martedì 22 novembre 2016

9 parte “SEFER YETZIRAH” Uno studio sui confini tra lingua sacra ed arbitrarietà



Il SEFER YETZIRAH E LA MEDITAZIONE: ABULAFIA


Introduzione alla meditazione
Ci sembra necessario analizzare il tema della meditazione, anche se in maniera estremamente superficiale, perché, in generale, contribuisce a rendere comprensibili i significati codificati nel Sefer Yetzirah e, più specificatamente, mostra come il simbolismo espresso in “Lettere” e “Sefiroth” affondi le sue radici in uno stadio profondo della coscienza. Nel corso di questo paragrafo descriveremo sinteticamente l’opera e le idee di Abulafia, famoso mistico medievale, che per primo descrisse con chiarezza le tecniche estatiche rimaste segrete per secoli, la cui origine va ricercata in quella tradizione occulta, chiamata “Opera del Carro”.

Per meglio circoscrivere l’oggetto che tratteremo, prima di poterlo utilizzare ai nostri scopi, indichiamo cosa si intende per “meditazione”.

In senso generale, la meditazione consiste nel riflettere in maniera controllata: decidere la direzione che il nostro pensiero dovrà seguire in un certo lasso di tempo.
Per brevità, analizziamo solo due delle tecniche fondamentali della meditazione, che riguardano anche l’uso che l’ebraismo fa delle “Lettere”: la “visualizzazione” e la recita “mantrica”[1].

La “visualizzazione” è una tecnica che consiste nell’evocare un’immagine nella mente e tentare di mantenerla fissa. Nella meditazione Ebraica è conosciuta come l’incidere. L’immagine è fissata nella mente come se vi fosse incisa, così che possiamo guardarla con l’occhio della mente tanto a lungo quanto vogliamo, fino ad arrivare alla capacità di evocarla dalla nostra coscienza, anche senza la sua presenza. Ma questa tecnica, anche se può sembrare di banale semplicità, richiede una disciplina rigorosa.
Alla tecnica di “incidere” l’oggetto scelto (spesso una lettera dell’alfabeto ebraico, ma non necessariamente) all’interno della nostra coscienza, per poi essere visualizzato quando desideriamo, se ne affianca un’altra, necessaria, che si chiama “tagliare”. Quest’ultima consiste nel togliere ogni altra immagine mentale intorno al nostro oggetto. Il Sefer Yetzirah ci descrive queste due tecniche, parlando di Chatzivà (il taglio) e Chakikà (l’incisione).
Portiamo un esempio dal testo, dove figurano le tecniche di “incisione” e  “taglio”, affiancate però ad altre, come la permutazione e la combinazione, data la maggiore complessità delle tecniche descritte nel Sefer Yetzirah.

Ventidue Lettere: le incise, le intagliò, le soppesò, le permutò, le combinò e con esse formò l’anima di tutto il creato…”[2]
Anche se questa tecnica può essere eseguita con qualsiasi oggetto, evidentemente, i cabalisti hanno sempre usato Lettere o Nomi Divini.
Numerosi testi cabalistici parlano di “yichudim” o “unificazioni”. Nella maggioranza dei casi, il metodo di meditazione yichudim consiste nell’immaginare vari Nomi di Dio e di manipolarne le lettere. Questo, però, è un metodo molto avanzato e richiede una grande conoscenza della Cabalà.
Secondo alcuni testi ebraici si fa riferimento a questo tipo di meditazione nel versetto dei Salmi “Costantemente ho posto YHVH davanti ai miei occhi” (Salmi 16:8).
E’ interessante notare che nella preghiera, non vista solo come ripetizione passiva di proposizioni, ma come forma di trascendenza ed unione a Dio, la tecnica appena accennata, proprio per la contemporanea presenza di un’immagine avente un proprio bagaglio semantico (in questo caso il Tetragramma YHVH), è di grande aiuto per superare la soglia della coscienza, portando, così, la propria mente in una direzione decisa a priori che, appunto, si dirige verso la dimensione della Divinità.
Ci sono vari gradini della tecnica chiamata yichudim, che portano a stadi di coscienza sempre più avanzati. Accenniamo all’ultimo livello, perché ci sembra un buon esempio per comprendere la profonda sintesi tra le ”Lettere” dell’alfabeto ebraico e i livelli profondi della coscienza, e lo facciamo citando un interessante passo scritto dal rabbino ortodosso Aryeh Kaplan, molto conosciuto, scomparso nel 1983, già citato nel corso della trattazione.

L’ultimo livello (di questa tecnica) <nostra aggiunta> è raggiunto allorché le lettere sono percepite come esseri viventi, come se ciascuna di queste fosse una creatura angelica. Si acquisisce allora una coscienza unica della loro forza vitale, della loro energia spirituale, del loro significato e del flusso di energia che passa da una all’altra.”[3]
Facciamo notare che, al di là della superficiale suggestione che l’autocoscienza induce in sé stessa, la citazione descrive la forte presenza degli elementi sia figurativi sia semantici che la lettera porta attraverso la sua esterna oggettualità.
Anche se non possiamo, quindi, stando alle nostre attuali conoscenze, affermare che lo specifico portato simbolico delle lettere ebraiche sia innato nell’animo umano, come se fosse un archetipo Junghiano[4], non possiamo scartare a priori quest’idea.
Riusciamo con certezza a sostenere, però, che, seppure la conoscenza dei simboli in questione fosse un’informazione culturale acquisita a posteriori, il forte radicamento nell’ebraismo degli stessi, porta ad una cristallizzazione, nella coscienza, tra il “significante simbolico” ed il significato di cui è portatore, tanto da riuscire a guidare il pensiero, nella meditazione, verso la direzione desiderata che, come abbiamo accennato all’inizio di questo paragrafo, è il senso stesso del meditare.

Un’altra delle forme classiche della meditazione è la cosiddetta “meditazione mantrica.
Mantra” è un termine orientale che designa una parola o una frase che deve essere ripetuta per un certo lasso di tempo.
Uno degli effetti immediati di questo tipo di meditazione è il rilassamento del corpo.
Gli psicologi hanno sviluppato forme non religiose di meditazione mantrica per indurre nel paziente una “risposta di rilassamento”. E’ stato studiato anche un sistema completo, la SCM (Standardized Clinical Meditation), per utilizzare questo tipo di meditazione in un contesto clinico[5].
Anche se la meditazione mantrica non è la forma più tipica della meditazione ebraica, ci sono dei riferimenti chiari della sua presenza nella Cabalà.
Negli Hekhalot, “I Palazzi”, il testo fondamentale del misticismo della Merkavà, già citati nel corso della trattazione, si parla di una certa frase, che sarebbe uno dei vari nomi di Dio. Questa frase va ripetuta 120 volte, senza interruzioni, il che richiama palesemente la meditazione mantrica, in particolare nelle sue forme orientali in cui il mantra è ripetuto un numero di volte determinato.
E’ interessante notare che nel percorso iniziatico descritto negli Hekhalot non si considerava il mantra come un fine in sé, ma come prima tappa “dell’Opera del Carro” (Merkavà). Il mantra serviva  ad elevare l’iniziato ad uno stato alterato, a partire dal quale poteva iniziare il viaggio di palazzo in palazzo[6] negli stadi superiori di coscienza.
Per analizzare più a fondo l’aspetto mantrico delle lettere ebraiche, abbiamo scelto quella che è la preghiera ebraica più antica ed importante: lo Shemà.
Lo Shemà, che è una preghiera, una professione di fede dell’ebreo, se pronunciato lentamente, come sostiene lo stesso Kaplan, può diventare una meditazione molto potente. La Torà prescrive di dire lo Shemà due volte al giorno, ed è probabile che inizialmente esso fosse concepito come una meditazione mantrica destinata a tutto il popolo.
Dello Shemà si potrebbe parlare a lungo, noi, però, ci fermeremo solo su un particolare, che riguarda la grafia ed il suono delle lettere che compongono la parola stessa.
Shemà (שמע) è composto da Shin (ש), Mem (מ) ed Ayin (ע).
Come sappiamo, nel Sefer Yetzirah, la Shin e la Mem sono descritte come due lettere madri. Nel luogo di queste nostre riflessioni sulle proprietà mantriche delle lettere, possiamo dire che la Shin corrisponde al suono s o sh, e fra tutte le lettere dell’alfabeto, se vogliamo fare un’analogia tra le frequenze del colore e quelle del suono, vediamo che essa ha il suono più simile al bianco[7], ossia, produce un suono che contiene tutte le lunghezze d’onda possibili, e si percepisce come un sibilo. Sull’oscilloscopio, il suono della Shin appare come una curva caotica, senza alcuna struttura.
L’opposto del bianco, quindi della frequenza caotica della Shin, è il suono armonico puro. Possiamo udire questo nel ronzio regolare di un diapason, che sull’oscilloscopio produce un’onda regolare. Il suono della lettera Mem corrisponde esattamente alla perfetta regolarità dell’armonia di un diapason.
Dunque, la Shin rappresenta il caos e la Mem l’armonia.
Come sostiene il Sefer Yetzirah, la Shin rappresenta il fuoco ,quindi, denota uno stato caotico e caldo di coscienza, la Mem, l’acqua, uno stato freddo ed armonico.
E’ interessante notare che in molte scuole di meditazione è usato il suono della lettera Mem per indurre tranquillità e pace interiore. Il suono della Shin è invece legato al nostro livello di coscienza normale, quello del vivere quotidiano.
Kaplan ci da notizia di alcuni commentari del Sefer Yetzirah, che parlano di un esercizio per arrivare velocemente ad uno stato meditativo.[8] Questo esercizio, osserva Kaplan, consiste nel ripetere alternativamente il suono della Shin e quello della Mem. Nel praticare l’esercizio è necessario che le inspirazioni e le espirazioni abbiano la stessa lunghezza. La respirazione, l’aria, nel Sefer Yetzirah è rappresentata dalla lettera Alef.
Il fatto che le due prime lettere della parola Shemà siano la Shin e la Mem è molto significativo, infatti, come insegna la Cabalà, il vero ascolto necessita di una transizione dallo stato di coscienza normale (Shin) allo stato di coscienza meditativo (Mem), e questo, nella preghiera dello Shemà è possibile sin dalla sua prima espressione.

Non dimentichiamo che il termine Shemà è composto anche da una terza lettera che è l’Ayin (ע). Questa lettera, che vale 70, è interpretata dalla tradizione con delle spiegazioni legate al suo valore numerico; ma non va escluso il significato che la lettera Ayin traduce, ossia, “il nulla”. A nostro avviso, la sua presenza all’interno del contesto mantrico che esprime la parola Shemà può testimoniare lo stato di “nullificazione” che il processo meditativo porta.

Dopo aver accennato queste due semplici tecniche della meditazione, possiamo ritornare ai suoi principi generali, per poi calarci nuovamente nelle divisioni simboliche che la Cabalà fa su questo tema, legate soprattutto alle Tre Lettere Madre del Sefer Yetzirah.
Chi si accingesse alla pratica della meditazione si accorgerebbe, immediatamente, che la mente ha una volontà propria. Come se la mente avesse due parti, di cui una sotto il controllo della volontà cosciente l’altra no. Com’è ormai noto pubblicamente, dopo la nascita della psicoanalisi moderna, che tratta argomentazione, prima, analizzate solo nei contesti esoterici e con diverse metodologie, sappiamo che la parte della mente sotto il dominio della volontà è il conscio, l’altra l’inconscio. Dato che l’inconscio non è sotto il dominio della volontà, non possiamo controllare i suoi effetti al livello del conscio.
Uno degli scopi della meditazione, quindi, è il controllo dell’inconscio. Da ciò, comprendiamo anche perché molte discipline, direi tutte, utilizzano esercizi di respirazione come strumento di meditazione. La respirazione è legata all’attività automatica dei nostri piani profondi, strettamente legati al piano inconscio. Riuscire a controllare la respirazione, senza le forzature della volontà, significa anche avere un legame tra il conscio e l’inconscio.
Possiamo trasportare questo rapporto tra conscio, inconscio e respirazione, all’interno della simbologia cabalistica, espressa dalle Tre lettere Madri Shin, Mem e Alef.
La lettera Shin, il fuoco, la testa, rappresenta, in Cabalà, lo stato conscio della mente, la sede del pensiero logico, la presenza dell'IO ed in definitiva la quotidiana consapevolezza sperimentata nello stato di veglia.
L’addome, l’elemento acqua, è simbolizzato dal Sefer Yetzirah dalla lettera Mem. Qui c’è la sede dell’inconscio, delle emozioni profonde ed incontrollate. La Mem è il luogo, quindi, degli istinti basilari (sopravvivenza, territorialità, sessualità, dominio) e di tutte le emozioni inferiori.[9]
La lettera Alef, come più volte abbiamo visto, è l’elemento equilibrante fra le altre due. E’ il punto di contatto tra il conscio e l’inconscio, ed essa rappresenta anche l’Aria, la respirazione, che troviamo nelle tecniche di meditazione. Evidentemente, da quanto abbiamo mostrato nel corso di questo lavoro, sono molte le caratteristiche che i simboli di queste tre lettere rappresentano. Esse lasciano di sé una lettura particolare, come del resto i simboli in genere, secondo il piano d’analisi che si sceglie. Esotericamente, la differenza di significato che le lettere offrono, non è tanto determinato dalla scelta cosciente delle prospettive d’analisi poste su uno stesso piano, ma è in stretto rapporto soprattutto con il grado iniziatico, quindi, di consapevolezza, che ha raggiunto chi pone ad esse la domanda[10].

La Cabalà offre un'altra divisione, per spiegare i tre livelli di “realtà” nell’ambito dell’esperienza di meditazione:
YESH AMITI,          אמתי               יש=   VERA ESISTENZA
AYIN,                   אין                =        NULLA
YES YEHASSI,               יהסי  יש=  ESISTENZA RELATIVA.
In questo schema cabalistico, il gradino più basso, quello dell’esistenza relativa, corrisponde al cosciente, legato ad azione, parola, sentimento e pensiero.
Al centro c’è il gradino dell’Ayin (ע), lettera dell’alfabeto ebraico che traduce il concetto di “nulla”, “nullificazione”.
Ciò che è nullificato è la relatività del gradino inferiore.
Qui le parole e i pensieri umani non riescono più a spingersi, c’è il crollo del linguaggio, la sua nullificazione, è il momento dell’indicibile. A questo livello non c’è più posto per l’EGO umano, se questo si presenta come elemento di separazione.
In alto c’è il gradino dell’esistenza perfetta ed assoluta, irraggiungibile per l’uomo. Qui è rappresentato il livello dell’ultima Sefirà, Keter.
Evidentemente il grado dell’AYIN, il “nulla”, molte volte dichiarato da filosofi ed iniziati, è il momento culminante della pratica meditativa.
La Cabalà sostiene che, per sollevarsi dal primo gradino ed accedere a stati superiori di coscienza, che si trovano, stando allo schema esposto, sul piano stesso dell’AYIN, è indispensabile attraversare il bagno purificatore della nullificazione, in altre parole, l’umile annullamento della coscienza “egoica”.
Se proiettiamo i tre livelli sull’Albero Sefirotico, accade che:

1)    La Vera Esistenza corrisponde a Keter, la Corona
2)    Il Nulla, “AYIN”, è la seconda Sefirà, Chokhmà, la Sapienza
3)    L’Esistenza Relativa sono le ultime otto Sefirot.

Possiamo quindi affermare che l’esperienza del vero silenzio della coscienza, grado ultimo della meditazione, che apre gli infiniti spazi dell’equilibrio cosmico, è tipica della Sefirà Chokhmà, la Sapienza. Questo ci riporta al tema dei nostri “Trentadue Sentieri della Sapienza” di cui tratta il Sefer Yetzirah.
E’ però possibile fare solo brevi assaggi di questa Sefirà, per poi tornare a stati di coscienza meno vertiginosi. In questo caso avviene ciò che la tradizione descrive come “MATI VELO MATI” (“TOCCA E NON TOCCA”). Con questa espressione ci riferiamo al passo biblico (Ezechiele 1:14) dove si descrivono i quattro Cherubini intorno al Carro (Merkavà)[11]: “Gli Esseri andavano e venivano come un baleno”. Questo “andare e venire” dei Cherubini è il “Tocca e non Tocca”, ossia la possibilità che l’uomo ha di arrivare al lampo dell’intuizione di Chokhmà, dell’Ayin nullificante, solo per brevi istanti, per non correre il rischio
(e questo è uno dei pericoli della meditazione profonda, specialmente se praticata inizialmente senza una guida esperta) di non riuscire a tornare più allo stato cosciente.
Il Sefer Yetzirah ci parla dello stesso tema, riferendosi proprio al versetto di Ezechiele:

Dieci Sefiroth  senza determinazione: frena il tuo cuore sì che non pensi, la tua bocca sì che non parli; e se il tuo cuore corre via, che ritorni là donde era partito. Ricordati che è detto :E le hayyot[12] andavano e ritornavano (Ezechiele 1:14). Su questa cosa fu sancito il patto”.[13]

Questo passo oltre ad indicare la necessità di abbandonare i pensieri (bocca) e le emozioni (cuore) per immergersi nella meditazione, insegna anche il pericolo citato dal versetto di Ezechiele, dove si avverte che non si può rimanere a lungo nello stato di nullificazione, come pure le Hayyot andavano e venivano.
Il “patto” sancito è probabile che rappresenti l’impossibilità per l’uomo di superare i suoi limiti, e di non potersi staccare, se non per fulminei momenti, dalla sua vita cosciente.

Come ultimo punto di questo paragrafo, ci sembra importante sintetizzare il pensiero che Abulafia ebbe in merito alla meditazione, essendo stato, egli, un grande estimatore del Sefer Yetzirah ed il primo a scrivere esplicitamente ciò che la tradizione per millenni aveva occultato.
Le sue tecniche estatiche, come vedremo, agiscono con criteri più complessi e profondi di quelle che abbiamo, a titolo esemplificativo, accennato sopra.


Il pensiero di Abulafia
Per arrivare alla rivelazione divina, quindi, Abulafia utilizza quelle tecniche tramandate occultamente dalla “tradizione” e, di sicuro, presenti nel Sefer Yetzirah, divenendo il rappresentante più significativo della Cabalà estatica.
Se non fosse stato per lui, ben poco sapremmo della più antica e segreta tradizione della Cabalà meditativa, che possiamo riferire soprattutto all’Opera della Merkavà.
Analizziamo, ora, il pensiero di questo mistico medievale e, successivamente, la sua tecnica estatica.
Il suo scopo è di dissigillare l’anima, sciogliere i nodi che la legano.
Quando i nodi sono sciolti ogni forza corre, secondo la propria natura, alla sua origine, che è unitaria, priva di ogni duplicità, e comprende in sé la molteplicità.
Lo scioglimento è quindi un ritorno dalla molteplicità e dalla separazione, all’unità originaria.
Questo tema, simbolizzato dallo “scioglimento dei nodi”, è una caratteristica che ritroviamo anche nel Buddismo Tibetano come simbolo della liberazione mistica dell’anima dai legami sensuali.
Nel linguaggio di Abulafia questo simbolo vuole ricordare che ci sono determinate barriere che separano la vita individuale dell’anima umana dalla corrente della vita cosmica: esiste una diga che trattiene l’anima nel suo naturale dominio della vita umana e che, perciò, le impedisce di essere trasportata dalla corrente del divino ed acquisire, di questo, la conoscenza.
I “sigilli” impressi sull’anima, paradossalmente, sono ad essa necessari affinché non sia inondata, senza un’iniziatica preparazione, dalla potenza divina.
Uscendo un momento dal pensiero di Abulafia, possiamo paragonare ciò che egli chiama, con un linguaggio adatto ai suoi tempi e alla fede religiosa, “i sigilli dell’anima” ad una barriere protettiva che l’uomo ha per difendersi contro ogni stato della coscienza che esuli dal suo normale vissuto.
Ciò, se per Abulafia vale per l’anima, per noi, può significare che la nostra coscienza, senza una dovuta preparazione, non resisterebbe allo strappo causato da una dimensione diversa dalla propria. Questo è ciò che accade anche, su un piano diverso, quando, per i fatti dell’esistenza, subiamo uno shock, di qualsiasi natura esso sia.
Lo strappo, pur oltrepassando i normali confini della propria coscienza, sarebbe evitato se si affrontasse un percorso guidato di analisi psicoanalitica o un cammino che siamo soliti chiamare iniziatico[14].
Nell’accettazione, quindi, che esistano diversi stati di coscienza, non comunicanti direttamente fra loro, aventi un proprio orizzonte di senso, va giustificata la nostra affermazione circa la presenza nel linguaggio di fattori “privati”, dettati dallo “status” effettivo della coscienza individuale, i quali non permettono la totale comunicabilità nel “linguaggio pubblico”. Ogni parlante, infatti, carica il “segno” linguistico pubblico di connotazioni strettamente proprie. L’effetto di questo apporto personale non causa l’incomprensione tra i parlanti, ma la formazione di due “aree di significato” che non coincidono perfettamente.
Tornando ad Abulafia, possiamo dire che “i sigilli” proteggono il normale funzionamento dell’esistenza. Essi sono generati dalle difese proprie della costituzione umana, e questo accadrebbe, per Abulafia, allorché l’uomo, nel suo quotidiano, percepisce il mondo esterno ed impregna l’anima di immagini e forme sensibili. L’anima, quindi, comprendendo e facendo propri gli oggetti del mondo naturale, accoglie in sé le loro forme, imprimendosi di “finito” e “limitato”.
La normale esistenza dell’anima è perciò chiusa in confini determinati dagli affetti e dalle percezioni sensibili. Finché sarà piena di queste forme, non potrà pervenire alla visione delle cose divine e delle pure forme spirituali.
Se si vuole che la vita divina irrompa nell’anima, senza che quest’ultima sia sopraffatta da tanta potenza, si deve trovare una “Via” che consenta di raggiungere una tale meta con metodica sicurezza.
Tutto ciò che occupa l’IO naturale deve essere eliminato o trasformato, affinché i lievi contorni della realtà spirituale possano apparire attraverso il guscio delle cose naturali.
Abulafia indica l’oggetto delle sue meditazioni, spiegando in maniera molto interessante i motivi della scelta.
Per evitare che l’anima sia rapita da oggetti di meditazione che abbiano un proprio significato, (come: fiori, sedie, uccelli, ecc.), cosa, questa, che riproporrebbe elementi del mondo manifesto dal quale, invece, ci dobbiamo allontanare, è necessario cercare un oggetto assoluto, cioè, un oggetto tale che assolva il compito di far sorgere nell’anima una vita più profonda e la liberi dalle forme naturali; ovvero un oggetto che possa assumere il più alto significato, ma non ne abbia uno proprio.
Abulafia ritiene di aver trovato un tale oggetto nella combinazione di lettere dell’Alfabeto Ebraico.
Bisogna che l’anima si occupi di un oggetto astratto, indeterminabile, perché qualsiasi oggetto evidente, chiaramente intuibile, avrebbe per sua natura un significato ed un’importanza propri.
Da ciò nasce la meditazione attraverso le combinazioni delle lettere del Nome di Dio, il Quale Nome rappresenta qualcosa di assoluto in quanto ha e dona il più alto significato al mondo, pur non avendone alcuno, se si mette la sua “formalità segnica” di fronte ai limiti dell’intuizione umana.
Abulafia ne deduce che colui che riesca a rendere oggetto della sua meditazione il Grande Nome di Dio, il più significativo e, per l’uomo, il più indeterminato, è sulla giusta strada per consentire alla vita nascosta nella sua anima di manifestarsi.
Partendo da questa idea centrale, costruì un sistema che  chiamò Chokhmath ha-tzeruf, cioè, “Scienza della combinazione delle lettere”[15].
Da quanto detto poc’anzi, le combinazioni delle lettere non è necessario che abbiano un senso, anzi, è un vantaggio che non significhino nulla per noi, perché in tal modo non possono distrarci.
Naturalmente, per Abulafia, le combinazioni delle lettere prese dal Nome Divino, non sono mai prive di senso: egli fa sua la teoria cabalistica secondo la quale la parola è l’essenza del mondo, ed ogni cosa ha esistenza solo in virtù della sua partecipazione  al grande Nome di Dio, che si manifesta in tutta la creazione. Si tratta, in altre parole, di suscitare nell’anima umana un particolare stato di coscienza rinnovato per mezzo di metodiche meditazioni, qualcosa come un movimento armonico del puro pensiero, sciolto da qualsiasi oggetto sensibile.
Egli stesso paragona questa disciplina all’esercizio della musica. Il suo metodo porta a delle sensazioni affini al sentimento che, nell’animo, è prodotto dalle armonie musicali, le quali per loro natura non hanno, come pure si sosteneva circa l’oggetto assoluto, un contenuto determinato.
Possiamo affermare che la scienza della combinazione delle lettere produca la musica del puro pensiero, tanto che la serie praticata da Abulafia corrisponde a ciò che nel linguaggio musicale è chiamato “scala diatonica”.
Prescrive un procedimento che conduce l’adepto dalla scrittura delle combinazioni alla loro pronuncia e, poi, al puro pensiero.
La scrittura, mikhtav, la pronuncia, mivtà, ed il pensiero, machshav, costituiscono tre gradini consecutivi della meditazione, e tutti e tre hanno le loro “Lettere”, che sono, in una forma sempre più spirituale, i mezzi che spingono il movimento estatico.
E’ importante, per comprendere la tecnica di Abulafia, analizzare altri quattro elementi: balzare, saltare, scalpellare, incidere.
Balzare” (dilug) significa operare mantenendosi all’interno di una delle tecniche cabalistiche. Si può agire separatamente, ad esempio, con una singola tecnica di permutazione o  di ghematria.
Quando invece si passa da un sistema all’altro si afferma che si sta “saltando”.
Tutto ciò era considerato, se fatto con uno stato d’animo particolare, un’importante tecnica di meditazione, attraverso la quale era possibile raggiungere un elevato grado di illuminazione.
Per quanto riguarda la seconda coppia di termini, possiamo dire che raggiunto un elevato livello meditativo, l’anima, non più nascosta nella prigione delle facoltà fisiche, emerge nel regno spirituale. In termini laici, potremmo dire che si conquista un grado molto alto di coscienza.
Spaccare” significa riuscire ad entrare coscientemente nel vissuto di quel momento, mentre si sta ancora in uno stato d’estasi.
Incidere” comporta, invece, il riuscire ad imprimere ciò che è accaduto nel momento estatico[16].


Tecniche estatiche in Abulafia
L’uso dei Nomi Divini ha un ruolo molto importante nel sistema di Abulafia. Si tratta di una tradizione che egli considerava chiaramente derivata dai patriarchi e dai profeti. Così, quando la Torah dichiara che Abramo “Invocò il Nome di Dio“ (Genesi, 12:8), quasi tutti i commentatori interpretano ciò nel senso che egli pregava, in altre parole, proclamava la grandezza di Dio. Tuttavia, d’accordo con molti altri cabalisti, Abulafia prende alla lettera il versetto, dichiarando che Abramo pronunciò effettivamente il Nome di Dio e, attraverso questa pratica, era in grado di raggiungere gli stati mistici più alti.
Il Sefer Yetzirah, che è, dalla tradizione, attribuito ad Abramo stesso, sembra comprovare questa interpretazione. Esso dichiara: “Quando Abramo nostro padre venne, guardò, vide, indagò e comprese, scolpì, combinò, forgiò. Apparve su di lui il Signore di tutto…[17].
In questo piccolo passaggio del Sefer Yetzirah le tre parole chiave, evidenziate in neretto, che in altre traduzioni del testo sono forse meglio evidenziate, testimonierebbero l’attività estatica di Abramo che operava sulle lettere del Nome Divino.
Secondo l’opinione di molti cabalisti  questi processi riguardano la permutazione delle lettere, ed è proprio da queste tecniche che Abulafia deriva gran parte del suo sistema.
Egli, in una serie di passi, ci indica che il Nome Divino è scritto nell’anima dell’uomo. Essendo l’uomo fatto ad immagine e somiglianza di Dio, infatti,  e del resto, come il Sefer Yetzirah stesso dichiara, in piena armonia con il mondo ed il tempo (Mondo , Anno), è ragionevole presumere che il processo di combinazione operato sul Nome, abbia un effetto simultaneo nell’anima umana.
Come sopra accennavamo, nella pratica d’Abulafia le lettere appaiono a tre livelli: Scrittura, discorso (canto o pronuncia) e pensiero.
Si devono quindi  recitare i Nomi di Dio, prima scrivendo, poi verbalmente ed infine mentalmente. “Prendi la penna, la pergamena e l’inchiostro e scrivi e combina i Nomi” (Abulafia in “Tesoro dell’Eden). “Quando la mezzanotte era passata, la penna era nella mia mano e la carta sulle mie ginocchia” (Abulafia in “Le Porte della giustizia”).
Per quanto riguarda il primo livello, che coinvolge il mistico nella scrittura e nei calcoli di permutazione delle lettere, accade ciò che nel Sefer Yetzirah è stato sinteticamente codificato e, da noi, intitolato “La regola delle Pietre e Delle Case”.
Il secondo livello, riguardante la recita verbale, è più complesso e va analizzato nelle sue diverse componenti.

1)    Colui che ricerca l’esperienza mistica deve cantare le lettere e la loro vocalizzazione[18]. (Questo primo elemento rientra in  ciò che accennavamo circa le proprietà musicali della recita di Abulafia).
2)    Deve mantenere un ritmo fisso di respirazione.[19]
3)    Deve muovere la testa in accordo con la vocalizzazione delle lettere pronunciate.
4)    Deve tenere le mani in una precisa posizione, quella tenuta durante la benedizione sacerdotale.

Il terzo livello implica la combinazione mentale dei Nomi Divini. Quindi presuppone l’abbandono totale dell’oggetto fisico della lettera, già espresso nella sua forma scritta e poi, nel secondo livello, cantata, per giungere, infine, a valicare il confine della coscienza.

Riteniamo sia un cosa interessante utilizzare alcuni passi dei commenti originali che Abulafia fa delle sue tecniche. Riportiamo una breve descrizione del movimento da un livello all’altro della meditazione, come appare nel suo scritto “Tesoro dell’Eden nascosto”.

Bisogna che si prendano le lettere…, prima come sono tracciate nella forma scritta, che è una cosa esterna[20], per combinarle. Poi, deve prenderle dal libro con le loro combinazioni e trasferirle alla propria lingua e alla propria bocca, e pronunciarle finché le sappia a memoria. Dopo, le prenderà dalla bocca [già] combinate e le trasferirà al cuore, e rivolgerà la mente a comprendere che cosa gli sia mostrato in ogni lingua che conosce, finché non resti nulla di esse[21]”.

Qui è presentato un esplicito processo di spostamento verso l’interno: le lettere del Nome Divino subiscono una purificazione mediante la quale sono trasformate da lettere tangibili, esterne, a lettere interiori, interne. Questo percorso è finalizzato a stimolare la coscienza verso il graduale abbandono dello stadio del quotidiano, legato alle funzioni sensoriali dell’uomo e all’attività razionale.
Così, Abulafia sostiene che, operando il movimento delle lettere attraverso i tre livelli, si possa giungere al più alto grado di coscienza: la profezia, o esperienza mistica.

Abulafia, in alcune tecniche, combina le lettere di molti nomi divini contemporaneamente. Dal suo scritto “Tesoro dell’Eden nascosto” impariamo anche che bisogna combinare le lettere di un dato Nome, e poi combinarle a loro volta con le combinazioni delle lettere di un altro Nome.

 Questa attività è indicata con il termine Ma’assè Merkavah (Opera del Carro), che, nelle sue tecniche, diventa l’atto di combinare le lettere di un Nome con un altro: pratica che produce, infine, il “ricevimento della conoscenza metafisica”, cioè, il significato che il termine Ma’assè Merkavah assume nella Cabalà estatica di Abulafia.

Per chiarire ulteriormente il senso che Abulafia attribuisce alla Ma’assè Merkavah, dobbiamo notare che il significato della radice della parola Merkavah,  ossia, rakhav, ha due traduzioni: oltre che col significato, già citato in questo lavoro, “cavalcare”, si può tradurre con “innestare” o “collegare”.
Di conseguenza il “Mistero della Merkavah”, ossia il mistero che nasce dalla visione del Carro che ebbe Ezechiele, per Abulafia, implica la combinazione delle lettere dei Nomi Divini.

Sappiamo che due dei Nomi più utilizzati da Abulafia sono il “Nome di Settantadue Lettere”, le cui combinazioni sono perlopiù descritte nel suo “Libro della Vita eterna”, ed il “Tetragramma DivinoYHVH, discusso in “Luce dell’intelletto”.

Circa l’utilizzo del Tetragramma, il sistema esposto in “Or ha-sekhel” (Luce dell’intelletto) consiste nella combinazione delle quattro lettere del Nome di Dio, Yod, He, Vav, He, con la lettera Alef, e nelle sue successive trasformazioni attraverso le 5 vocali fondamentali.

Per accennare questa tecnica, suddivisa in 4 azioni del “secondo livello”, sopra accennato, che trattava: il cantare, la respirazione, i movimenti della testa e la posizione delle mani, citiamo un insegnamento preso dal testo di Abulafia “Luce dell’Intelletto”.

Quando  incominciate  a pronunciare la lettera Alef con una qualunque vocale, questa esprime il mistero dell’unità (Yichud). Dovete dunque pronunciarla in un solo respiro e non di più. Non interrompete il respiro in nessun modo finché non abbiate completato la pronuncia dell’Alef. […] Nello stesso tempo cantate l’Alef o qualunque altra lettera stiate pronunciando, mentre visualizzate la forma del puntino vocalico[22]. La prima vocale è il Cholem, sopra la lettera.
Quando cominciate a pronunciarla rivolgete il vostro viso ad est, senza guardare su o giù. Dovreste essere seduti, indossando vesti bianche e pulite sui vostri vestiti, oppure indossando il vostro scialle da preghiera (Tallit) sopra la testa incoronata dai Tefillin. Dovete rivolgervi ad est, poiché è da quella direzione che la luce emana nel mondo. Con ciascuna delle 25 paia di lettere, dovete muovere la vostra testa correttamente. Quando pronunciate il Cholem, incominciate col dirigervi ad est. Purificate i vostri pensieri e, mentre  espirate, sollevate la testa poco a poco fino a che alla fine del respiro sarà rivolta in avanti.
Dopo aver terminato, prostratevi a terra. Non interrompetevi tra il respiro associato con l’Alef e quello associato con l’altra lettera della coppia. Potreste tuttavia fare un solo respiro che può essere più o meno lungo. Tra una coppia di lettere e l’altra potete respirare due volte senza emettere suoni, ma non più di due; se desiderate respirare meno di due volte potete farlo. Dopo aver terminato ciascuna serie, potete respirare 5 volte ma non di più. Se desiderate respirare meno, potete farlo.
Se cambiate qualcosa o commettete qualunque errore nell’ordine di qualunque serie, ritornate all’inizio della serie stessa. Continuate finché non la pronunciate correttamente.
Così come pronunciando il Cholem guardate diritto davanti a voi, quando pronunciate il Chirik guardate in basso. In questo modo attirate verso il basso la potenza superna, legandola a voi.
Quando pronunciate lo Shuruk non muovete il capo in alto o in basso. Al contrario, muovetelo in avanti (senza abbassarlo ne alzarlo).
Quando pronunciate lo Tzerè muovete il capo da sinistra a destra.
Quando pronunciate il Kametz muovetelo da destra verso sinistra.
In ogni caso, se vedete qualunque immagine dinanzi a voi prostratevi immediatamente. Se udite una voce, forte e sottile, e desiderate capire cosa sta dicendo, rispondete immediatamente così: “Parla o mio Signore, poiché il tuo servo  ti sta ascoltando” (1 Samuele 3:9). Non dite nulla, ma tendete l’orecchio per udire ciò che vi sarà detto. Se provate terrore e non potete sopportarlo, prostratevi immediatamente, anche nel mezzo della pronuncia di una lettera. Se non vedete o udite nulla, non usate nuovamente questa tecnica per tutta la settimana. E’ bene praticarla una volta alla settimana, in modo che “corre e ritorna”. Poiché riguardo a ciò è stato stabilito un patto. (Sefer Yetzirah).
Cosa posso aggiungere? Quanto ho scritto è chiaro. E se siete saggi capirete l’intera tecnica. Se sentite che la vostra mente è instabile, che la vostra conoscenza della Cabalà è insufficiente, o che i vostri pensieri sono legati alla vanità del momento, non osiate pronunciare il Nome, affinché il vostro peccato non diventi più grave.
Tra la pronuncia della Yod e quella della He potete respirare 25 volte, non di più, ma non dovete interrompervi, sia con la parola sia col respiro.
Lo stesso procedimento è valido tra la He e la Vav e la He finale. Tuttavia, se desiderate respirare meno di 25 volte, potete farlo”.

Una notevole e dettagliata descrizione di un metodo molto simile a quello trovato in “Or Ha-Sekhel” si trova nel libro “Chayay Olam Abach” (“Vita del Mondo Futuro”), in cui, però, invece di utilizzare il “Tetragramma Divino”, come abbiamo visto nel brano appena citato, si utilizza il “Nome di 72 Lettere”, del quale accenniamo la costruzione, dai tre versetti di Esodo 14:19-21.

Analizzando i tre versetti scopriamo che sono formati da 72 lettere ciascuno. Si tratta di un fenomeno unico in tutta la scrittura.
Questi versetti formano dunque la base per le 72 triadi del Nome.
Il processo di costruzione del Nome è delineato nel “Bahir”.
Si prendono le lettere del primo versetto in ordine diretto, quelle del secondo in ordine inverso e quelle del terzo in odine diretto. In questo modo si comincia con la prima lettera del primo versetto che è una VAV (ו), successivamente, si prende l’ultima lettera del versetto intermedio, che è una HE (ה), ed infine la prima lettera del terzo versetto, che è una VAV (ו).
Unendo queste tre lettere si ottiene la prima triade “VHV” (והו).
Per costruire le altre 71 triadi si procede prendendo la seconda lettera, dopo la VAV, del primo versetto e, così oltre, come sopra.
Tuttavia, questo procedimento fornisce soltanto le consonanti del Nome. Le vocali usate pronunciando le 72 Triadi Divine sono le “vocali naturali” associate a ciascuna lettera.
Abulafia spiega che la “vocale naturale” è la prima vocale trovata nel nome stesso delle lettere. Così, per esempio, riferendoci alla triade sopra composta, la prima vocale trovata nella lettera VAV è “a”, nella lettera HE, è “e”, e nella lettera VAV, nuovamente “a”. La pronuncia, quindi, della prima triade sarà: “VaHeVa”.

Terminiamo l’esposizione della parte cabalistica con questo paragrafo dedicato alla meditazione, che è servito sia per presentare il più chiaramente possibile, per quanto i nostri limiti ci hanno permesso, l’oggetto che abbiamo scelto come nostro laboratorio linguistico: il Sefer Yetzirah, sia per osservare le lettere ebraiche, all’interno dei processi estatici.

L’utilizzo dei brani citati da Abulafia ed il suo pensiero, che sicuramente avrebbero bisogno di più profonde esplicazioni, in questo spazio, sono stati utilizzati solo per dare corpo ai concetti esposti nel paragrafo.
Come più volte sottolineato, abbiamo compiuto il percorso di quest’intero lavoro per osservare da vicino ciò che accade nei meccanismi interni ad una delle “lingue sacre” tramandateci.
Ciò che abbiamo esposto possiamo dire, a questo punto, sia un oggetto comune per affrontare alcune conclusioni circa la domanda che inizialmente ci siamo posti: se la “lingua sacra”, in particolare l’ebraico, sussista su un rapporto di “arbitrarietà” o “necessità” tra significante e significato ovvero tra il piano dell’espressione e quello del contenuto.


  



[1] Nel paragrafo dedicato all’analisi della lettera ebraica, abbiamo individuato tre attributi particolari: la sua forma, il suono ed il numero. Abbiamo anche sostenuto che la forma poteva essere paragonata ad un “mandala” orientale, il suono ad un “mantra”, poi, il numero ad un  aspetto intellettuale che portava al lavoro delle ghematrie. Motiviamo la scelta di trattare due sole forme di meditazione, perché con questo intendiamo mostrare come la forma ed il suono della lettera possa partecipare al movimento profondo della nostra coscienza.
[2] “Sefer Yetzirah”, da “Mistica Ebraica” pag. 38: testo già citato.
[3] “La meditazione Ebraica” Ed. “Giuntina”  Firenze 1996. Pag. 101
[4] Come ben sappiamo, Jung fece importanti studi sui simboli alchemici, ritenendo che questi raffigurassero gli archetipi universali di cui egli era sostenitore. La nostra ipotesi di lavoro, in questo senso, si basa sul fatto che il simbolo, anche se con forme diverse, rispecchierebbe degli elementi comuni che gli uomini hanno.
[5] Questo è uno dei motivi perché siamo propensi a pensare che le attività iniziatiche che nascono da una religione rivelata, come accade alla Cabalà con la religione ebraica, producano effetti anche in soggetti non credenti. Abbiamo notato che, gli effetti di cui la “tradizione” esoterica ci informa, tramandando i metodi per ottenerli, sono il risultato di possibilità umane che, probabilmente, non potendo essere spiegate razionalmente, sono state giustificate su un piano divino.  
[6] Sottolineiamo, ancora, che i Palazzi sono sette, e corrispondono ai Sette Centri di consapevolezza descritti dalle Sette Lettere Doppie del Sefer Yetzirah.
[7] La frequenza del colore bianco somma in sé tutti i colori del prisma.
[8] Pur non conoscendo i commentari allusi da Kaplan, riteniamo che trattino di alcuni passi del Sefer Yetzirah, in cui vengono ripetute frequentemente le Tre Lettere Madre. La lettera Alef, come vedremo, è l’elemento equilibrante tra Shin e Mem.
[9] La dimensione mantrica della lettera Mem, con il potere armonico che abbiamo analizzato, sembra agire, prima che sugli stati coscienti legati alla Shin,  a questo livello profondo delle emozioni più istintive.
[10] La prerogativa che i simboli hanno, come le lettere dell’alfabeto ebraico, di avere più piani di “significazione” non comunicabile se non tra individui che abbiano raggiunto lo stesso grado di coscienza, non dimostra l’arbitraria segretezza dei significati in questione, ma la reale impossibilità di essere comunicati. Mettiamo in risalto questa particolarità dei simboli per sostenere che la tesi Wittgensteiniana, espressa con grande chiarezza nell’esempio del fenicottero, nelle “Ricerche”, circa la totale comprensibilità del linguaggio tra i parlanti, non tiene conto dei profondi e “significativi”  strati del “segno” linguistico, i quali, a nostro parere, agiscono inconsciamente, non solo a livello simbolico, ma anche nella lingua parlata.
[11] Ricordiamo che l’Opera della Merkavà, una delle due fonti principali del Sefer Yetzirah, parte proprio dalla speculazione su questo versetto di Ezechiele.
[12] Le “Hayyot” sono gli “Esseri”, ossia, i “Cherubini”.
[13] “Sefer Yetzirah” Par. V, pag..36, da “Mistica Ebraica”: testo già citato.
[14] La Via iniziatica  può essere considerata un cammino dentro noi stessi, come accade, con le opportune differenze, in un percorso psicoanalitico.
[15] Questa tecnica ricorda, evidentemente, il versetto in cui il Sefer Yetzirah descrive la regola delle pietre e delle case.
[16] La tecnica che Abulafia chiama “incidere” non potrebbe probabilmente riuscire se si facilitasse il raggiungimento dello stato d’estasi abbreviando il percorso meditativo con l’aiuto di sostanze acide, come ad esempio droghe o alcool, a causa della perdita della memoria storica che queste provocherebbero.
[17] “Sefer Yetzirah” da Mistica Ebraica pag. 45: testo già citato.
[18] Ricordiamo che le lettere ebraiche sono solo consonanti. Le vocali sono dei segni che si uniscono ad esse, e, quando questo accade, avviene la  vocalizzazione.
[19] Per quanto riguarda l’elemento della respirazione ci ricolleghiamo a quanto detto circa la lettera Alef.
[20] La forma esterna della lettera lascerebbe pensare all’idea in Abulafia del concetto moderno di arbitrarietà . Riteniamo che, nel passo citato, il mistico non intenda affermare che il “segno” linguistico sia diviso in una parte esterna, per noi il significante, ed una interna, il nostro concetto di significato. Dato il contesto in cui questa affermazione è inserita, ci sembra possibile affermare che, per Abulafia, le lettere utilizzate nel processo estatico possano essere apprese a più livelli, che corrispondono ai  tre che abbiamo individuato come le tappe fondamentali della pratica meditativa. Dire quindi che la forma scritta delle lettere sia una cosa esterna, è probabile si debba accreditare al fatto che l’uomo apprende a questo livello, il primo, stando alle concezioni di Abulafia, con le parti più esterne dell’anima, ossia, i sensi e la razionalità.
[21] Con quest’ultimo concetto, sembra che Abulafia voglia alludere ad un “fondamento unico” di ogni linguaggio, la comprensione del quale si troverebbe ad un livello di coscienza più elevato. Da ciò, le forme linguistiche, sarebbero tanto più arbitrarie, quanto più si distaccherebbero dallo status originario. Evidentemente, in questo contesto, le più vicine sarebbero quelle che intendiamo essere le “lingue sacre”, fino ad arrivare alle moderne forme linguistiche sempre più distanti dal loro “fondamento primo” ed ormai, quindi, “arbitrarie”.
[22] Quest’ultima spiegazione evidenzia il potenziamento della recita con l’immagine mentale delle lettere.

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