domenica 13 agosto 2017

DI LA’ DALLA FEDE, OLTRE IL DUBBIO

Dipinto: Alice Semprini

Per chi intenda affrontare un percorso spirituale diretto alla soluzione finale dell'iniziazione è necessario riflettere su due termini fondamentali: la fede e il dubbio. 

Il primo livello di significato che è evocato da queste due parole, all’istante, ci porta verso i temi legati alla religione e a ciò che, senza sosta, hanno cavalcato gli scettici nella loro controffensiva verso di essa. 

Ora, se la fede è stata lo strumento limitato della rivelazione religiosa, il dubbio scettico ha proposto una visione relativa e castrante che, alla fine, non ha permesso alla mente di elevarsi oltre i limiti che essa stessa generava.

Questo scritto non intende contrapporsi alla religione e allo scetticismo, perché non è di mio interesse la contrapposizione in sé, rispettando ogni espressione umana, a patto che non contribuisca alla sofferenza dell’altro; (per quanto riguarda la propria sofferenza, accetto da qualche tempo l’affermazione di un grande Maestro dei nostri tempi che afferma: “Ogni individuo ha il diritto di soffrire”- Raphael). Qualsiasi espressione umana positiva è la giusta produzione in un dato momento di una particolare coscienza. Il mio specifico interesse è, quindi, rivolto al significato dei termini nella coerenza dei progetti di ciascuno. Questo comporta, sempre, un raffinato lavoro alchemico sul linguaggio, che già in sé porta il seme della comprensione.

Non possiamo non partire, in questa piccola opera di svelamento consapevole del nostro linguaggio, da quello che comunemente percepiamo come significato di fede e dubbio.

La fede legata, quindi, a un’accettazione dei dogmi ri-velati, annulla ogni possibilità di verifica dell’insegnamento e, proprio per questa necessaria osservanza, richiede un intermediario che la presenti nella sua intoccabile e non verificabile verità. 

L’intermediario stesso, il sacerdote, vivendo nella “condizione umana”, è qualificato alla conduzione del rito e alla trasmissione della ri-velazione, ma non può personalmente verificare l’attendibilità del dogma né, tantomeno, riflettere sulla possibile relatività dello stesso. Molte volte osserviamo che i dogmi sono l’espressione di una cultura particolare e, proprio per questo, limitati dal tempo e dallo spazio. 

Pur riconoscendo alla religione un insostituibile mezzo di accesso al sacro, non possiamo non notare che essa non sia adatta a tutte le coscienze anche se, tuttavia, è funzionale a chi non abbia le qualificazioni, al momento, per assumere personalmente in sé la Verità dell’Insegnamento.

Riporto, per chiarezza, due punti del significato di fede, così come espressi nel vocabolario della lingua italiana “Il Nuovo Zingarelli”, con riferimento alla tematica religiosa: “Adesione incondizionata a un fatto, a un’idea determinata da motivi non giustificabili per intero dalla ragione”, “Adesione dell’anima e della mente ad una verità rivelata o soprannaturale non sempre dimostrabile con la ragione / Complesso delle credenze che, in una religione, sono accettate come rivelate e non discutibili”. 

Personalmente, non volendo certo criticare la lingua italiana, sono perplesso però sul punto: “… una verità rivelata o soprannaturale non sempre dimostrabile con la ragione”. Non mi sembra, in piena coscienza, che ci sia qualche affermazione religiosa dimostrabile dalla ragione, quindi, quel “non sempre” dovrebbe essere espresso con un “mai”. A patto che non si voglia considerare dimostrazione della ragione quello storico “credo quia absurdum”, in altre parole, credo proprio perché la rivelazione è talmente assurda che non può essere dimostrata dalla ragione umana, potremmo dire che essa, la rivelazione, non è confinabile nei limiti logico-formali della mente, ma va compresa con le facoltà dell’anima. Questo punto finale è proprio ciò che in ultima analisi ci interessa, ma notiamo come il livello conoscitivo della religione, per come solitamente è trasmessa e appresa, non permette la vera apertura del cuore nell’individuo. 

L’uomo rimane un fedele necessitante della mediazione, del pontefice e di chi da lui è autorizzato a testimoniare Dio. Oppure, nei casi dove il sacerdote non è un elemento centrale, come nei luoghi esoterici rivolti alla Via spirituale, l’individuo non riesce a uscire dal gioco linguistico del rito e dei suoi simboli. 

Il dubbio scettico, sempre nello stesso vocabolario, è definito “Sospensione definitiva del giudizio dettata dalla convinzione di non poter mai giungere a una certezza”. 
E’ chiaro che mantenendo questi significati particolari di fede e dubbio scettico non sarà possibile affrontare una ricerca spirituale che porti il ricercatore alla soluzione definitiva della sofferenza e dello stato di necessità in cui si trova l’uomo. 

La presente riflessione, anche se rivolta da parte mia al raggiungimento dell’Assoluto in noi, è valida, perché fondata in ciascuno sull’esperienza iniziatica diretta, per qualsiasi livello della ricerca; se per ricerca intendiamo: “assumere su di sé la verità dell’Insegnamento tradizionale in tutti i livelli esistenziali”.

La soluzione della dualità fede – dubbio sta nel comprendere questi due termini in un unico senso.
Ciò può avvenire, assegnandogli questi significati:
Fede = Fiducia-Apertura verso un Insegnamento che propone la Verità, le conoscenze e i processi realizzativi verificabili da tutti nel qui e ora, nel presente attuale.
Dubbio = impossibilità di accettare una verità ri-velata (velata di nuovo) se non affermata come svelamento di essa stessa, verificabile e risolvibile nel momento presente da ciascuno in sé.

In questo senso il dubbio non è più scettico, ma assomiglia molto a un dubbio metodico di sospensione del giudizio che apre porte più espanse di comprensione, le quali, potremmo dire, hanno sede oltre i limiti della mente individuale e razionale su un livello di pura intuizione.

Possiamo rintracciare questo significato di dubbio anche nel senso iniziatico cui si riferisce la massoneria.  I liberi muratori, uno dei termini per definire il maestro massone, si aggettivano anche “uomini del dubbio”. Essi affrontano la ricerca del “nosce te ipsum”, il “conosci te stesso” socratico, in assenza dei dogmi e in piena libertà di ricerca per mezzo della “Scienza Sacra”, l’Insegnamento universale espresso dai popoli in molti linguaggi, che porta, attraverso la personale verifica, a Comprendere/Essere. 

Per quale motivo è necessario conoscere il significato profondo, iniziatico, di fede e dubbio?

Molte volte ho incontrato compagni di ricerca spirituale devoti della consapevolezza che diventano insofferenti, fino a rinunciare in alcuni casi al percorso stesso, quando s’inizia a trattare di livelli coscienziali che vanno oltre il corpo e la mente. Essi, pur necessitati a cercare risposte, si considerano liberi dai dogmi, ma si scoprono, in seguito, irretiti nello scetticismo che li schiaccia in una forma castrante di materialismo/ateismo “spirituale” senza possibilità. Va benissimo così, non ci sarebbe alcun problema in merito. Il solo limite è di non poter andare oltre la coscienza del corpo, dell’energia che lo sostiene, e dei processi della mente individuale. Questo livello di ottenimento fisico, pranico e psichico, da un lato, non è affatto un mediocre risultato, dall’altro, è solo il massimo che un “io” può realizzare. E’ evidente, cioè, che anche questo grado sarebbe per i più un sogno lontano; ma tutto questo, per quanto ci metta nella possibilità di essere un uomo lucido, individuato e cosciente di sé, non ci libera dalla sofferenza. Perché la soluzione della sofferenza sta oltre la coscienza individuale. Perché alla domanda: “In realtà, chi è che soffre?”, dobbiamo rispondere "l’individuo". 

La vera libertà va ricercata, verificata e, quindi, realizzata oltre lo stato coscienziale dell’individualità, verso una coscienza più raffinata e aperta, senza confini. E questo è il mondo dello spirito. 

Molto tempo fa, mi domandavo della necessità di divenire un individuo consapevole di essere tale prima di rivolgersi a una soluzione coscienziale che liquidasse la stessa convinzione di essere un “io”. Il che significava chiedere se fosse necessario un processo psicologico d’individuazione o se si potesse realizzare la cosiddetta illuminazione, realizzazione, riconoscimento dell’Assoluto in noi, senza dover passare dalla chiarificazione della nostra psiche.
Una risposta limpida e concisa mi arrivò da un maestro, in quel frangente donna, che operava nella tradizione buddista mahayana. Questa mi disse che non era necessario mettere chiarezza nella propria psiche. La tradizione, sottolineava lei, mostrava la biografia di molti Santi che, nella loro vita prima del risveglio, potevano essere sicuramente considerati dei folli. 

L’intuizione, quindi, può sbocciare senza la necessità di chiarire la propria individualità. Il problema sta nel fatto, osservava lei, che un percorso di questo tipo non è protocollabile, quindi, non può essere inserito in un insegnamento formale. Quest’ultimo, adatto alla grande maggioranza dei ricercatori, passa attraverso lo svelamento dei vari livelli coscienziali di cui siamo composti, quindi, da quello dell’individualità fino ai livelli spirituali più elevati della nostra struttura esistenziale.

Questa risposta mi fece comprendere che, se il ricercatore non si trova in uno stato di coscienza che gli permetta di scavalcare un processo formale della pratica-conoscenza spirituale, è necessario che esso con perseveranza, sotto la guida di un maestro (Chi ha realizzato l’Essere che noi stessi siamo), sviluppi la consapevolezza nei vari gradi esistenziali presenti in ognuno di noi. Questo comporta affrontare personalmente in sé tutti i veicoli manifesti e i loro attributi. E tutto ciò comporta la non preclusione agli stessi, che si presentano come momenti spirituali dell’esistenza. Non accettando, quindi, la possibilità in noi dello spirito, per una forma di scetticismo materialista, e non trovandosi nella condizione di risvegliarsi senza troppe evoluzioni, scavalcando le varie fasi della consapevolezza, il risveglio alla nostra libera vera natura diviene impossibile. Sarebbe come dire “Voglio andare in America senza una carta geografica”, o magari, “Posso andarci, ma tra il luogo in cui mi trovo e l’America non c’è né il mare né il cielo, e, in realtà, non penso che la loro presenza sia necessaria”, ecc.. 

In questo senso i massoni, tra le varie qualifiche, richiedono ai “bussanti” la dichiarazione di credere nell’Essere Supremo, di là dalle sue possibili rappresentazioni. Come sarebbe possibile, in effetti, realizzare il Divino che è in noi senza credere che Questo esista?

Detto ciò, ci chiediamo: come possiamo affrontare un percorso che ci porti al superamento della sofferenza, oltre l’individuo e l’intera manifestazione che alberga nella nostra coscienza? 

Com’è possibile comprendere l’Assoluto che noi stessi siamo, o comunque affrontare la pur minima realizzazione, senza avere una grande fede?

Ritorniamo, quindi, al significato di fede e dubbio che per noi è più utile. 

A questo scopo è interessante citare alcuni brevi passi del libro di Sharon Salzberg: “Fede”, (Ubaldini Editore, Roma 2003. Le citazioni sono prese dal capitolo “Verificare la fede”, pagg. 54/55), perché essi esprimono, in estrema sintesi, la raffinata dialettica tra fede e dubbio, così come la intendo. In assenza di quest’accordo operativo tra di essi diventa impossibile procedere nel processo iniziatico realizzativo. E il fatto che vengano da una tradizione particolare, in questo caso, non esclude che abbiano una validità universale.

Se la fede viene separata dalla ricerca razionale si riduce a una pratica per creduloni”.

Nel buddhismo, la distinzione tra fede e credenza risiede nel mettere alla prova ciò che viene detto. ‘Mettilo in pratica’, ha detto il Buddha, ‘e se scopri che conduce a un tipo di saggezza che è come guardare un muro e poi il muro crolla e vedi in maniera sconfinata, allora puoi fidarti’. Indipendentemente da cosa mi dicevano i maestri, rimaneva una credenza fino a che non lo sperimentavo”.

Per poter approfondire la fede, dobbiamo essere capaci di mettere alla prova le cose, di chiedere, di dubitare. La fede viene infatti rafforzata dal dubbio, quando il dubbio è un’indagine critica e sincera combinata con una profonda fiducia nel nostro stesso diritto e nella nostra capacità di discernere la verità. Nel buddhismo questo tipo di indagine è conosciuta come ‘dubbio salutare’. Perché il dubbio sia salutare dobbiamo essere sufficientemente vicini al problema in discussione da esserne interessati, e tuttavia abbastanza aperti da lasciare che il dubbio si manifesti. Diversamente dal dubbio salutare, che ci porta più vicino a esplorare la verità, il dubbio non salutare ce ne allontana”.

In questi passaggi di Sharon Salzberg, ci sono tutti i soggetti di questa mia riflessione. C’è la fede religiosa che non prevede la messa in discussione dei suoi dogmi, non accettando un percorso di realizzazione effettiva e personale. C’è il dubbio scettico (non salutare) che non ci permette alcun avvicinamento all’oggetto che potrebbe essere conosciuto. Ci sono la fede e il dubbio salutare che insieme concorrono alla realizzazione della verità svelata e presente in noi stessi attraverso l’apertura verso la possibilità che ci sia una Verità e che in noi sia presente, in ogni momento, la facoltà di verificarla comprendendola in noi stessi.

Possiamo quindi considerare la fede come l’apertura di un orizzonte di senso che si offre alla Verità nella sua assolutezza. 

Devo osservare però come quest’apertura verso il Vero debba, inizialmente, essere “incondizionata” e “indubitabile”. L’apertura, da questo punto di vista, non è un fatto meramente operativo di avvicinamento alla Realtà nella sua reale essenza, ma uno stato ontologico di svelamento della nostra possibilità di Essere, ed essere quella Verità stessa. In quanto ontologico, che riguarda cioè la nostra sostanza originaria, il nostro Essere prima delle sue possibili rappresentazioni, è fuori dal tempo. Non può essere considerato un momento precedente alla verifica del dubbio, ma ciò che siamo nella nostra possibilità di essere in quest’apertura verso la Verità ultima. Il momento operativo vero e proprio, l’azione nel tempo e nel divenire, inizia con il dubbio che ci offre la possibilità temporale del verificare. L’esperienza temporale di verifica in noi stessi della Verità oltre che realizzare, in successione, ciò che abbiamo già riconosciuto vero in noi su un piano ontologico, dona la libertà di aprirci incondizionatamente, e a priori, al Vero.

E’ bene chiarire quest’ultima affermazione.

L’atto di fede a priori, necessario, incondizionato e atemporale, in quanto apertura ontologica verso l’Essere, è affermato, però, da un individuo che vive nel tempo e in uno stato presente che ancora non gli consente di essere Ciò verso cui si apre. Il dubbio, quindi, a posteriori, è lo strumento operativo che ci permette di verificare ciò verso cui siamo in apertura, in altre parole, ci spinge verso la realizzazione necessaria e reale. In un altro senso, esso ci consente di abbandonarci, di lasciarci andare in un’apertura che, senza la possibilità di verifica, nella percezione dell’individuo limitato, sarebbe ostacolata dalla paura di vivere una cieca e inconsapevole accettazione di ciò che, in apparenza, è affermato fuori di noi, dall’esterno, in piena dualità. Il dubbio, la conseguente verifica, ci autorizza a donarci al Vero, in piena identità con Esso. 

L’elemento centrale che voglio rilevare è la funzione di allentamento delle difese dell’individuo nei confronti di una Verità percepita così lontana, anche se vicinissima a noi. L’individuo senza sapere della sua possibilità di verificare la Verità, chiuso nella preoccupazione di abbandonarsi all’irreale, al non vero, alla creatività fanciullesca della sua fantasia, in una deriva verso l’irrazionale, perderebbe la possibilità di aprirsi all’Eterno Essere che già da sempre E’ lui stesso. Il problema nasce dal fatto che Quello che è più vero, ossia, l’Essere che noi stessi siamo, essendo uno stato di piena libertà, amore e beatitudine, che apre alla coscienza le sue naturali eterne possibilità, mostra un’idea troppo grande per sembrare vera. La mente razionale non permette l’apertura a Ciò che realmente siamo perché reputa tutto questo una fantasia infantile e credulona. Sul piano dell’apertura iniziale, quindi, il dubbio sano, la possibilità di verificare realmente l’Assoluto che è da sempre in noi, ci “tranquillizza”. E’ come se stringessimo un patto con la nostra mente, un compromesso di conoscenza. Come se dicessimo alla mente: “Carissima, è vero che tutto questo sembra pura fantasia, ma vedrai che potrò dimostrarti la sua realtà, dammi del tempo e tutto sarà confermato”. Se riusciamo a convincere la nostra mente, questa si zittisce, abbandona il suo giudizio e noi, ancora immersi nella nostra individualità, possiamo, tuttavia, in un attimo eterno del “qui e ora”, aprirci indisturbati alla Verità, nella profonda apertura della fede. E, da quel momento, possiamo iniziare quel processo di realizzazione in noi che ci porterà a essere Ciò che già da sempre siamo.

In questo processo realizzativo, verifica dopo verifica, quella Verità affermata in piena dualità ed esternamente a noi, verso la quale decidiamo di aprirci anticipatamente, si avvicina sempre più. In fine, tra noi e la Verità non ci sarà più distanza poiché Essa sarà diventata noi stessi. Tra noi e il Vero non ci sarà più alcuna separazione. Avremo superato la dualità. In quel luogo, e proprio in quel momento, la Conoscenza, l’Essere e Noi stessi, saremo un’unica Realtà, la sola e vera Realtà: Ciò che realmente siamo. 

Così come affermato dal Supremo mantra dell’Advaita Vedanta: 

“Tat Tvam Asi”, “Tu Sei Quello”.



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