giovedì 31 agosto 2017

NON POSSIAMO NON ESSERE DEMOCRATICI... MA...



In questo momento storico, in cui la coscienza planetaria si attarda a mostrare le sue migliori possibilità, la democrazia può essere considerata "Il male minore".

Quale altra possibilità avremmo di proseguire il nostro cammino nell'universo se non concedendoci ancora alle variegate psicopatologie delle dittature o ai capricci eleganti delle monarchie storiche con pretese di convalida divina?

Potremmo immaginare il famoso governo dei Saggi o una meravigliosa Monarchia illuminata. Purtroppo, però, mancano i monarchi illuminati e i Saggi presenti sulla terra non hanno al momento il compito di governare.

Di certo, sul piano spirituale, almeno per chi riesce a concepirlo reale, c'è una Monarchia, tutto è piramidale e soggetto a una Legge compassionevole e rigorosa, che fonda l'intero universo. E funziona alla perfezione. In questo nostro purgatorio siamo anche noi confinati in questa Santa Legge (quella di causa-effetto). Ed Essa stessa ci obbliga alle possibilità attuali della nostra coscienza, che mostrano, appunto, i loro pesanti limiti.

La democrazia è il massimo che possiamo ottenere al momento.

È quindi necessario sopportare le sue molte deficienze, con l'obbligo però di essere consapevoli dei suoi limiti e di chi li rende attuali. Perché, alla fine, anche nelle cose del mondo, "la verità ci renderà liberi".

Prima fra tutte, osserviamo la capacità del potere di farci credere di decidere; ma, si sa, se mi chiedi di scegliere fra la fragola e la cioccolata, quando sarebbe preferibile il pistacchio, è difficile credere di essere liberi di preferire.

Altro problema è la continua manipolazione delle informazioni, sempre più complessa e invisibile…

Poi, non ci distraiamo, c'è sempre la sana capacità di annebbiare le giovani generazioni o di sviare la loro energia su binari morti. E allora, giù, droghe a non finire, allucinazioni commerciali, ideali, spirituali; poi, sesso che diventa dipendenza e vizio, rinunciando al potere della gloriosa e potente magnificenza dell'Amore.

Ci dovremmo accorgere anche quando, in alcune occasioni, la manipolazione di massa ci fa credere di aver ottenuto una presunta evoluzione sociale, culturale, la quale, a ben vedere dagli effetti che produce, è una totale disgrazia per la crescita e la libertà reale.

Con un po' d'impegno, troveremmo altre casistiche in merito…

Una in particolare, tuttavia, mi piace molto.

Questa mostra ciò che, per metafora, ha sancito la fine della televisione: l'Auditel...

Così, allo stesso modo, le varie fazioni politiche, con movimento circolatorio, (che nell'errore, inconsapevolmente, produce proprio ciò che "doveva" ottenere), invece di pensare al bene comune, agiscono in base agli umori dei propri elettori, i quali, intelligenti ma soggiogati, non riescono a vedere.


domenica 13 agosto 2017

DI LA’ DALLA FEDE, OLTRE IL DUBBIO

Dipinto: Alice Semprini

Per chi intenda affrontare un percorso spirituale diretto alla soluzione finale dell'iniziazione è necessario riflettere su due termini fondamentali: la fede e il dubbio. 

Il primo livello di significato che è evocato da queste due parole, all’istante, ci porta verso i temi legati alla religione e a ciò che, senza sosta, hanno cavalcato gli scettici nella loro controffensiva verso di essa. 

Ora, se la fede è stata lo strumento limitato della rivelazione religiosa, il dubbio scettico ha proposto una visione relativa e castrante che, alla fine, non ha permesso alla mente di elevarsi oltre i limiti che essa stessa generava.

Questo scritto non intende contrapporsi alla religione e allo scetticismo, perché non è di mio interesse la contrapposizione in sé, rispettando ogni espressione umana, a patto che non contribuisca alla sofferenza dell’altro; (per quanto riguarda la propria sofferenza, accetto da qualche tempo l’affermazione di un grande Maestro dei nostri tempi che afferma: “Ogni individuo ha il diritto di soffrire”- Raphael). Qualsiasi espressione umana positiva è la giusta produzione in un dato momento di una particolare coscienza. Il mio specifico interesse è, quindi, rivolto al significato dei termini nella coerenza dei progetti di ciascuno. Questo comporta, sempre, un raffinato lavoro alchemico sul linguaggio, che già in sé porta il seme della comprensione.

Non possiamo non partire, in questa piccola opera di svelamento consapevole del nostro linguaggio, da quello che comunemente percepiamo come significato di fede e dubbio.

La fede legata, quindi, a un’accettazione dei dogmi ri-velati, annulla ogni possibilità di verifica dell’insegnamento e, proprio per questa necessaria osservanza, richiede un intermediario che la presenti nella sua intoccabile e non verificabile verità. 

L’intermediario stesso, il sacerdote, vivendo nella “condizione umana”, è qualificato alla conduzione del rito e alla trasmissione della ri-velazione, ma non può personalmente verificare l’attendibilità del dogma né, tantomeno, riflettere sulla possibile relatività dello stesso. Molte volte osserviamo che i dogmi sono l’espressione di una cultura particolare e, proprio per questo, limitati dal tempo e dallo spazio. 

Pur riconoscendo alla religione un insostituibile mezzo di accesso al sacro, non possiamo non notare che essa non sia adatta a tutte le coscienze anche se, tuttavia, è funzionale a chi non abbia le qualificazioni, al momento, per assumere personalmente in sé la Verità dell’Insegnamento.

Riporto, per chiarezza, due punti del significato di fede, così come espressi nel vocabolario della lingua italiana “Il Nuovo Zingarelli”, con riferimento alla tematica religiosa: “Adesione incondizionata a un fatto, a un’idea determinata da motivi non giustificabili per intero dalla ragione”, “Adesione dell’anima e della mente ad una verità rivelata o soprannaturale non sempre dimostrabile con la ragione / Complesso delle credenze che, in una religione, sono accettate come rivelate e non discutibili”. 

Personalmente, non volendo certo criticare la lingua italiana, sono perplesso però sul punto: “… una verità rivelata o soprannaturale non sempre dimostrabile con la ragione”. Non mi sembra, in piena coscienza, che ci sia qualche affermazione religiosa dimostrabile dalla ragione, quindi, quel “non sempre” dovrebbe essere espresso con un “mai”. A patto che non si voglia considerare dimostrazione della ragione quello storico “credo quia absurdum”, in altre parole, credo proprio perché la rivelazione è talmente assurda che non può essere dimostrata dalla ragione umana, potremmo dire che essa, la rivelazione, non è confinabile nei limiti logico-formali della mente, ma va compresa con le facoltà dell’anima. Questo punto finale è proprio ciò che in ultima analisi ci interessa, ma notiamo come il livello conoscitivo della religione, per come solitamente è trasmessa e appresa, non permette la vera apertura del cuore nell’individuo. 

L’uomo rimane un fedele necessitante della mediazione, del pontefice e di chi da lui è autorizzato a testimoniare Dio. Oppure, nei casi dove il sacerdote non è un elemento centrale, come nei luoghi esoterici rivolti alla Via spirituale, l’individuo non riesce a uscire dal gioco linguistico del rito e dei suoi simboli. 

Il dubbio scettico, sempre nello stesso vocabolario, è definito “Sospensione definitiva del giudizio dettata dalla convinzione di non poter mai giungere a una certezza”. 
E’ chiaro che mantenendo questi significati particolari di fede e dubbio scettico non sarà possibile affrontare una ricerca spirituale che porti il ricercatore alla soluzione definitiva della sofferenza e dello stato di necessità in cui si trova l’uomo. 

La presente riflessione, anche se rivolta da parte mia al raggiungimento dell’Assoluto in noi, è valida, perché fondata in ciascuno sull’esperienza iniziatica diretta, per qualsiasi livello della ricerca; se per ricerca intendiamo: “assumere su di sé la verità dell’Insegnamento tradizionale in tutti i livelli esistenziali”.

La soluzione della dualità fede – dubbio sta nel comprendere questi due termini in un unico senso.
Ciò può avvenire, assegnandogli questi significati:
Fede = Fiducia-Apertura verso un Insegnamento che propone la Verità, le conoscenze e i processi realizzativi verificabili da tutti nel qui e ora, nel presente attuale.
Dubbio = impossibilità di accettare una verità ri-velata (velata di nuovo) se non affermata come svelamento di essa stessa, verificabile e risolvibile nel momento presente da ciascuno in sé.

In questo senso il dubbio non è più scettico, ma assomiglia molto a un dubbio metodico di sospensione del giudizio che apre porte più espanse di comprensione, le quali, potremmo dire, hanno sede oltre i limiti della mente individuale e razionale su un livello di pura intuizione.

Possiamo rintracciare questo significato di dubbio anche nel senso iniziatico cui si riferisce la massoneria.  I liberi muratori, uno dei termini per definire il maestro massone, si aggettivano anche “uomini del dubbio”. Essi affrontano la ricerca del “nosce te ipsum”, il “conosci te stesso” socratico, in assenza dei dogmi e in piena libertà di ricerca per mezzo della “Scienza Sacra”, l’Insegnamento universale espresso dai popoli in molti linguaggi, che porta, attraverso la personale verifica, a Comprendere/Essere. 

Per quale motivo è necessario conoscere il significato profondo, iniziatico, di fede e dubbio?

Molte volte ho incontrato compagni di ricerca spirituale devoti della consapevolezza che diventano insofferenti, fino a rinunciare in alcuni casi al percorso stesso, quando s’inizia a trattare di livelli coscienziali che vanno oltre il corpo e la mente. Essi, pur necessitati a cercare risposte, si considerano liberi dai dogmi, ma si scoprono, in seguito, irretiti nello scetticismo che li schiaccia in una forma castrante di materialismo/ateismo “spirituale” senza possibilità. Va benissimo così, non ci sarebbe alcun problema in merito. Il solo limite è di non poter andare oltre la coscienza del corpo, dell’energia che lo sostiene, e dei processi della mente individuale. Questo livello di ottenimento fisico, pranico e psichico, da un lato, non è affatto un mediocre risultato, dall’altro, è solo il massimo che un “io” può realizzare. E’ evidente, cioè, che anche questo grado sarebbe per i più un sogno lontano; ma tutto questo, per quanto ci metta nella possibilità di essere un uomo lucido, individuato e cosciente di sé, non ci libera dalla sofferenza. Perché la soluzione della sofferenza sta oltre la coscienza individuale. Perché alla domanda: “In realtà, chi è che soffre?”, dobbiamo rispondere "l’individuo". 

La vera libertà va ricercata, verificata e, quindi, realizzata oltre lo stato coscienziale dell’individualità, verso una coscienza più raffinata e aperta, senza confini. E questo è il mondo dello spirito. 

Molto tempo fa, mi domandavo della necessità di divenire un individuo consapevole di essere tale prima di rivolgersi a una soluzione coscienziale che liquidasse la stessa convinzione di essere un “io”. Il che significava chiedere se fosse necessario un processo psicologico d’individuazione o se si potesse realizzare la cosiddetta illuminazione, realizzazione, riconoscimento dell’Assoluto in noi, senza dover passare dalla chiarificazione della nostra psiche.
Una risposta limpida e concisa mi arrivò da un maestro, in quel frangente donna, che operava nella tradizione buddista mahayana. Questa mi disse che non era necessario mettere chiarezza nella propria psiche. La tradizione, sottolineava lei, mostrava la biografia di molti Santi che, nella loro vita prima del risveglio, potevano essere sicuramente considerati dei folli. 

L’intuizione, quindi, può sbocciare senza la necessità di chiarire la propria individualità. Il problema sta nel fatto, osservava lei, che un percorso di questo tipo non è protocollabile, quindi, non può essere inserito in un insegnamento formale. Quest’ultimo, adatto alla grande maggioranza dei ricercatori, passa attraverso lo svelamento dei vari livelli coscienziali di cui siamo composti, quindi, da quello dell’individualità fino ai livelli spirituali più elevati della nostra struttura esistenziale.

Questa risposta mi fece comprendere che, se il ricercatore non si trova in uno stato di coscienza che gli permetta di scavalcare un processo formale della pratica-conoscenza spirituale, è necessario che esso con perseveranza, sotto la guida di un maestro (Chi ha realizzato l’Essere che noi stessi siamo), sviluppi la consapevolezza nei vari gradi esistenziali presenti in ognuno di noi. Questo comporta affrontare personalmente in sé tutti i veicoli manifesti e i loro attributi. E tutto ciò comporta la non preclusione agli stessi, che si presentano come momenti spirituali dell’esistenza. Non accettando, quindi, la possibilità in noi dello spirito, per una forma di scetticismo materialista, e non trovandosi nella condizione di risvegliarsi senza troppe evoluzioni, scavalcando le varie fasi della consapevolezza, il risveglio alla nostra libera vera natura diviene impossibile. Sarebbe come dire “Voglio andare in America senza una carta geografica”, o magari, “Posso andarci, ma tra il luogo in cui mi trovo e l’America non c’è né il mare né il cielo, e, in realtà, non penso che la loro presenza sia necessaria”, ecc.. 

In questo senso i massoni, tra le varie qualifiche, richiedono ai “bussanti” la dichiarazione di credere nell’Essere Supremo, di là dalle sue possibili rappresentazioni. Come sarebbe possibile, in effetti, realizzare il Divino che è in noi senza credere che Questo esista?

Detto ciò, ci chiediamo: come possiamo affrontare un percorso che ci porti al superamento della sofferenza, oltre l’individuo e l’intera manifestazione che alberga nella nostra coscienza? 

Com’è possibile comprendere l’Assoluto che noi stessi siamo, o comunque affrontare la pur minima realizzazione, senza avere una grande fede?

Ritorniamo, quindi, al significato di fede e dubbio che per noi è più utile. 

A questo scopo è interessante citare alcuni brevi passi del libro di Sharon Salzberg: “Fede”, (Ubaldini Editore, Roma 2003. Le citazioni sono prese dal capitolo “Verificare la fede”, pagg. 54/55), perché essi esprimono, in estrema sintesi, la raffinata dialettica tra fede e dubbio, così come la intendo. In assenza di quest’accordo operativo tra di essi diventa impossibile procedere nel processo iniziatico realizzativo. E il fatto che vengano da una tradizione particolare, in questo caso, non esclude che abbiano una validità universale.

Se la fede viene separata dalla ricerca razionale si riduce a una pratica per creduloni”.

Nel buddhismo, la distinzione tra fede e credenza risiede nel mettere alla prova ciò che viene detto. ‘Mettilo in pratica’, ha detto il Buddha, ‘e se scopri che conduce a un tipo di saggezza che è come guardare un muro e poi il muro crolla e vedi in maniera sconfinata, allora puoi fidarti’. Indipendentemente da cosa mi dicevano i maestri, rimaneva una credenza fino a che non lo sperimentavo”.

Per poter approfondire la fede, dobbiamo essere capaci di mettere alla prova le cose, di chiedere, di dubitare. La fede viene infatti rafforzata dal dubbio, quando il dubbio è un’indagine critica e sincera combinata con una profonda fiducia nel nostro stesso diritto e nella nostra capacità di discernere la verità. Nel buddhismo questo tipo di indagine è conosciuta come ‘dubbio salutare’. Perché il dubbio sia salutare dobbiamo essere sufficientemente vicini al problema in discussione da esserne interessati, e tuttavia abbastanza aperti da lasciare che il dubbio si manifesti. Diversamente dal dubbio salutare, che ci porta più vicino a esplorare la verità, il dubbio non salutare ce ne allontana”.

In questi passaggi di Sharon Salzberg, ci sono tutti i soggetti di questa mia riflessione. C’è la fede religiosa che non prevede la messa in discussione dei suoi dogmi, non accettando un percorso di realizzazione effettiva e personale. C’è il dubbio scettico (non salutare) che non ci permette alcun avvicinamento all’oggetto che potrebbe essere conosciuto. Ci sono la fede e il dubbio salutare che insieme concorrono alla realizzazione della verità svelata e presente in noi stessi attraverso l’apertura verso la possibilità che ci sia una Verità e che in noi sia presente, in ogni momento, la facoltà di verificarla comprendendola in noi stessi.

Possiamo quindi considerare la fede come l’apertura di un orizzonte di senso che si offre alla Verità nella sua assolutezza. 

Devo osservare però come quest’apertura verso il Vero debba, inizialmente, essere “incondizionata” e “indubitabile”. L’apertura, da questo punto di vista, non è un fatto meramente operativo di avvicinamento alla Realtà nella sua reale essenza, ma uno stato ontologico di svelamento della nostra possibilità di Essere, ed essere quella Verità stessa. In quanto ontologico, che riguarda cioè la nostra sostanza originaria, il nostro Essere prima delle sue possibili rappresentazioni, è fuori dal tempo. Non può essere considerato un momento precedente alla verifica del dubbio, ma ciò che siamo nella nostra possibilità di essere in quest’apertura verso la Verità ultima. Il momento operativo vero e proprio, l’azione nel tempo e nel divenire, inizia con il dubbio che ci offre la possibilità temporale del verificare. L’esperienza temporale di verifica in noi stessi della Verità oltre che realizzare, in successione, ciò che abbiamo già riconosciuto vero in noi su un piano ontologico, dona la libertà di aprirci incondizionatamente, e a priori, al Vero.

E’ bene chiarire quest’ultima affermazione.

L’atto di fede a priori, necessario, incondizionato e atemporale, in quanto apertura ontologica verso l’Essere, è affermato, però, da un individuo che vive nel tempo e in uno stato presente che ancora non gli consente di essere Ciò verso cui si apre. Il dubbio, quindi, a posteriori, è lo strumento operativo che ci permette di verificare ciò verso cui siamo in apertura, in altre parole, ci spinge verso la realizzazione necessaria e reale. In un altro senso, esso ci consente di abbandonarci, di lasciarci andare in un’apertura che, senza la possibilità di verifica, nella percezione dell’individuo limitato, sarebbe ostacolata dalla paura di vivere una cieca e inconsapevole accettazione di ciò che, in apparenza, è affermato fuori di noi, dall’esterno, in piena dualità. Il dubbio, la conseguente verifica, ci autorizza a donarci al Vero, in piena identità con Esso. 

L’elemento centrale che voglio rilevare è la funzione di allentamento delle difese dell’individuo nei confronti di una Verità percepita così lontana, anche se vicinissima a noi. L’individuo senza sapere della sua possibilità di verificare la Verità, chiuso nella preoccupazione di abbandonarsi all’irreale, al non vero, alla creatività fanciullesca della sua fantasia, in una deriva verso l’irrazionale, perderebbe la possibilità di aprirsi all’Eterno Essere che già da sempre E’ lui stesso. Il problema nasce dal fatto che Quello che è più vero, ossia, l’Essere che noi stessi siamo, essendo uno stato di piena libertà, amore e beatitudine, che apre alla coscienza le sue naturali eterne possibilità, mostra un’idea troppo grande per sembrare vera. La mente razionale non permette l’apertura a Ciò che realmente siamo perché reputa tutto questo una fantasia infantile e credulona. Sul piano dell’apertura iniziale, quindi, il dubbio sano, la possibilità di verificare realmente l’Assoluto che è da sempre in noi, ci “tranquillizza”. E’ come se stringessimo un patto con la nostra mente, un compromesso di conoscenza. Come se dicessimo alla mente: “Carissima, è vero che tutto questo sembra pura fantasia, ma vedrai che potrò dimostrarti la sua realtà, dammi del tempo e tutto sarà confermato”. Se riusciamo a convincere la nostra mente, questa si zittisce, abbandona il suo giudizio e noi, ancora immersi nella nostra individualità, possiamo, tuttavia, in un attimo eterno del “qui e ora”, aprirci indisturbati alla Verità, nella profonda apertura della fede. E, da quel momento, possiamo iniziare quel processo di realizzazione in noi che ci porterà a essere Ciò che già da sempre siamo.

In questo processo realizzativo, verifica dopo verifica, quella Verità affermata in piena dualità ed esternamente a noi, verso la quale decidiamo di aprirci anticipatamente, si avvicina sempre più. In fine, tra noi e la Verità non ci sarà più distanza poiché Essa sarà diventata noi stessi. Tra noi e il Vero non ci sarà più alcuna separazione. Avremo superato la dualità. In quel luogo, e proprio in quel momento, la Conoscenza, l’Essere e Noi stessi, saremo un’unica Realtà, la sola e vera Realtà: Ciò che realmente siamo. 

Così come affermato dal Supremo mantra dell’Advaita Vedanta: 

“Tat Tvam Asi”, “Tu Sei Quello”.



Il V.I.T.R.I.O.L. NELL'ORIZZONTE INFINITO DELLA METAFISICA





Visita Interiora Terrae Rectificandoque Invenies Occultum Lapidem,
“Visita l’interno della terra e, rettificando, troverai la pietra nascosta”.

Il V.I.T.R.I.O.L. è l’imperativo primario del percorso iniziatico, che la Tradizione trasmette al vero ricercatore, ossia colui che abbia le qualificazioni per riconoscere in sé la Verità. Potremmo anche dire, nella grammatica dell’iniziazione occidentale: “Nosce Te Ipsum”, “Conosci Te stesso” e “conoscerai Dio”.

Quest’ultima affermazione, che suscita scandalo nella religione dogmatica e scollegata dalla Tradizione Universale, necessita alcuni chiarimenti.

Cosa intendiamo con la Parola Dio? E, Come può l’uomo conoscere Dio in sé stesso?

Iniziamo col sottolineare come il termine “Dio” sia poco utile in un contesto iniziatico-realizzativo, a causa del suo utilizzo improprio fatto in molti contesti religiosi, che non riescono più a vedere la Verità, trasmessa dalla Tradizione e dai Testimoni che l’hanno realizzata.

Le religioni, per quanto siano un essenziale accesso per i molti alla spiritualità, e questo è cosa giusta, hanno da sempre perso la grande occasione di spiegare cosa sia, in Vero, Dio.
Esse, in genere, hanno la difficoltà di andare oltre le manifestazioni divine di Dio.
Dio non è un individuo, non è una forma ed è oltre ogni possibile connotazione.
Dio è Coscienza.
Non è una metafora, esiste realmente, è pura consapevolezza. Egli pensa proprio come noi, ma quando lo fa, il suo pensiero è l’intero universo.
Esso non può essere visto... perché è colui che vede.
Si manifesta nella storia attraverso forme, Individui a noi visibili, comprensibili, riconoscibili e familiari alla nostra cultura.
Dio, semplicemente, è...
Egli è ciò che esiste in assoluto, cioè, l'Essere più reale che la nostra mente possa concepire (non comprendendo). 
Egli è "Colui che è". 
Dio “è da sempre” e da sempre è in ogni forma da lui prodotta, compresi noi esseri umani; così come sostanzia ogni ente della Creazione.
Altro fatto inconcepibile per le molte religioni è la sua presenza in tutte le cose. Quest'affermazione, comprensibile da esse sul piano razionale, comporta però delle conseguenze profonde e non accettabili fino in fondo: se Dio è in tutto, ogni forma trova la sua reale Identità in Dio.
La vera Identità dell'uomo stesso, perciò, è Dio. Questo non significa che l'uomo, con affermazione eretica, voglia farsi come Dio. Il significato di quest’affermazione sta nel comprendere che non ci possa essere nulla che non sia Dio; a patto di disidentificarsi dalla propria forma particolare, operando il “solve et coagula”.
Quindi, il Principio, 2000 anni fa, dichiarava: "In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in Me e Io in voi" (Giovanni 14,20).
Allo stesso modo, la millenaria filosofia indiana, nel suo livello finale-non duale del Vedanta Advaita tramanda il sublime mantra:
"Tat Tvam Asi", TU SEI QUELLO.
Siamo già entrati nell’Orizzonte della Metafisica, detta anche la “Suprema Conoscenza Non Duale dell’Essere”.
Essa si occupa dell’Essere assoluto e Non Duale, possibilità stessa di ogni forma. Quest’ultima, la forma, è da noi conosciuta, ad esempio, come la Creazione, il Macrocosmo, la Manifestazione Universale, sono sinonimi.
La Metafisica è il fine della Conoscenza, è universale, e ad Essa si allacciano tutte le Vie Tradizionali, pur nella loro iniziale diversità operativa.
Il sentiero della Metafisica, nella Qabbālāh, conduce all’Ain Soph, nell’Alchimia, è la realizzazione della “Grande Opera” quando è risolto lo stesso zolfo, per il Vedanta Advaita, la Suprema Conoscenza Non Duale della saggezza indiana, è la realizzazione del Nirguṇa, l’Immanifesto Brahman senza attributi. Per Platone e Plotino è la realizzazione dell’Uno-Bene, il Quale trascende il Dio stesso creatore o l’Uno molti.
Dio, se inteso quindi come Essere Assoluto e Immanifesto, è il solo reale.
In che senso?
Dal punto di vista della Conoscenza Suprema, è reale solo ciò che è sempre presente, incausato, infinito ed eterno. Ed essendo questa la sola vera Realtà, ogni ente particolare manifesto, nella sua essenza, è proprio quell’Essere.
Da questa acquisizione, come possiamo considerare la realtà in cui viviamo, che va dal piano fisico ai livelli più elevati dello Spirito?
Essa, la Manifestazione, è realmente esistente in questo momento ma, essendo una realtà spazio-temporale, avente quindi un inizio e una fine, non può essere considerata reale. Possiamo comprenderla quindi come una realtà relativa e soggetta, fra le altre cose, alla Legge, la Legge di causa ed effetto. Possiamo dire quindi che l’intera Manifestazione Universale, per quanto detto, è fondata sul tempo-spazio-causa.
Cos’è quindi l’uomo?
Esso, in essenza, è l’Essere Supremo nella sua finale espressione Non Duale, il fondamento stesso della forma nella sua espressione duale e spazio-temporale.
Come può l’Essere, la Coscienza pura e informale, perdere momentaneamente memoria di Sé (la Caduta) e identificarsi in una delle infinite sue possibili espressioni nel mondo dei nomi e delle forme?
L’Assoluto, la nostra Identità Reale, non ha limiti e può esprimersi in modi infiniti in ogni istante dell’Eternità. Non sarebbe tale se non potesse quindi perdere momentanea memoria di Sé, identificandosi con un suo prodotto, come ad esempio avviene nell’uomo. Noi siamo, in realtà, l’Essere che momentaneamente ha perso coscienza di ciò che realmente è. E, in questa identificazione assimilazione, l’Essere assume i limiti del veicolo con cui si sta identificando, aprendo uno spazio illusorio di necessità, limitazione e sofferenza.
Tale identificazione, con la conseguente perdita della consapevolezza della totalità dell’Essere, sembra strana e difficile da comprendere. In realtà, sul piano del microcosmo, è ciò che accade ad ogni individuo nel suo quotidiano, e questo fatto è chiamato “alienazione”. Il tutto avviene quando noi, il pensatore, pensiamo e, subito dopo, ci identifichiamo col pensiero, il nostro prodotto, perdendo la coscienza di essere il pensatore.
Questa “caduta” dell’Essere nella forma è il grande Mistero. Ma, ancora più in profondità, è occultato il Mistero di come possa l’Essere scivolare nell’ignoranza della sua stessa Verità e, contemporaneamente, rimanere immutabile nella sua pura presenza consapevole. Questo, che può essere compreso solo per identità realizzativa in ciascuno, è intravisto, sotto metafora, nella frase che il Divino trasmette al Cavaliere Arjuna, nella Bhagavadgitā: “Con una parte infinitesimale di Me mi manifesto…”.
Questa frase deve essere, però, considerata una metafora perché utilizza il concetto spazio-temporale di “parte” in un contesto comprensibile solo sul piano della Non-Dualità. E la mente non può arrivare a tale astrazione, per questo, comprensibile oltre il pensiero e per diretta identità con l’Essere. Possiamo sottolineare che la mente, operando nei parametri dello spazio-tempo, non coglie la possibilità che “Essere” e “non essere” si annullino in una superiore sintesi. Quindi, in questo senso, l’Essere si manifesta ma non perde mai la sua totale assoluta consapevolezza.
La visione della fisica quantistica, si avvicina molto a spigare tale possibilità, già nel comprendere che una particella può essere particella e contemporaneamente un’onda.
Ma il Mistero, racchiuso nel primo mantra vedico “Tat Tvam Asi”, “Tu Sei Quello”, la cui soluzione è auspicata dal mediterraneo “Nosce te Ipsum”, può essere svelato, qui ed ora, per identità, da ciascuno in Sé, fino a comprendere che, oltre l’illusione dell’io individuale, c’è in ogni ente manifesto la Verità eterna dell’Essere. E, per non alimentare quella paura ignorante di molti ricercatori, la Verità non è una perdita di coscienza per entrare in un sonno profondo del nulla nichilistico, ma, al contrario, è assoluta esistenza e consapevolezza totale di esistere. Fuori dalla necessità, coagulati nella Realtà, in questo stato è eternamente stabile la Beatitudine assoluta e incausata.
Questo è il segreto iniziatico, e tale rimarrà fin quando, nell’operatività del V.I.T.R.I.O.L., non sarà stato compiuto il “Solve et Coagula” dell’Alchimia Spirituale portata alla conclusione finale nella “Grande Opera”: il riconoscimento della nostra reale Identità.
Il V.I.T.R.I.O.L., quindi, cambia il suo significato secondo l’orizzonte della conoscenza in cui ci troviamo, e in ciò è strutturato come ogni altro simbolo, cioè: il suo significato cambia in base al livello di comprensione del ricercatore sul piano verticale del reale lavoro interiore.
Ogni ricercatore che abbia le giuste qualificazioni, dovrà esigere dall’Insegnamento l’istruzione per compiere il suo V.I.T.R.I.O.L., fino a svelare la Pietra Nascosta, la Coscienza Eterna in Sé, così realizzando l'Opera, nell'orizzonte finale della Suprema Conoscenza Metafisica.
Nell’istante infinito della visione, l’Iniziato, compiuto il lavoro, si svela come “En To Pan” (εν το παν), Tutto è Uno.


Per meglio comprendere i temi trattati della Metafisica è utile leggere questi articoli:

“Sulla Metafisica”

“La Manifestazione Universale”

“La Realtà”





giovedì 10 agosto 2017

Riflessioni Metafisiche sul Nemico, la Giustizia e il Perdono

Bruce Pennington: "Folgore dal cielo"


“Ama il tuo nemico”, “il perdono”, “la giustizia”, “la certezza della pena”, “l’azione non azione”, “la giusta azione”: sono temi che necessitano una chiara comprensione nel percorso della Conoscenza.

Questi ingredienti, legati da un filo invisibile che li unisce, qualora non compresi nel loro profondo significato, si tramuterebbero in ostacoli potentissimi sul cammino del risveglio finale della Coscienza: evento finale della Conoscenza, in cui ci riconosciamo pura unità del Tutto, in assoluta consapevolezza di Essere e, affrancati da qualsiasi necessità o da qualunque forma, eternamente beati.

Questa è la posta in gioco del fine ultimo della via iniziatica tradizionale; tuttavia la comprensione dei termini esposti è essenziale in ogni percorso, e a qualsiasi livello, che voglia definirsi spirituale.

Il tema è in ogni modo scottante e sarebbe consigliato un “luogo protetto” (tra persone che condividono uno stesso livello di conoscenza anche se solo concettuale) per la sua esposizione; ma… la chiarezza-consapevolezza su questi argomenti è per tutti importante per vedere l’esistenza e il suo senso da una prospettiva più ampia e significativa; e questo giustifica il rischio di non essere compresi. Si confida, comunque sia, nella saggezza di tutti.

Dove si trova la difficoltà del trattare questi concetti?

Essa è data dalla mancanza di una visione spirituale della realtà. E per visione spirituale non intendo riferirmi ad alcuna religione, che spesso offusca la Verità o, nel migliore dei casi, ne coglie una piccola parte, ma a un percorso di esperienza interiore di svelamento, alla luce della Conoscenza Tradizionale. 

Per comprendere meglio, è necessario fare un po’ di chiarezza, dal punto di vista tradizionale, sulla realtà, nella relazione tra la Manifestazione Universale, ossia l'universo in cui viviamo, e l’Essere da cui proviene.

Ogni Insegnamento, che sia realmente fondato nella Verità, ha istruito l’uomo per realizzare la sua reale Identità. Questa, realizzabile da ciascuno “qui ed ora”, svela l’illusorietà della mente individuale e, quindi, del concetto stesso di ego. Se la Via Metafisica, detta altrimenti “La Suprema Conoscenza Non Duale dell’Essere”, conclude che: siamo tutti un’unica Coscienza, e solo questa è in assoluto reale, altri percorsi, invece, e non è poco, arrivano solo a mostrare la possibilità che ogni individuo possa riconoscersi Coscienza Universale. Se la prima è oltre la forma e la Legge che la governa, in quanto possibilità stessa sia della forma, sia delle regole su cui essa si fonda, la seconda rimane nell’orizzonte della Legge; ma nel riconoscimento che la limitata consapevolezza dell’io individuale, in realtà, può espandersi all’intera Coscienza Universale, riconoscendola come la stessa nostra Coscienza. Sta per inteso che non c’è realizzazione Non Duale che non abbia prima espanso l’individualità all’universale. Perché questi due momenti esprimono il processo di svelamento dell’individuo-persona, il quale espande la consapevolezza all’intero universo, ossia riconosce se stesso come confine estremo di ogni forma, per poi comprendersi come assenza stessa di confine, pura possibilità incausata, l’Essere Eterno nella sua espressione finale. Il Principio, 2000 anni fa, affermava: “Nessuno viene al Padre (l’Assoluto Essere Non Duale), se non per mezzo di me (La Coscienza Universale) ”.

Da ciò, sempre a patto che quanto affermato sia condivisibile da chi legge, diventa semplice comprendere come le espressioni “Ama il tuo nemico” o “il Perdono” non stiano illustrando un sentimentalismo morale o un ingenuo e passivo buonismo, ma indichino una necessità operativa di risveglio.

Perché?

Perché l’io non esiste in quanto identità relativa, spazio-temporale, è solo un artificio della mente che, oltretutto, ha una durata molto breve. La Realtà della forma è Coscienza Universale, in cui non esistono confini limitati ed egoici, ma è espressione dell’unità della vita. Come abbiamo visto, poi, questo stato universale della Coscienza è superabile nella Coscienza assoluta, eterna e non duale, in cui è realizzata non l’unità della vita (Coscienza Universale) ma il riconoscimento che la vita stessa, l’intero universo dal fisico al livello più alto dello Spirito, in Verità, non sono, in quanto prodotto dell’Essere stesso e, giacché prodotto, realtà relativa e spazio-temporale anche a livello universale. 

“Amare il proprio nemico” e il “Perdono” sono comportamenti che sciolgono la contrapposizione illusoria tra l’io e l’altro, di là da ogni possibile contenuto. Odiare o mantenere in piede uno stato di rancore significano fissare già a priori la dualità: fatto possibile alla luce dell’ignoranza, cioè ignorando come stanno realmente le cose o quale sia, in vero, la Realtà; ed Essa è pura unità sperimentabile in ognuno per identità, ed è sempre pura, di là dal concetto stesso di giustizia.

Ma… se è vero che, dal punto di vista della Verità tutto è Uno e l’altro è sempre me stesso, dove, in assenza di contrapposizione duale tra bene e male, non c’è posto nemmeno per la giustizia, questo non può essere affermato dalla prospettiva di chi non abbia compiuto in sé tale svelamento-riconoscimento. Ciò significa che, fin quando saremo identificati con la coscienza individuale e le forme, saremo soggetti alla Legge che regola l’intera Manifestazione ossia “la Legge di causa ed effetto”, conosciuta in oriente come “la Legge del Karma”. Ogni azione che compiamo, proprio perché l’altro è sempre noi stessi, ritornerà a chi l’ha compiuta. Non c’è scampo, quello che facciamo di buono o ciò che arrechiamo di cattivo, sarà in un modo o in un altro restituito al mittente. Anche il perdono rientra nella Legge: “Perdona e sarai perdonato”. Il non perdonare chi ci ha causato dolore, quindi, oltre ad essere la fissazione dell’illusoria molteplicità nella nostra comprensione, genererà un effetto che in futuro ci sarà restituito: non saranno perdonati i nostri comportamenti. E, “chi è senza peccato, scagli la prima pietra”.

Ciò che sopra è evidenziato rispecchia quanto è esposto dal Sovrano Ordine dei Cavalieri Eidon, Cavalleria Spirituale con il compito di conservare e trasmettere la Conoscenza Metafisica, nella XVIIma regola del Cavaliere:

«Cavaliere ascolta! Gesù affermava: “Ama il prossimo tuo (come) perché è te stesso”. Oppure: “Tutte le cose, dunque, che volete che gi uomini vi facciano, anche voi dovete similmente farle a loro”. Con le parole attribuite a Confucio, possiamo indicarti un’ulteriore conferma di questa regola, nei termini della negazione: “Ciò che non vuoi che sia fatto a te, non farlo agli altri”. E, ancora, Gesù: “Amate i vostri nemici”. Comprendi anche questo insegnamento: “Io sono la Via, la Verità e la Vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di Me”. Con alcune frasi emblematiche quest’Ordine ti indica la necessità di portare alla dissoluzione ogni dualità nella tua vita affinché tu possa tornare al padre tuo, all’Assoluto Essere; perché: “Tat Tvam Asi”, “Tu Sei Quello”».

“La giustizia” e “la pena”, quindi, sono nel mondo dei nomi e delle forme, in assoluto, certe.

Da ciò è più che comprensibile che il perdono non escluda la pena, la quale arriverà inesorabilmente come effetto di cause prodotte; in questa vita fisica, in altre successive o in qualsiasi altro stato esistenziale in cui l’individuo si troverà.

In termini di Conoscenza, un atto di buonismo non ha alcun senso. Quello che conta è il perdono come atto in sé di riconoscimento della realtà, in cui l’altro è sempre noi stessi. Se poi il perdono, da noi concesso, è chiesto dall’artefice dell’azione negativa commessa, quest’atto di profonda umiltà e prostrazione diminuisce il peso karmico che, comunque, sempre, sconterà chi ha commesso il torto.

La compassione di chi assolve è parallela al rigore della “pena certa” che arriverà, alla fine, e anche se le nostre regole umane o il nostro buonismo la renderanno in apparenza vana.

Si apre ora un altro tema, quello del nemico.

In base ai doveri acquisiti nel nostro karma, ci potremmo trovare nella condizione di combattere un’eventuale nemico, a patto che esso abbia un comportamento che mette a rischio la vita o la dignità di chi sia innocente. Se questo fosse il nostro compito, dovremmo ostacolare l’offesa, a difesa dei deboli.

Bene…

La lotta può essere agita con forza ed efficacia, in piena consapevolezza, senza alcuna identificazione con l’atto che stiamo compiendo. Possiamo quindi lottare e ostacolare il nemico, amandolo, perché lo riconosciamo come una delle nostre indefinite possibilità espressive, di Assoluto Essere. Chi è in grado di fare questo, nella massima espressione, è un Cavaliere, o si comporta come tale, ed è in grado di compiere l’azione-non azione.

Stando in uno stato di presenza disidentificata dall’individualità, il Cavaliere agisce senza agire; e questa azione sarà sempre “la giusta azione”, in armonia con la Legge che regola l'universo.
Così, nella Bhagavadgītā, quando il condottiero Arjuna non voleva combattere per non uccidere i suoi nemici , Krishna, manifestazione del Supremo Essere Non Duale, che, in tutti noi, è la reale Identità, gli disse: "Oh, Arjuna, credi che sia tu a dover uccidere i tuoi nemici? Essi li ho già uccisi io".

La Bhagavadgītā, testo tradizionale della filosofia indiana, è particolarmente adatta alla comprensione di questo giusto agire. Essa è illuminante per l’uomo occidentale, sempre rivolto all’azione. Questo testo insegna l’agire senza agire dello Ksatriya, il Cavaliere.


Il Cavaliere
Non si contrappone a nulla.
Se fosse chiamato a combattere,
lo farebbe
senza alcuna identificazione


(dalla XVma regola del Codice dei Cavalieri Eidon)




Per una maggiore comprensione di quanto in sintesi esposto si può fare riferimento a questi articoli:

“Sulla Metafisica”

“La Manifestazione Universale”
“La Realtà”

martedì 1 agosto 2017

RIFLESSIONI METAFISICHE 17


La mente, fondata nella misura, apprende l'Infinito nell'orizzonte dello spazio e del tempo.

Essa colloca l'Eternità ad una distanza inafferrabile e oltre il confine del futuro visibile.


Tuttavia, l'Eternità è da sempre "il Presente" e ogni luogo prende forma dall'Eternità.


Essa è in ognuno e in ogni cosa.


Nel puro silenzio, o mentre fluiscono i pensieri nella consapevolezza del pensatore, si svela l'Infinito.


E Quello, il Padre, è riconosciuto in quanto unica, vera, eterna Identità.