in una perdita nel tutto indeterminato.

È evidente che con tali convinzioni limitanti, fondate sull’ignoranza metafisica di molti neofiti, non si va molto lontano.

L’Essere è l’esatto opposto del nichilismo.

L’oceano è pienamente cosciente di essere. Sono le onde che vivono un sogno esistenziale in cui si credono di essere qualcosa che in realtà è pura impermanente apparenza.

Nella tradizione della metafisica indiana del Vedanta Advaita, per ovviare a questo malinteso, sono stati assegnati tre termini emblematici alla coscienza dell’Essere. Questi sono: SatCitAnanda. Il loro significato è Essere, Coscienza e beatitudine (in assoluto). Ovvero, significano Esistenza assoluta (Essere), piena consapevolezza di esistere (Coscienza), ed essendo questo lo stato della totale pienezza incausata, è espressione di Beatitudine assoluta. È lo stato della Pax Profunda dei risvegliati (coloro che hanno realizzato l’Essere e hanno perciò riconosciuto la loro/nostra reale Verità). È una pace incomparabile con qualsiasi altra felicità, è Shanti, Pace, (termine sanscrito che descrive questa divina posizione coscienziale). Queste tre parole, SatCitAnanda non possono descrivere realmente lo stato dell’Essere, perché esse sono linguaggio, forma, grammatica. Se non possono rappresentare l’Essere nella sua assoluta natura sono però in grado di mitigare il malinteso del nichilismo.

Con una espressione un po’ sibillina, mi concedo di dire, alla luce della tradizione, che: possiamo non credere a tutto questo, ma, alla lunga, non possiamo non essere ciò che siamo.

Quando un allievo presenta al proprio maestro la paura di nullificarsi, quest’ultimo sorride (o, a seconda della scuola da cui proviene, potrebbe decidere di dargli la “mazzata”).

Il maestro è probabile anche che risponda così: “Cosa pensi che io sia? Un Fantasma?”. Poi proseguirebbe: “Io sono pienamente presente di fronte a te e ti sto parlando. Da quello che affermi, per il fatto che reputi l’Essere, che io ho realizzato, come l’espressione della totale incoscienza, mi stai dicendo che io stesso sono una semplice tua allucinazione. Oppure, se preferisci, c’è una parte di te che mi ascolta e mi ritiene reale, un’altra invece che pensa che io sia una specie di medusa incosciente che, non si sa per quale motivo, riesce a formulare almeno dei concetti razionali”. 

Oppure sempre il maestro potrebbe raccontare: “Quando vai a farti una doccia, cosa fai? Ti spogli dei tuoi abiti e ti lavi. Nel momento in cui hai tolto l’ultimo indumento che indossavi, sei scomparso o ti sei reso conto di aver tolto ogni vestito dal tuo corpo?”.

Lo stato descritto da chi ha raggiunto il “risveglio” è un po’ questo. Nel momento del “risveglio” ci si rende conto di ciò che siamo al di là delle forme che sovrapponiamo sopra la nostra reale natura. E questa è l’Essere. Ed Esso è ciò che la metafisica ricerca.

E nulla più.

DOMANDA:
Conosco molti percorsi iniziatici come l’Alchimia, la Qabbālāh ebraica, il sufismo, lo zen, ecc. Non ho mai saputo che ci fosse un percorso metafisico. Da quello che dice è una tradizione millenaria che però sembra non avere visibilità nella storia della conoscenza iniziatica.

RISPOSTA:
La metafisica individua un livello della conoscenza, quello appunto che si dirige all’Essere, al piano non duale della realtà.

Molte tradizioni, come alcune che ha citato lei nella sua domanda, sono tradizioni metafisiche.

La Qabbālāh è una tradizione che presenta una conoscenza che arriva alla non dualità nell’Ain Soph (l’Assoluto). L’Alchimia, nel progetto realizzativo della Grande Opera, conduce di fronte all’Essere. Un’altra grande tradizione metafisica è il Vedanta Advaita, nel quale la parola Advaita significa proprio “non duale”. Questo accade anche nel sufismo e in alcune scuole del Buddismo, quelle appunto che prospettano il livello della non dualità. Ce ne sono altre che non elenchiamo. Lo stesso insegnamento del Cristo comunque era non duale, anche se è stato perso nel tempo. Ci sono dei maestri dell’area cristiana che hanno realizzato la non dualità, come San Giovanni della Croce o Meister Eckhart. Essi hanno parlato dell’Essere esprimendosi in un linguaggio adatto al cristianesimo del loro tempo, invariato fino ai nostri giorni. A volte lo hanno fatto più esplicitamente, altre volte un po’ meno. Nei loro tempi era molto pericoloso affermare che “tutto è Uno”, in un’area religiosa che si è nei secoli stabilizzata all’interno dei limiti della dualità. E per questo, in ogni modo, sono stati perseguitati dalla Chiesa Cattolica. Nel cristianesimo non si può affermare che “tutto è Uno”, perché questo significa eliminare la divisione tra Creatore e creatura. Se tutto è Uno anche la reale identità dell’uomo è essere Dio. Non intendo dire che l’uomo è come Dio. L’essere umano è l’Essere che momentaneamente si identifica con la forma umana particolare. Quindi il percorso iniziatico fa sì che si dissolva questa identificazione. Quando si scioglie l’apparenza rimane solo un'unica coscienza, e questa è Dio.

Per i cristiani queste sono affermazioni eretiche, ma in realtà, dal punto di vista metafisico, era quello che insegnava Gesù. Dai Vangeli si evince questa Verità dell’insegnamento del Cristo, soprattutto in Giovanni, come ad esempio in questo emblematico passaggio: “In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi” (Giovanni 14,17). Gesù adopera lo “stato in luogo”. Egli utilizza “in” come se si riferisse realmente a qualcosa che sta dentro un’altra. Fino che ci sono cose dentro altre ci troviamo nella molteplicità, nel piano duale. Gesù non poteva però esprimersi diversamente, parlava di solito a gente “semplice”. Gli apostoli stessi, che erano grandi uomini, perché avevano rinunciato ai loro attaccamenti per seguire la Verità, erano anche uomini che non avevano una particolare formazione sapienziale, per comprendere concetti così estesi della conoscenza. Essi, di contro, coglievano la grandezza del Cristo, lo riconoscevano come reale Principio Divino. Solo alcuni di coloro che lo hanno seguito, primo fra tutti Giovanni, comprendevano molto di ciò che realmente insegnava Gesù.

Ritornando alla sua domanda, le propongo una breve citazione di Raphael (Testo: “La Triplice Via del Fuoco”) che parla della molteplicità delle tradizioni metafisiche, almeno citandone alcune tra le più note.

 “La metafisica va di là da tutte le scienze profane e anche sacre, quindi non è cosmologia, né ontologia che fa riferimento all’Uno principiale. Il sentiero metafisico, in riferimento alla Qabbālāh, è quello dell’Ain Soph, all’Alchimia è quello che risolve lo stesso Zolfo, al Vedānta è quello del Nirguṇa o Turīya. Per Platone-Plotino è la realizzazione dell’Uno-Bene, che trascende lo stesso Essere o Uno Molti”.

Le tradizioni metafisiche sono varie. Tutte si dirigono verso la comprensione della non dualità, ma sul piano della prassi operativa sono diverse fra loro. Ognuna indica un tipo di pratica diversa l’una dall’altra. Ogni ricercatore, in base alle sue caratteristiche particolari può trovare affinità in uno o in qualsiasi altro insegnamento metafisico.

Lei dovrebbe però considerare che non tutte le Vie metafisiche presenti nella storia sono in questo momento attive e percorribili. Un insegnamento è vivo e fruibile solo se sono viventi maestri che hanno realizzato l’Essere e propongono quel tipo di cammino particolare. Il maestro è necessario. Ognuno può realizzare solo ciò che il suo maestro ha già realizzato. Sono detti “rami secchi” quegli insegnamenti che, ha causa dell’assenza in vita dei maestri, si sono staccati dal fondamento della Tradizione.

Se lei vuole incamminarsi verso la nostra reale Identità, “La Casa del Padre”, nella eterna non dualità dell’Essere, deve scegliere un percorso in questo momento attivo. Altrimenti, perderebbe solo tempo prezioso.



Non starò qui a dire quali siano le tradizioni percorribile nel nostro mondo attuale. Le basti sapere che qualsiasi percorso iniziatico vorrà scegliere, dovrà avere la certezza che di fronte a lei ci sia un vero Maestro.