lunedì 17 settembre 2018

Il narcisismo dell'azione e l'utilità della corretta condivisione





Nella Via che porta alla Suprema Conoscenza, stretta tra il narcisismo egoico del passato e la purificazione presente dall'individualità, quando nasce in noi l'intenzione di compiere un'azione, ci deve essere, per essa, sempre un "buon motivo". Chiediamoci, quindi, "che cosa mi spinge a compiere questo atto?". Se saremo autentici, nel rispondere a tale domanda, quasi mai troveremo un movente spirituale e necessario all'agire.

Se mi chiedo, "perché scrivere circa la Conoscenza, in questo luogo? ", la risposta è "Per mera gratificazione". Tuttavia, a volte, ne vale la pena.

lunedì 10 settembre 2018

Chi vi ha raccontato che la ricerca della Suprema Conoscenza Non Duale è astrazione dal mondo?






Dopo essere stato artigiano dai quindici ai venticinque anni, praticando la meccanica di precisione; dopo aver fatto, per quattro anni, l’autista del futuro Presidente dell’A.B.I., di molti anni fa; dopo aver lavorato in un’Azienda per altri ventotto anni; dopo essere stato, nel mentre, e con professionalità, fotografo, counselor in oncologia medica e, in generale, per la persona, formatore e counselor trainer, life coach, ecc., ecc., ecc.; dopo aver ottenuto la maturità classica e una laurea in filosofia, studiando dalle 22,00 alle 2 del mattino per molti anni, continuando, comunque, a gustare la bellezza della vita, compresi i piaceri della carne; dopo aver praticato l'arte marziale per venticinque anni, insegnandola per venti; dopo essere stato arruolato in uno dei corpi operativi più impegnati dell’artiglieria italiana degli anni ‘80; dopo essere entrato nella caverna della mia psiche, in vari modi, portando in essa, a tutt'oggi, una discreta chiarezza; dopo aver studiato e, soprattutto, praticato l’esoterismo, per più di venti anni, in molte sue forme e gradi, ricercando anche i poteri e ottenendone alcuni, per scoprire, poi, come essi fossero, in assenza di vera Conoscenza, mero mangime per l’ego ignorante e accattone; dopo aver formato con gioia una nuova famiglia, acquistando ulteriori, importanti doveri Karmici; e dopo molti altri eventi accaduti e compiuti, di certo, non di minore importanza, infine... incontro, nell’anno del Signore 2005, la Suprema Conoscenza Non Duale dell’Essere, nella catena iniziatica, ininterrotta del Vedanta Advaita; riconoscendo, subito, in ciò, la possibilità di risolvere, definitivamente, la dipendenza da ogni forma. Comprendendo, inoltre, che il fine ultimo della Conoscenza è l’unica “formula” veramente efficace per agire sul mondo, (“senza essere del mondo”).

Dopo queste normali ma, tuttavia, variegate esperienze, per un uomo semplice come me, a volte, qualcuno mi dice:

“La Conoscenza Non Duale, il Vedanta Advaita, è solo la cuccia calda dell’astrazione. Immergiti nel mondo, perché la vita vera e lì”...

… nel silenzio del mio cuore, con tenerezza, sorrido.

P. S. Non è un CURRICULUM (dovrei scriverci molte altre cose sia civili, sia iniziatiche), ma una riflessione sulla Conoscenza.

sabato 8 settembre 2018

Dal sūtra 12 dell’Aparokṣānubhūti di Śaṁkara (a cura di Raphael)









Chi sono io? Questo mondo come si è svelato? Qual è la sua causa prima? Di quale sostanza è fatto? Questo è [il metodo d’investigazione] vicāra

Commento di Raphael:
Questo sūtra espone in dettaglio il metodo d’investigazione vicāra. È un metodo filosofico, un procedimento di pura ricerca degli universali, ma, a differenza di quanto si potrebbe pensare, esso è “sperimentale”.

La filosofia yoga è sperimentazione coscienziale; solo in un secondo tempo interviene la mente per concettualizzare quel tanto che è possibile e darlo come oggetto di stimolazione ad altri che desiderano facilitare la loro esperienza. Non rappresenta, dunque, un processo esclusivamente teoretico per costruire, appunto, una “teoria della realtà”.

La metafisica Vedānta non è un prodotto intellettualistico, ma di realizzazione. L’Oriente, in genere, più che sistemi teoretici filosofici intellettivi, possiede tecniche sperimentali per svelare la realtà. Queste tecniche possono coinvolgere il fisico, l’emotivo, la volontà, la facoltà di discernimento, ecc., o gruppi di essi, ma sono sempre mezzi operativi per risolvere sé stessi, mai strumenti di semplici rappresentazioni concettuali. Un’Upaniṣad  è un’esperienza vissuta, è un ritmo di vita che si è svelato.

Il Vedānta Advaita, tramite certe tecniche, come ad esempio vicāra, vairāgya, uparati, ecc., offre l’opportunità di esperire la verità, non di dialogare verbosamente su di essa né di metallizzarla in aride prigioni sistematiche.

I darśana sono semplicemente “punti di vista” di sperimentazioni coscienziali. La realtà, o la cosa in sé, non può essere oggetto di ideazioni (la mente, con il pensiero analitico, può solo dare un concetto del Reale-assoluto, ma lo yogi non mira a questo), essa va semplicemente realizzata e svelata. Ciò di cui noi possiamo avere una relativa rappresentazione concettuale è unicamente l’oggetto-fenomeno di percezione, non il soggetto-essere.

Così, alla domanda: “chi sono io?” non basta formulare una semplice idea-concetto per accontentare la mente ansiosa di far quadrare i conti, ma occorre esperire quell’ente che si pone appunto tale domanda e che sta dietro ogni possibile concetto intellettuale.


- Per facilitare la lettura, di seguito, sono sintetizzati alcuni termini presenti sul  testo:

Vicāra, Vairāgya, Uparati:
Nello specifico, Investigazione, Distacco e Raccoglimento interiore.

Darśana: “punto di vista”. Il termine si applica in particolare alle sei scuole ortodosse indiane, di cui il Vedānta Advaita è l’ultima e rappresenta il fine della Conoscenza nella realizzazione della Non Dualità dell’Essere. Non sono considerate come “sistemi” bensì come “punti di vista” sull’unica Dottrina contenuta nei Veda.

mercoledì 5 settembre 2018

CONOSCENZA E RITUALITÀ




Il rito è un simbolo dinamico rivolto al Mistero; che si svela, tuttavia, arrestando il movimento, perché già presente ora e proprio qui.

martedì 4 settembre 2018

CAMBIAMENTO DI RIFERIMENTO ("BOMBARDINI" - Milton H. ERICKSON)





Un giorno una ragazza del liceo emise una sonora flatulenza in classe, mentre stava scrivendo alla lavagna.
Si girò e corse via nella sua stanza, chiuse le persiane, ordinò dei generi alimentari per telefono e li portò dentro solo molto dopo che si era fatto buio. Ricevetti una sua lettera, che diceva: “Mi accetta come paziente?”.
Presi nota dell’indirizzo di Phoenix che mi dava, e risposi: “Sì, l’accetto”. Lei mi riscrisse: “E’ veramente sicuro di volermi come paziente?”. Io ci pensai su per bene, e risposi: “Sì, mi piacerebbe averla”.
Le ci vollero circa tre mesi, e poi mi scrisse dicendo: “Vorrei un appuntamento con lei dopo che è buio. E non voglio che nessuno mi veda. La prego, faccia in modo che non ci sia nessuno quando vengo nel suo studio”.
Le diedi appuntamento per le dieci e mezza, e lei mi raccontò di come aveva emesso una sonora flatulenza ed era corsa fuori dall’aula e si era chiusa in camera sua. Mi disse anche di essere una cattolica convertita. Ora, cattolici convertiti sono sempre molto ferventi.
Così le chiesi: “Sei veramente una buona cattolica?”. Lei mi assicurò di sì. E passai un paio d’ore con lei, facendole domande sul grado di fervore del suo cattolicesimo.
E poi, al colloquio successivo, dissi: “Tu dici di essere una buona cattolica. Ma allora perché insulti il Signore? Perché lo schernisci? Perché lo sei veramente, cattolica. Dovresti vergognarti, schernire Dio e autodefinirti una buona cattolica!”.
Cercò di difendersi.
“Io posso provare che hai poco rispetto per Dio”, dissi. Tirai fuori il mio libro di anatomia, un atlante, in cui c’erano illustrazioni di tutte le parti del corpo. Le feci vedere una sezione trasversale del retto e dello sfintere anale.
“vedi, l’uomo è molto bravo a costruire cose”, dissi. “Ma riesci tu a immaginare un uomo tanto abile da costruire una valvola che contenga materia solida, materia liquida, e aria, ed emetta verso il basso solo l’aria? Dio l’ha fatto”, dissi, “Perché  non rispetti Dio?”.
Poi le dissi: “Ora, voglio che tu dimostri un fervente, un onesto rispetto per Dio: Voglio che tu cuocia dei fagioli. In marina, li chiamano bombardini. Insaporiscili con cipolla e aglio. Poi mettiti tutta nuda, e ancheggia e balla per tutta la stanza, facendone di sonore, di tenui, di grosse, di piccole… e godi dell’opera di Dio”.
E così fece. Un anno più tardi, era sposata, e passai da casa sua per vedere come stava. Aveva un bambino. Mentre ero lì a farle visita, disse: “E’ ora di dare il latte al bambino”. Sbottonò la camicetta, mettendo in vista il seno, e diede il latte al bambino, chiacchierando del più e del meno con me. Un completo cambiamento di riferimento.

lunedì 3 settembre 2018

CHI DICE CHE NESSUNO HA MAI VISTO L’AL DI LÀ O NON È MAI TORNATO DA LÌ?



Ormai molti anni fa, prima che dedicassi l’intera mia esistenza alla conoscenza metafisica, mi occupai dello sciamanismo, praticandone una parte delle tecniche tramandate. Devo dire anche di ricordare quell’esperienza con piacere, avendola attraversata con persone a me vicine, alle quali voglio molto bene.
C’era un'attività particolarmente affascinante e utile, quella dello “psicopompo”.
Detto così, per chi non è pratico della mitologia greca, da cui trae origine questo termine, potrebbe sembrare l’evoluzione, la drammatizzazione della “pippa mentale”. Diciamo un aumento di livello della gravità di quest’ultima.
Invece, lungi dall’essere una psico-metafora a sfondo sessuale, la tecnica dello psicopompo (psyche = anima; pompós = colui che manda) serve ad accompagnare le anime dei defunti nell’al di là.
La tecnica sciamanica consiste, quindi, con l’aiuto di entità sottili “amiche”, nell’accompagnare i defunti che non capiscono dove si trovino in quel dato momento e dove debbano andare.
Questo lavoro, comunque, è un’occupazione naturale di alcune entità del mondo sottile, che proprio a questa funzione sono comandate. Molti defunti non si rendono conto neanche di essere morti. Ciò accade specialmente a coloro che, nella vita fisica appena lasciata, hanno aderito a una convinzione materialistica dell’esistenza. La stessa, nei primi momenti del trapasso, stenta ad essere abbandonata.

IN FONDO, ANCHE LORO SONO BUONI






Non siamo degli ingenui, ma pensiamo che le persone, nel loro profondo siano sempre buone. Non parlo dei Santi, dei Risvegliati o quant’altro. Parlo della gente normale. Certo, ci sono delle regole che vanno rispettate, e una società ha il dovere, come avviene per ogni genitore coscienzioso, di far rispettare un ordine di sana convivenza. Ma in fondo, in fondo anche gli individui più disarmonici sono buoni. Vediamo cose inenarrabili, gente violenta, presuntuosa, gelosa, superba, invidiosa, tutti soggiogati dall’aspettativa e in preda alle passioni.
“Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. Ecco, i molti non sanno quello che fanno… E Pensano che il loro piacere e la felicità personale siano diversi da quelli dell’altro. Perché non sanno quello che fanno, e perché non comprendono chi sono.
È stato un errore tradurre in questo modo la frase “Ama il prossimo tuo come te stesso”, non ci è mai riuscito nessuno… Gli esperti di questa materia sanno che il Logos, 2000 anni fa, diversamente da come sia stato sempre tradotto, affermò “Ama il prossimo tuo, perché è te stesso”. Questo i molti non lo sanno, e quindi fanno, senza sapere cosa. Tuttavia le regole vanno rispettate, ma in fondo, in fondo tutte le persone sono buone.

sabato 1 settembre 2018

Brevi riflessioni sui “Social Network” e la contrazione del pensiero




I cosiddetti “social” tendono ad indurre un'espressione sintetica di ciò che vogliamo comunicare.
Twitter è stato un momento emblematico di tale estrema contrazione del pensiero.
Anche facebook, per quanto lasci la possibilità di argomentare in maniera più articolata, seppur a discapito, in questo caso, della quantità dei lettori, cerca di stringerci verso un'espressione minima e non sufficiente.

Cosa è penalizzato da questo modo di comunicare?

Sono convinto che la sintesi sia un segno di intelligenza, ma, in assenza di conoscenza condivisa sull'argomento che vogliamo affrontare, la contrazione del pensiero diventa la fonte moderna dell'incomprensione. E ciò che maggiormente perdiamo è, soprattutto, la visione che nasce da un sapere ampio e approfondito, il quale ci consente di comprendere i legami logici che si sviluppano nella realtà, nell’uomo e nella sua storia.

Certo, questa castrazione neuronale è utile per la pubblicità o per chiunque abbia intenzioni manipolatorie, molto più efficaci verso chi perde sempre più la capacità di una comprensione che tenga presenti i molti fattori del discorso.

Di contro, in termini positivi, questa sintesi è almeno utile per suscitare scintille di riflessione in colui che sia qualificato a comprendere; ma, della vera conoscenza e della consapevolezza, in generale, cosa rimane?

Facciamo solo un esempio in metafora, che, per quanto sostenuto, non può esaurire l’argomento; ma ne offre senza dubbio il sapore.
Tutti riconosciamo la potenza espressiva di un Haiku giapponese:

"Nel Vecchio stagno
una rana si tuffa.
Rumore d'acqua". Matsuo Bashõ

Così come è innegabile la forza del nostro Ungaretti:

"Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie".

Se il primo componimento è comprensibile per la nostra naturale esperienza umana, anche se è possibile perdere le sottili sfumature estetiche dello stesso, nel secondo caso le cose si complicano.
Tutti dovrebbero cogliere dalla poesia lo stato di instabilità e di pericolo in cui vive l’uomo, a patto, però, che si sappia cosa sia l'autunno. E questo è un primo livello di comprensione. Ognuno, però, bene o male, conosce l'autunno e i suoi effetti anche se si trovasse in una regione dove questa stagione non si presenta mai nel corso dell'anno.
Cosa succederebbe però se non sapessimo che Ungaretti parla della giornata che vive un soldato al fronte, in trincea, nella Grande Guerra? Almeno dovremmo conoscere il titolo : “Soldati”.
È probabile che, dalla sua poesia, quindi, si afferri, sì, uno stato di instabilità; ma, in assenza di un’informazione più larga e condivisa potremmo interpretare quell'immagine come una  forma di sofferenza esistenziale.

Purtroppo, altra disgrazia, sui social questa situazione apre spesso lo spazio a chi, non avendo capito nulla dell'argomento, entra in merito con superbia polemica.
E, senza alcuna umiltà di chiedere il significato di ciò che legge, con tracotanza egoica e proiettiva, propria di chi non sa, ti scrive:

"Ehilà, Giuseppe (Ungaretti), se oggi non ti senti in forma, perché non provi a farti una bella scopata!?"