SECONDA PARTE: LETTERE
L’analisi di questa parte del
Sefer Yetzirah dedicata alla seconda creazione, quella che Dio fa per mezzo
delle lettere, ci dà la possibilità di entrare, maggiormente, nel vivo delle
problematiche linguistiche cui ci riferiamo, ossia, come introdotto all’inizio
di questo lavoro, il rapporto tra “lingua
sacra” ed “arbitrarietà del segno”.
Senza smentire il nostro
proposito iniziale di strumentalizzare il testo, nella sua integrità, come
laboratorio di esperimenti linguistici, ci sembra opportuno precisare che la
seconda parte, dedicata alle lettere della lingua ebraica, è più facilmente
utilizzabile per gli scopi del presente lavoro.
Se per “segno” linguistico non
intendiamo solo una lettera o, addirittura, una parola della lingua parlata, ma
qualsiasi oggetto di natura semiotica, anche l’analisi della Sefirà potrebbe essere un oggetto
appropriato per i nostri studi; ma, a causa della sua struttura,
“inconsistente”, che il testo chiama belimà
(senza determinazione), è per noi più semplice riflettere su l’aspetto
simbolico della “lettera”, la quale
mostra, cabalisticamente, una “stratificazione
segnica” che va dalle sue interne componenti fino alla formazione del “discorso” stesso.
Analizzeremo, quindi, questa
seconda parte con maggiore attenzione, e, per facilitare la lettura nei suoi
sviluppi, riteniamo cosa utile anticipare il tracciato che seguiremo.
Per non trascendere
eccessivamente il testo, nel corso di queste riflessioni, che spazieranno, per
i nostri scopi, anche oltre i limiti interpretativi imposti dai significati del
Sefer Yetzirah, seguiremo il percorso letterale nei suoi punti salienti.
Proporremo, poi, l’analisi della lettera ebraica, entrando nei suoi meccanismi
semiotici stratificati. Cercheremo di capire quale sia il senso della divisione
in tre gruppi di lettere proposta dal libro, e analizzeremo questi
separatamente. Per motivi di spazio espositivo, non potremo approfondire tutte
le lettere nei loro significati, ma ci limiteremo a mostrare solo le tre
Lettere Madri (Alef, Mem, Shin).
Sviluppo
del testo.
La serie decadale delle
Sefiroth ha esaurito la prima fase della creazione, avendo ricavato dal caos
originario le strutture primordiali, sulle quali sarà possibile attualizzare le
realtà di natura, in un impianto tripartito: Olam, mondo, Shanà, anno,
Nefesh, anima. In questo senso, la
prima creazione non rappresenta un’astrazione, ma una condizione di realtà
cosmica, un mundus entis, che tende
ad esprimersi in una successiva serie di entità create. Nella storia della
creazione, questa seconda fase è strutturata per mezzo delle lettere
dell’alfabeto ebraico.
Le 22 lettere, in prima
istanza, sono divise secondo i cinque organi della pronuncia (gola, labbra,
palato, denti e lingua), ma poi, nel seguito della trattazione, l’autore
dimentica questa divisione e le divide nei tre gruppi che a seguire
analizzeremo (3 / 7 /12).
Prima di analizzare questa
successiva divisione in gruppi di lettere, ci sembra utile citare due paragrafi
del Sefer, perché ci consentono di comprendere meglio le lettere su un piano
ontologico, ancor prima di specificare i loro particolari attributi.
“Ventidue lettere fondamentali: fissate in una ruota in duecento ventuno
porte. La ruota torna, avanti e indietro. E questo ne è il segno: se è per il
bene in alto, dà piacere (‘oneg), se è per il male in basso, dà dolore (negà)
”[1].
In questo primo paragrafo
l’autore ci informa che le lettere vivono di realtà binaria. Possono essere sia
positive sia negative, sia buone sia maligne. Il testo fa l’esempio di due
parole (‘oneg e negà), che nascono dalla permutazione della stessa radice. E’ molto
chiaro che questa binaria inversione genera due “significati” opposti, uno
positivo, l’altro negativo. Il senso del paragrafo è meglio chiarito da uno
scritto di Yishaq ben Avraham il Cieco[2], il quale
chiarisce anche che la binarietà tra
bene e male non nasce dall’inversione, o permutazione, delle lettere
all’interno della parola, ma sta nella struttura ontologica della lettera
stessa.
“Il contrario di queste lettere si ha quando la ruota si volge da
piacere (‘oneg) a dolore (negà), e da dolore (negà) a piacere (‘oneg). Il
nostro maestro ha affermato che tutto è inciso nella ruota, e in quanto è
simile a essa in tutti i generi che vi sono al mondo; così, in tutte le lettere
vi è un’incisione, sia per il bene sia per il male: talvolta si incontrano
lettere incise per il bene, e altre lettere incise per il male. La cosa non
dipende infatti dalla combinazione inversa delle lettere, ma le lettere stesse
sono ogni cosa. La lettera è incisa, nel proprio luogo, per compiere l’azione;
talvolta la medesima lettera si muta dal bene al male e dal male al bene.”[3]
Leggere, quindi, “… così, in tutte le lettere vi è
un’incisione”, e sottolineare, “La
lettera è incisa nel proprio luogo, per compiere l’azione”, significa,
evidentemente, che il commentatore intende attribuire alle lettere,
singolarmente, il carattere positivo o negativo, al di là di ogni possibile e
successiva combinazione delle stesse nella parola. “Nel proprio luogo” ritengo, appunto, si debba comprendere ciò che,
in un linguaggio filosofico, chiameremo “in
sé”.
Oltre alle molte implicazioni
che potremmo affrontare, partendo da
questo primo paragrafo e dal successivo, per quanto riguarda più
specificatamente il nostro campo di ricerca, mettiamo in evidenza il forte
potere significativo della singola lettera, ancor prima della produzione delle
parole o del discorso, nel linguaggio parlato.
Il secondo paragrafo del Sefer
Yetzirah che qui proponiamo ci aiuta a comprendere una parte del primo, e,
precisamente, quando quello dichiara: “Ventidue
lettere fondamentali: fissate in una ruota in duecento ventuno porte.”
Questo secondo paragrafo preso
in considerazione è il diciannovesimo, il quale, oltre a dirci come Dio formò
le lettere, dando anche, in ciò, l’indicazione per operare sulle stesse con le
tradizionali tecniche cabalistiche (ghematria, ecc.), ci spiega la costruzione
delle “duecento ventuno porte”.
“Ventidue lettere: le incise, le intagliò, le soppesò, le permutò, le
combinò e con esse formò l’anima di tutto il creato e l’anima di tutto ciò che
è formato e di tutto ciò che è destinato ad essere formato. Come soppesò e
invertì?Alef con tutte e tutte con alef ; bet con tutte e tutte con bet; gimel con tutte e tutte con gimel. Tutte
vanno in tondo e si trovano a uscire da duecento ventuno porte; tutto ciò che è
stato formato, e ogni discorso, si trovano ad uscire in un unico Nome”.[4]
Anche se apparentemente è qui
anticipata la possibilità combinatoria delle lettere, cosa che sarà dichiarata
nel paragrafo che tratta “la regola delle pietre e delle case”, l’autore sta
sostenendo qualcosa di diverso, ossia, l’unicità profonda della creazione, che
si attualizza nei “32 sentieri della sapienza”, formati dalle 10 Sefiroth e le
22 lettere. Quindi, quando l’autore afferma che Dio soppesò ed invertì “Alef con tutte e tutte con alef, ecc.”, con
la parola “tutte” non si deve intendere che ogni lettera si combina con le
altre ventuno, ma con le 10 Sefiroth[5].
Riteniamo di poter dichiarare questo significato, con l’aiuto di un’altra
citazione da Yishaq il Cieco, che riferiremo sotto. Le 22 lettere moltiplicate
con le 10 Sefiroth danno, come risultato, 220; per arrivare alla cifra di 221
porte, è possibile pensare di aggiungere l’unità, che rappresenta, poi, l’Unità
Divina, all’interno della creazione.
Prima di citare il commento
annunciato, ci sembra doveroso informare che, nel testo di riferimento, da cui
prendiamo il Sefer Yetzirah, ossia, “Mistica ebraica”, (più volte in nota),
alla pag. 38, nota 11, si informa che nella redazione breve del Sefer Yetzirah,
al posto di duecento ventuno porte, si parla di “duecento trentuno”. Se fosse
valida questa versione, ci sembra poter ancora sostenere la tesi appena
esposta, inserendo esplicitamente la serie delle dieci Sefiroth, da sommarsi al
precedente calcolo, (22 x 10 + 1 = 221; 221 + 10 Sefiroth = 231).
A conferma di quanto, in
generale, abbiamo autonomamente affermato, citiamo il passo del “Commento al
Libro della Formazione”, di Yishaq il Cieco.
“Tutte le dieci Sefiroth sono incluse in ciascuna lettera, e per questo
egli afferma: Alef con tutte e tutte con alef; bet con tutte e tutte con
bet. Come si potrebbe infatti pensare, se ciascuna di esse non le
contenesse tutte? Come l’alef contiene le prime dieci Sefiroth, che sono state
incise nello spirito proveniente dallo spirito. In ciascuna di esse vi è una
sorta di essenze sottili, interne, coperte, senza determinazione (belimah)
< nostra aggiunta>: tutto quanto
sarà intagliato in esse vi è compreso, come è compresa nell’uomo tutta la sua
discendenza”[6].
Precisiamo, anche, che in un
altro passaggio dello stesso scritto, Yishaq il Cieco ci dice: “Metà della
combinazione delle lettere è posta nella ruota, ed è costituita da duecento
trentuno porte. La metà che rimane consta di altre duecento trentuno ed è posta
al di sopra della ruota: sono quattrocento sessantadue alfabeti, e due di essi
sono chiamati <porta>”.[7]
E’ evidente che quest’ultima
citazione parla della versione del Sefer Yetzirah che fa riferimento alle 231
porte anziché 221. Ma, al di là di questo particolare, che abbiamo cercato di
spiegare con una nostra ipotesi personale, ci sembra che qui sia risolta,
anche, la doppia relazione tra Lettere e Sefiroth, come riporta il Sefer
Yetzirah stesso, appunto, quando informa non solo della moltiplicazione di “Alef con tutte”, ma anche di “… tutte con Alef”.
Come abbiamo visto dal
commento di Yishaq il Cieco, quando si parla di “tutte” si intendono le dieci Sefiroth. Se oltre a moltiplicare,
quindi, ciascuna lettera con le Sefiroth facciamo anche il contrario, come il
nostro commentatore ci riferisce, il risultato sarebbe 462 e non più 231; ma,
due “alfabeti” (nome assegnato da Y.
il Cieco alle coppie Lettere - Sefiroth) insiemi
generano una porta. Si potrebbe,
perciò, ritornare al numero 231, accettando che il Sefer Yetzirah, con il
termine “porta”, intenda riferire una coppia Lettera – Sefiroth (ad esempio,
Alef con una Sefirà e la stessa con Alef), e non un’unità (solo Alef con una
Sefirà).
Pur non trovandoci nella possibilità di capire come
funzioni l’intero meccanismo, possiamo, però, confrontando il Sefer Yetzirah
col commento di Y. Il Cieco, far quadrare la cifra delle 231 porte (o, come
risulta dalla nostra traduzione di riferimento, 221).
Passando ora alla divisione delle
lettere che il testo fa, osserviamo che queste sono divise in tre gruppi: Tre Madri, Sette Doppie e Dodici
Semplici.
Le Tre Madri, Alef (א), Mem (מ) e
Shin (ש), sono concepite come radici della natura
creata, e, come tali, producono i primi tre elementi fondamentali (aria, acqua,
fuoco). Questo primo passaggio sta in contraddizione con la prima parte, in cui
i tre elementi erano prodotti dalla seconda, terza e quarta Sefirah.
Possiamo cercare di ipotizzare
questa incoerenza con le parole di Alfonso M. Di Nola: “E’ possibile spiegare la segnalata contraddizione solo se si interpreta
la prima fase sefirotica della creazione come una storia di prelimine. In essa
i tre elementi, derivati dalla ruah divina, vengono già in esistenza, ma
soltanto come unità indiscriminate, come “masse” fisiche indistinte. Quando
sulla “massa materiei”, sui serbatoi cosmici di aria, di acqua e di fuoco
scende il germe vivificante di Dio, in forma dei tre fonemi alef, mem, shin, la
natura indistinta si fa distinzione: il Fuoco si fa volta celeste nello spazio,
stagione estiva nel tempo, testa nell’organismo umano; - l’Acqua si fa terra
nello spazio, stagione invernale nel tempo e ventre nell’organismo umano; - la
Ruah-soffio diviene aria atmosferica, Vento nell’universo, stagione temperata
nel tempo e busto nell’organismo umano, costituendo un termine intermedio e
conciliatore fra gli altri due elementi”[8].
Il secondo gruppo è formato
dalle “Sette Doppie”: Beth (ב), Gimel (ג), Daleth (ד), Kaf (כּ), Pe (פ), Resh (ר), Tau (ת).
Ad esse corrisponde quello che
esotericamente è chiamato il “Settenario”,
del quale riportiamo alcune delle possibilità: i sette astri, (Sole, Venere, Mercurio, Luna, Saturno, Giove,
Marte), i sette giorni (che sono i
sette giorni della creazione), le sette
porte dell’anima (i due occhi, le due orecchie, le due narici e la bocca), i sette cieli, le sette terre. Dalle
sette doppie, il Sefer Yetzirah, per opera di Dio, fa scaturire sette doni, i
sette archetipi fondamentali della vita umana che, a causa della valenza
binaria delle lettere, prima accennata, ancor meglio sostenuta dalla doppiezza
del gruppo di sette, sono messi in opposizione con i loro contrari: la vita e
la morte; la pace e la guerra; la sapienza e la stoltezza; la ricchezza e la
povertà; la fertilità e la sterilità; la grazia e la bruttezza; la sovranità e
la schiavitù.
Oltre allo sviluppo
dell’intero settenario, nella parte del testo dedicato alle sette doppie si fa
riferimento alla regola delle pietre e delle case per la quale abbiamo ritenuto
necessario progettare un paragrafo separato.
Si analizzano, poi, le dodici
lettere semplici: He (ה), Vav (ו), Zayin (ז), Heth (ח), Teth (ט), Jod (י), Lamed (ל), Nun (נ), Samekh (ס), Ayin (ע), Sadè (צ), Qof (ק).
Queste corrispondono alle
principali attività dell’uomo, i cosiddetti “dodici sensi”, alle immagini dello zodiaco, ai dodici mesi e ai
dodici principali organi (o guide) del corpo umano.
Ora, prima di proseguire nella
nostra esposizione, ci sembra doveroso riflettere sull’aspetto della valenza
binaria delle lettere, alla luce della sintesi che abbiamo fatto sulla
tripartizione che di esse fa il testo.
Abbiamo sopra citato un passo
di Yishaq il Cieco (“Commento al Sefer Yetzirah”), dove si sosteneva che ogni
lettera può essere di segno positivo, benigna, o negativo, maligna. C’è un
altro passo nello stesso “Commento…”, in cui l’autore spiega la differenza tra
lettere doppie e semplici. Qui, sembra che egli voglia assegnare alle sole
sette doppie la caratteristica ontologica della doppiezza tra male e bene,
lasciando alle dodici lettere semplici la possibilità di avere degli opposti,
solo per mancanza delle caratteristiche di cui esse stesse sono portatrici, e
non per binaria costituzione del loro “essere”.
Riportiamo il “commento”
originale, per meglio chiarire quanto detto.
“Tra le doppie e le semplici vi è una differenza, benché si trovi, a proposito
delle semplici la contrapposizione tra vista e cecità (opposti assegnati
alla lettera He – ה-) <nostra aggiunta>, e altre simili, non si tratta tuttavia di
lettere doppie ma semplici, giacché ciò che causa la cecità non è infatti una
ragione autonoma, ma la mancanza della vista. Per le lettere doppie, avviene
invece che, dopo la causa della vita (dono assegnato alla lettera Kaf - כ-) <nostra aggiunta>, sia emanata quella della morte…”[9].
Anche se non siamo riusciti a
chiarire completamente il problema sollevato da queste apparenti
contraddizioni, abbiamo ritenuto opportuno soffermarci su tale problematica al
fine di aumentare la nostra comprensione della struttura simbolica delle
lettere, che, come abbiamo visto, e vedremo ancora meglio in seguito, intrecciano
il loro ontologico significato alla formazione delle parole della lingua
parlata.
Un altro elemento d’interesse
si trova nel 47mo paragrafo del Sefer Yetzirah, quando, in riferimento alle Dodici Lettere Semplici, si parla di
dodici frontiere oblique. Queste rappresentano dodici dei “trentadue sentieri” che, come abbiamo
già introdotto, sono l’unione nell’Albero Sefirotico tra le dieci Sefiroth e le
ventidue lettere dell’alfabeto ebraico. Le dodici diagonali, o frontiere
oblique di cui si parla, sono i percorsi che le dodici lettere semplici fanno
all’interno dell’Albero, che in seguito sarà analizzato.
Prima di passare all’analisi
della struttura della “lettera” dell’alfabeto ebraico, tracciamo uno schema
riassuntivo che mostra quale sono le principali attualizzazioni delle lettere
all’interno delle tre dimensioni della creazione: Mondo, Anno, Anima.
Nella dimensione chiamata
“Mondo” (OLAM עולמ):
- I tre
elementi attivi (fuoco, aria, acqua)
- I
sette corpi visibili del sistema solare
- I
dodici segni zodiacali
Nella dimensione chiamata
“Anno” (SHANA’ שגה):
- Le tre
stagioni dell’anno (calda, fredda e temperata)
- I
sette giorni della settimana
- I
dodici mesi soli – lunari del calendario ebraico (Nisan, Iyyar, Siwan, Tammuz,
Av, Elul, Tishiri, Marheswan, Kislew, Tevet, Sevat, Adar).
Nella dimensione chiamata
“Anima” (NEFESH גפש), unione della realtà fisica, psichica e
spirituale dell’essere umano:
- Le tre
divisioni principali del corpo (testa, torace, ventre)
- Le
sette aperture del viso
- I
dodici organi del corpo (due mani, due piedi, due reni, stomaco superiore,
stomaco inferiore, milza, fegato, intestino tenue, bile) e i dodici “sensi”
(vista, udito, odorato, favella, gusto, coito, azione, movimento, ira, riso,
meditazione, sonno).
Analisi
della lettera ebraica.
Per comprendere meglio il
valore che il mondo ebraico assegna alla lettera, ci sembra cosa proficua, al
fine del nostro lavoro, analizzare un po’ più da vicino le lettere dell’Alef
Beit, anche uscendo dal percorso che ci lega, per scelta, al Sefer Yetzirah, in
cui, pure se non esposto esplicitamente, si tiene sicuramente conto di ciò che
diremo in questo spazio.
L’alfabeto ebraico porta in sé
una serie di insegnamenti profondi, racchiusi nella triade Forma, suono (in cui l’ebraismo identifica il luogo del nome) e valore numerico[10].
Per la Cabalà, le lettere
agiscono in modo sublimale sulla vista di chi le osserva o le visualizza, oltre
a suggerire particolari associazioni simboliche capaci di arricchire la sfera
d’azione spirituale e psichica delle stesse. Questo potere in Oriente è
associato a disegni o immagini chiamate Yantra
o Mandala. Quindi, ogni lettera
dell’Alef Beit è un mandala, una
forma capace di guidare l’attenzione di chi medita su di essa verso il centro
dell’Essere e della Coscienza.
Il secondo elemento, quello
del suono, racchiude in sé due
particolarità: quella del nome che la lettera possiede, e le proprietà del
suono che si sprigiona da essa.
Ad esempio, Alef significa
“insegnare”, Beth significa “casa”, Gimel significa “donare”, ecc. Questi nomi
tramandano insegnamenti di vario tipo.
Circa la proprietà del
“suono”, che dalla lettera emana, la Cabalà sostiene che questo abbia un potere
mantrico, se cantato o intonato in
particolari esercizi di meditazione.
Quindi, ogni lettera ha un
valore numerico, dall’uno al quattrocento, che, esotericamente, esprime anche
l’entità della “vibrazione” della lettera.
Tale proprietà numerica delle
lettere (e, quindi, anche delle parole e delle frasi da esse composte) permette
di identificare con precisione la loro natura e identità, diventando, così, uno
strumento insostituibile per tutta l’ermeneutica cabalistica.
Ogni lettera ha un suo valore
numerico, ma questo cambia, creando un interessante ramificazione di
significati sia nelle lettere sia nel
discorso, secondo lo schema di
riferimento a cui ci si riferisce. Evidentemente, parlare di più schemi di
riferimento numerico non comporta la separazione dei possibili significati che
scopriamo con le tecniche dell’ermeneutica cabalistica, ma la loro
stratificazione su diversi piani di lettura, sempre più profondi.
Per meglio esplicare questo
concetto, elenchiamo alcuni valori, che non esauriscono le possibilità della
stratificazione numerica delle lettere.
(segue tabella)
LETTERA VALORE somma
delle lettere che la compongono
א 1 אלפ (1–30-80) 111
ב 2 בית (2-10-400) 412
ג 3 גמל (3–40-30)
73
ד 4 דלת (4-30-400)
434
ה 5 הא (5-1) 6
ו 6 ויו (6-10-6)
22
ז 7 זינ (7-10-50)
67
ט 8 טית (8-10-400)
418
י 10 יוד (10-6-4)
20
כ 20 כפ (20-80) 100
ל 30 למד (30-40-4)
74
מ 40 מם (40-40) 80
נ 50 נונ (50-6-50)
106
ס 60 סמכ (60-20-40)
120
ע 70 עינ (70-10-50)
130
פ 80 פא (80-1)
81
צ 90 צדי (9-4-10)
104
ק 100 קופ (100-6-80)
186
ר 200 ריש (200-10-300) 510
ש 300 שינ (300-10-50)
360
La tabella sopra inserita,
come dicevamo, non esaurisce le possibili valutazioni del valore numerico delle
lettere.
Solo a titolo informativo,
possiamo sostenere che la lettera Kaph כ, che, come abbiamo riportato in tabella,
vale 20, può assumere il valore
numerico 11, perché è l’undicesima
lettera dell’Alef Beit.
E’ importante porre alla
nostra attenzione anche il “valore
figurativo composto” delle lettere singole, al fine di evidenziare che il
significato del segno, dalla parola, scivola
all’interno della lettera stessa.
Come abbiamo visto in tabella,
il valore della lettera può essere calcolato anche dalla somma dei valori
numerici delle lettere che la compongono per esteso, come ad esempio Alef א, è formata dalle lettere Alef (א), Lamed (ל), Pe (פ): אלפ.
La somma dei valori numerici
delle tre lettere che la compongono è 1
+ 30 + 80, ossia 111. Ora,
mostriamo la composizione della lettera Alef,
in quello che abbiamo chiamato il suo valore
figurativo composto.
Possiamo considerare l’Alef formata da tre parti, due Yod (י) ed una
Vav (ו). Le due Yod hanno il valore di 20,
perché il valore di una sola Yod è 10. La Vav vale 6, quindi, la somma del valore figurativo composto della Alef è 26.
Se utilizziamo questa norma di
calcolo, troviamo una profonda corrispondenza, che porta la lettera Alef ad avere lo stesso valore del Nome
Divino più importante, ossia, l’innominabile Tetragramma Divino: YHVH (יהוה), Jod – He – Vav – He, il cui valore
numerico, stando ai valori in tabella è 10+5+6+5 = 26.
Per meglio figurare questa
composizione, scomponiamo ed ingrandiamo la lettera nelle sue parti componenti.
א= ו י י
Questo, come è facilmente
intuibile, apre importanti speculazioni sulla lettera Alef, che, dai valori qui
accennati brevemente, possiede la qualità dell’unità (valore in tabella),
l’unità espressa tre volte, che rappresenta, in Cabalà, l’Unità Divina sui tre
campi dell’esistenza, (111: valore della somma delle lettere che compongono
l’Alef, come da tabella), e la qualità numerica del Tetragramma Divino.
In definitiva, le lettere
dell’alfabeto ebraico, agiscono su quella che per la Cabalà è la più importante
triade cognitiva umana: Vista (forma
della lettera, Udito (nome e suono),
Intelletto (valore numerico). In
Cabalà queste tre facoltà sono note col nome di Chokhmà (Sapienza –
Vista), Binà (Intelligenza – udito) e Da’at
(Conoscenza – Intelletto)[12].
Si tratta delle due Sefiroth
superiori (Chokhmà e Binà) dell’Albero
della Vita[13],
escludendo Keter, e la loro
unificazione per mezzo di Da’at è lo scopo che la Cabalà si prefigge.
Detto in termini più
comprensibili, per un linguaggio filosofico, possiamo tradurre il tutto in
questo modo:
Sapienza
(Chokhmà): è l’intuizione, il paradosso, il lampo della rivelazione dei piani
superiori di coscienza.
Intelligenza
(Binà):
la ragione, la logica, il pensiero verbale.
Conoscenza
(Da’at): riunisce intuizione e ragione, è la
memoria, la capacità di unire conoscente e conosciuto e, spingendoci un po’
oltre nei significati, la capacità del pensiero di influenzare in modo positivo
il flusso delle emozioni.
Il fatto che la Cabalà assegni
il senso della vista alla sapienza e l’udito all’intelligenza, può
essere spiegato perché il lampo
dell’intuizione è collegato alla Sefirà della Sapienza, Chokhmà, ed il lampo è afferrato dalla vista. Probabilmente,
la seconda Sefirà, Binà, essendo il contenitore del pensiero razionale e del
linguaggio, è associato al senso dell’udito, partendo da una concezione
originaria, pre – storica, dove non essendo ancora in essere la scrittura, si
identifica il processo razionale dell’uomo e il suo linguaggio con l’ascolto.
Tre
gruppi di Lettere
Dopo questa necessaria
divagazione, fatta per comprendere meglio la struttura dei “segni” ebraici,
nonché, i grandi significati, non espliciti, che il Sefer Yetzirah trasmette,
ritorniamo ad un’analisi più approfondita della divisione che il testo fa delle
lettere, cercando di cogliere la natura di tale frazionamento.
Il Sefer Yetzirah afferma che
le ventidue lettere dell’Alfabeto ebraico sono i mattoni basilari di tutto
l’edificio del creato. E, nello studiarle singolarmente il testo le divide,
come abbiamo già visto, in tre gruppi: tre madri, sette doppie e dodici
semplici. Cerchiamo ora di entrare in dettaglio, sempre tenendo presente che in
Cabalà, come nell’esoterismo in genere, i numeri non sono solo entità
quantitative, di valore arbitrariamente scelto, ma hanno delle qualità
particolari.
Precisiamo che, nell’analisi
dei tre gruppi di lettere, metteremo più in risalto il lato antropologico che
le lettere rappresentano, senza volere, con ciò, prevaricare il parallelismo
tra macrocosmo (mondo) e microcosmo (uomo) che c’è nel Sefer Yetzirah, pensando
che questo possa essere di maggiore chiarezza espositiva.
Tre
Madri
Evidentemente, la Cabalà è una
“Via” iniziatica che nasce da una religione, quindi, al di là degli
insegnamenti laici che si possono senz’altro ricevere, si utilizzano, come
metafore principali, immagini religiose, traducibili, molte volte, e non a
caso, in oggetti antropologici.
Osserviamo che la divisione in tre proviene dal
luogo più inaccessibile della Mente Divina, chiamata Radla ( l’Estremità Inconoscibile),
dove risiede una potenza al di là della logica umana. Questa parte della
Divinità, proprio perché inafferrabile da ogni “forma” umana, può essere
avvicinata solo tramite l’Emunà Peshutà,
fede pura e semplice[14].
Il numero tre è presente in
una delle divisioni fondamentali della Cabalà:
Orot
– Luci
Shvarim
– Frammenti
Kelim
– Recipienti.
Le
luci rappresentano le forze vitali e la consapevolezza originaria. I recipienti
sono gli strumenti che permettono la ricezione delle forze vitali. I frammenti
sono pezzi della consapevolezza originaria che hanno perso il contatto con l’unità
di fondo di tutto il creato (conseguenza diretta dell’Unità di Dio)[15].
Traducendo
questi concetti in una struttura umana, possiamo produrre questo schema,
affiancando ad esso le tre lettere madri,
מאש, e gli elementi che il Sefer Yetzirah assegna ad esse, Fuoco, Aria, Terra.
ש (Shin) Testa Fuoco Luci
א (Alef) Cuore (Tronco) Aria Frammenti
מ (Mem) ventre Acqua Recipienti.
Analizziamo
ora le tre lettere separatamente.
ש (Shin)
Secondo
il Sefer Yetzirah la Shin governa la testa umana. E’, infatti, la lettera
incisa sui filatteri del capo che
l’Ebreo religioso usa durante la preghiera del mattino.
A
testimonianza della necessità che l’energia della lettera si trovi in ogni
parte del corpo, i filatteri vengono anche legati intorno a tre dita delle
mani, proprio per riprodurre la sua figura a tridente.
Le tre punte della Shin rappresentano le tre
parti del cervello dedicate, a destra, alla parte intuitiva, a sinistra, a
quella logica e, al centro, alla sede del sentimento. Il punto in basso
rappresenta la conoscenza unificatrice che corrisponde al ruolo della Sefirà
Da’at (l’undicesima delle Sefiroth che abbiamo chiamato “virtuale”).
Le tre
linee della Shin rappresentano anche tre lingue di fuoco, alimentate dallo
stesso ceppo, e, da ciò, gli insegnamenti cabalistici sulla Shin trasmettono
che la triade si appoggia su di una fondamentale esperienza
di unità.
Dando
un’ulteriore lettura possiamo sostenere che, nel suo punto più alto, la Shin
allude alle tre estremità di Keter
(la prima Sefirà), e questo racchiude uno dei segreti più importanti della
Cabalà. La prima in alto è l’Estremità
Inconoscibile, luogo inaccessibile
alla mente umana, dove giacciono le risposte alle domande umane. Poi viene l’Estremità del Nulla, sede del piacere
estatico. Infine, troviamo l’Estremità
Infinitamente Lunga, che unisce Keter al resto dell’Albero Sefirotico.
Nella
Cabalà anche l’aspetto fonico della Shin porta il suo significato. Esso
rappresenta il sibilo prodotto dalla combustione del fuoco (anche la sua forma,
infatti, ricorda quella di tre lingue di fuoco).
א (Alef)
Questa
lettera è posta in un punto medio tra la Shin,
che, come abbiamo visto, rappresenta la parte alta dell’uomo, legata alle
facoltà mentali, al fuoco come motore di volontà e di conoscenza, e la Mem, che è posta sul lato basso
dell’uomo corrispondente al ventre.
Anche
la sua forma, costituita da due Yod
ed una Vav centrale, spiega il motivo
della posizione di mediatrice.
Infatti
il punto in alto rappresenta quella che la Cabalà chiama Acque Superiori, che nel nostro caso possiamo tradurre come
l’energia generata dalla lettera Shin, ossia, dalle parti più alte e sublimi
dell’essere umano.
Il
punto in basso simboleggia invece le Acque
Inferiori, le quali, come vedremo, per la lettera Mem, sono l’insieme dell’emotività umana, affettiva ed istintiva.
La
linea centrale dell’Alef , disegnata
dalla lettera Vav, è il punto di
passaggio tra questi due stati, superiore e inferiore. Possiamo affermare che
questo punto, che nell’Alef è una Vav, individui il ruolo dell’Alef stessa come
punto medio tra Shin e Mem.
E’
importante notare che, attraverso questo percorso, il Sefer Yetzirah diviene un
manuale iniziatico per rigenerare l’essere umano in modo equilibrato, partendo
da una disarmonia di base, descritta dalla metafora della caduta da uno stato primordiale adamitico.
Fondamentalmente,
il messaggio veicolato dalla raffigurazione della lettera Alef, così come il
Sefer Yetzirah descrive, è quello di dichiarare la necessità che le parti
emotive ed istintive, con tutti i loro moti caotici, si fondino con la
consapevolezza superiore, sede delle migliori qualità umane, come intuizione,
ragione, sentimento.[16]
Per
accennare i motivi che hanno associato la lettera Alef all’aria, possiamo
affermare che questa, spiega la tradizione, foneticamente è un soffio appena
percettibile, come quello emesso un istante prima di iniziare a parlare. E’,
inoltre, posta nel corpo umano al centro, sul tronco, zona dell’aria, dei
polmoni. Ma è anche zona del cuore, quindi del sangue, e, se vogliamo spingerci
con le analogie, il sangue è il liquido che porta l’aria sotto forma di ossigeno in tutto il corpo. Sappiamo che ogni
tecnica che si pone il fine di aumentare l’equilibrio dell’essere umano, di cui
la meditazione è una forma molto avanzata, necessita, come elemento primario,
dell’aria, della respirazione.
L’Alef,
come lettera legata all’elemento Aria, è in grado di trasmettere anche questa
conoscenza.
מ ם (Mem)
La
lettera Mem che, abbiamo visto, descrive gli stati inferiori dell’uomo e raccoglie, come recipiente (Mem), i frammenti
(Alef) delle luci (Shin) delle
acque superiori, racchiude in sé un interessante simbolismo, legato alla sua
doppia grafia, a seconda se si presenti all’inizio e al centro della parola (Mem
aperta: מ) o alla fine (Mem chiusa: ם).
La
doppia grafia della Mem, rappresenta i due stati dell’acqua (elemento a lei
assegnato dal Sefer Yetzirah): quella proveniente da una “fontana aperta” (מ), cioè una sorgente d’acqua posta in superficie, e da una “fontana chiusa” (ם),
cioè le acque nascoste nel profondo della terra. Quindi, nella tradizione
cabalistica, è fondamentale ricordare che le due Mem simboleggiano le due parti
dell’anima: quella che si incarna, scorrendo dall’alto, divenendo uomo, e
quella che rimane legata ai mondi divini.
Inoltre,
abbiamo un importante spiegazione della lettera Mem, come del resto di ogni
altra lettera dell’Alef Beit, presa dal Sefer Ha Bahir[17].
Questo testo, per nulla contrastando il Sefer Yetzirah sui significati
esoterici attribuiti alla Mem e alle sua simbologia legata all’acqua e al
concetto di recipiente, sostiene che abbia la forma del ventre femminile: aperto e chiuso. Riportiamo i passi del “Bahir”
legati a questa spiegazione.
“… Cosa significa dunque la Mem aperta? Che contiene
il maschile e il femminile. E cosa significa la Mem chiusa? E’
chiusa come un ventre visto dall’alto. Ma Rabbi Rehuma’y aveva detto che il
ventre è come la Teth.
Quello che ha detto è relativo alla forma
vista da dentro; io ho parlato della forma vista da fuori.”[18]
“Cosa significa Mem? Non leggere Mem, ma mayim
(acqua). Come l’acqua è umida , così il ventre è sempre umido. E perché la Mem
aperta è composta di maschio e di femmina mentre la Mem chiusa è solo maschio?
Per insegnarti che il fondamento di Mem è il principio maschile e che
l’apertura è aggiunta per il principio femminile. Come il maschio non può
generare che con quella apertura; e come la femmina genera attraverso
l’apertura, così fanno la Mem aperta e quella chiusa.”[19]
Da
questi due piccoli passaggi, al di là della complessa analisi che si potrebbe
fare circa i significati esoterici, vediamo come la lettera, nella sua
doppiezza, espliciti la laconica spiegazione del Sefer Yetzirah.
Cogliamo
la sua posizione bassa, nel corpo umano, nonostante tutto ciò che questo
comporta. Troviamo il legame con l’elemento Acqua, e come questo trovi il suo
significato nella parola che esprime l’acqua
stessa. La parola MAYIM, infatti, in
ebraico si scrive מים. Come possiamo vedere, quindi, la parola Acqua, che abbiamo visto essere
assegnata, dal “Sefer Yetzirah” alla Mem, è formata dalla lettera nelle due sue
figure.
In
essa, dimora la forza sessuale, l’energia generativa dell’individuo, e, come
abbiamo visto nel “Bahir”, si allude alla generazione e, per il “feto”, l’utero
è il contenitore dell’acqua in cui è attualizzato[20].
Sempre
legato al concetto di acqua e alla sua possibilità di diventare un elemento
purificatore, al fine di ricongiungersi con le Acque Superiori, possiamo
fare alcune speculazioni che riguardano il valore numerico della lettera, che è
40.
Nella
tradizione ebraica 40 è il numero minimo di Sea
(unità di volume) di acqua che un Mikve
(vasca per immersioni purificatorie) deve contenere.
Quaranta
sono i giorni del diluvio universale. Quaranta sono i giorni tipici di attesa e
preparazione: come i quaranta giorni che Mosè passò sul Sinai per ricevere la
Torà, o i quaranta giorni che precedono la “Festa dell’Espiazione”, o i
quarant’anni che Israele dovette trascorrere nel deserto.
Nell’esoterismo
legato alla Cabalà, si tratta di un periodo necessario per soggiogare le forze
selvagge dell’immaginazione negativa e degli istinti animali. Tali forze
dell'istinto, come abbiamo visto, provengono dal ventre (la Mem come ventre).
Nella simbologia del deserto, tali forze, erano rappresentate dai serpenti e
dagli scorpioni, (Osserviamo che, infatti, lo scorpione, astrologicamente, è un
segno d’acqua, ma, propriamente , di acqua paludosa).
Per
concludere l’analisi della lettera Mem, (se protratta oltre nelle sue complesse
articolazioni, come accadrebbe del resto per il simbolismo espresso da ogni
lettera, diverrebbe un compito
sproporzionato per questo spazio), proponiamo qualche personale comparazione
sulla qualità numerica della lettera. Le corrispondenze che esporremo,
sottolineano il luogo antropologico che il Sefer Yetzirah assegna alla Mem,
quello del basso ventre, con alcune delle particolarità che questo ha, in buona
parte accennate sopra.
Come
abbiamo visto il valore numerico della lettera è 40. Con lo stesso valore
numerico troviamo, rimarcando il significato di “generazione” che abbiamo
attribuito alla Mem, una parola CHEVEL (תבל) 8-2-30, che significa “dolori del parto.
La
lettera Mem è, inoltre, la tredicesima lettera dell’alfabeto ebraico. Con questo
valore numerico troviamo due parole, AHAVAH, (אהבה)
1-5-2-5, ed AGUDAH, (אגדה)
1-3-4-5, che rispettivamente significano Amore, Unione.
Ora,
se prendiamo la lettera Mem espressa per intero, ossia, sommando il valore di
tutte le lettere che la compongono, troviamo che essa è composta dalle due
raffigurazioni della Mem, una aperta ed una chiusa (מם). Raddoppiando, quindi, il 40, valore di
una singola Mem, otteniamo 80. Se controlliamo alcune delle parole che questo
numero identifica, incontriamo la parola YESOD (יסוד)
10-60-6-4. Questa parola traduce, il termine “fondamento” e, come ben
sappiamo è il nome di una delle dieci Sefirot dell’Albero della Vita, o Albero
sefirotico. Questa Sefirà riguarda molto il simbolismo applicato alla Mem[21],
infatti, essa è il luogo dove si concentrano le emozioni, le attrazioni
emotive. La sua locazione nel corpo fisico è nella zona degli organi sessuali;
controlla, quindi, la vita sessuale.
E’
evidente, alla luce di quanto detto, la corrispondenza tra Yesod e l’attività
che la lettera Mem ha, legata all’acqua e alla generazione (vedi anche “dolori
del parto” CHEVEL), ed è indicativo il riferimento al numero 13, che sembra
disporre le norme dell’atto sessuale, che deve essere fatto con amore, nella
reale unione di maschile e femminile.
Sette doppie
La
Cabalà spiega quale sia la provenienza della divisione in “sette”.
Se il ternario, come abbiamo visto
introducendo le Tre Madri, nasceva
dalla parte Divina più inaccessibile, il settenario
viene generato da un luogo del Creatore, che ha una esplicita analogia umana.
La divisione in sette proviene dalla parte centrale della Coscienza o Mente
Divina, che in Cabalà si chiama Gulgalta
o “CRANIO”.
Essa è
la sede del Ta’anug o “Beatitudine Infinita”, e rappresenta il piacere
beatifico che ha motivato Dio nel creare il mondo.
Il
Sefer Yetzirah ci informa delle molteplici corrispondenze che si generano dallo
stadio del settenario. Abbiamo già avuto occasione di elencare brevemente quale
sia lo scenario che si apre, quando ci accingiamo ad analizzare la valenza di
questa divisione. Sarebbe troppo complesso, in questa sede, anche se certamente
interessante, approfondire i significati degli “oggetti” descritti dal testo,
in questo spazio dedicato al numero sette.
Diciamo,
però, che sotto la codificata scrittura esoterica del Sefer Yetzirah, il quale
spazia tra sette pianeti, giorni della settimana, porte dell’anima, e poi
ancora, sette cieli, sette terre, si nascondono informazioni che possono essere
riferite sempre all’essere umano. Si parla di stati costitutivi dell’uomo, a
livello psicofisico, intellettuale e, evidentemente, spirituale.
In
questo contesto, ad esempio, Giove
diviene il simbolo della giustizia, I Sette
Palazzi[22] descrivono, con
modi operativi, i sette centri di consapevolezza[23] rappresentati
dalle sette doppie, le sette porte dell’anima, che vengono
identificate dalle sette aperture del viso (due occhi, due orecchie, due narici
e la bocca), hanno una stretta corrispondenza con la lettera a cui sono
associate, e, quindi, ai centri, al pianeta, al giorno della settimana e all’uomo che è il soggetto principale di
tutte queste analogie.
Senza entrare nel significato
particolare delle singole lettere, accenniamo ai valori generali che le Sette doppie vogliono trasmettere.
Esse sono chiamate “doppie”
poiché nella lingua ebraica possiedono due modi diversi di venire pronunciate:
uno forte ed uno debole.
Nasce, proprio da questa loro
particolarità, un profondo significato cabalistico, già accennato sopra. Ai
“doni” associati ad esse, così come afferma il Sefer Yetzirah (Vita, Pace, Sapienza, Ricchezza , Fertilità,
Grazia, Sovranità) corrispondono sette “Temurot” o “Opposti” (Morte, Guerra[24],
Stoltezza, Povertà, Sterilità, Bruttezza, Servitù).
Ciò equivale alla situazione
in cui i centri di coscienza, o “centri di consapevolezza, come li abbiamo
sopra chiamati, sono chiusi o funzionano male[25].
Con un curioso rapporto di
ghematrie[26], troviamo che la somma
dei valori delle Sette Doppie è 709 (2+3+4+20+80+200+400 = 709). Questo
valore è identico alla frase “Ein mazal
le Israel” (“Non c’è segno zodiacale per Israele”), che cabalisticamente
significa: “Non c’è fato zodiacale per chi risveglia in pieno la consapevolezza
del capo”. E’ evidente l’allusione alle nostre sette doppie ed ai centri di
coscienza di cui parlavamo, che, come abbiamo appena visto, sono
simbolizzati dalle sette “aperture” del
viso e generati dal “Cranio” di Dio.
Questo, al di là di ogni
giudizio critico sull’aspetto esoterico legato all’astrologia, ci informa del
significato di reintegrazione che
l’uomo può fare, attraverso il risveglio, superando le “strutture” che lo
limitano dal momento della “caduta”.[27]
Dodici
semplici
La divisione in dodici ha
origine nella parte inferiore della Mente Divina, chiamata l’Estremità Infinitamente Lunga (Arikh Anpin), in quanto è la parte di
Dio che attraversa il creato in tutta la sua estensione. L’esperienza che
corrisponde a tale parte è il Ratzon o “Volere”. Questa è la parte dedicata
alla creazione del mondo e a generare l’energia atta a rispondere e a
soddisfare i bisogni più contingenti.
Pur essendo un livello ancora
infinitamente alto, esso ha un semplice ruolo di “recipiente” o di “esecutore”
nei confronti dei due gradini precedenti associati alle Tre Madri e alle Sette Doppie
(nate dall’Estremità inconoscibile ed
il Cranio).
Quindi le Dodici Lettere Semplici, sempre rimanendo ad una spiegazione
antropologica dei loro significati, descrivono le caratteristiche più
“concrete” “grossolane” e “materiali” dell’essere umano[28].
Il Sefer Yetzirah, assegna a
queste lettere vari oggetti nei diversi piani della creazione. Anche in questo
caso, senza entrare in merito con le particolari concezioni di astrologia,
“Costellazioni”[29] e “Mesi” vanno messi in
stretta corrispondenza simbolica con gli oggetti umani che più esplicitamente
sono trattati nel testo, come “Organi” e “Sensi”.
Il fondamento principale, a
questo livello dell’esistenza, che le Dodici
Semplici vogliono trasmettere, sono i “dodici sensi” (Vista, Udito,
Odorato, Favella, Nutrizione, Copula, Azione, Andatura, Rabbia, Riso,
Meditazione, Sonno). Le successive relazioni hanno un legame diretto e non
autonomo con questi e, quindi, con la simbologia che la lettera trasmette.
Per meglio chiarire quanto
detto, parlare di organi significa parlare di un simbolo che descrive il
fondamento di qualcosa che si trova sul piano della “possibilità” umana, e non
certo su quello materiale ed organico, anche se non si può negare, nel contesto
cabalistico, una reale corrispondenza tra il piano fisico (organico) e quello
superiore.
Il motivo che giustifica
l’utilizzo del simbolismo in questo modo va ricercato nella metafora stessa
della creazione.
Nel Giardino dell’Eden,
infatti, il corpo di Adamo era eterno e luminoso, ma, dopo il “peccato originale”,
si rivestì di un corpo che offusca la stretta corrispondenza che Adamo aveva
con il Divino.
Quindi il Sefer Yetzirah
chiama le parti dell’anima o, con un linguaggio più laico, le possibilità che
l’uomo ha, che passano anche attraverso il piano psicofisico dei sensi, col nome di determinati organi
del corpo.
Ci sembra interessante citare
un passo dal “Commento al Libro della Formazione” di Yishaq il Cieco, che
spiega con un linguaggio medievale, quanto abbiamo cercato di mostrare.
“Penso che il fondamento delle lettere semplici sia uno, e che
una sola cosa le governi. Non dice infatti - il loro fondamento -
riferendosi agli organi che governano[30], ma agli effetti che
corrispondono alle lettere semplici. Il fondamento delle semplici è infatti
nella testa, ma nessuno degli organi che governano è nella testa, e ciò che
assomiglia loro resta al di sotto. Perciò, quando elenca (Il Sefer Yetzirah)
<nostra aggiunta> i dodici organi di governo dell’anima, non risale al
principio delle cose, ma elenca ciò che le simboleggia. Fondamento delle
lettere semplici sono invece vista, udito, ecc.: i sensi dai quali l’uomo viene
governato. Dodici in corrispondenza dei dodici organi che governano… Si
diffondono in tutto il corpo, giacché non si può andare se non con essi”[31].
Mi sembra di poter
sottolineare l’importanza di questa citazione, sempre considerando la posizione
di spicco che il suo autore ha nella storia della Cabalà.
Comprendiamo, infatti, quale
sia il vero riferimento simbolico delle lettere, che viene chiamato,
addirittura, il loro fondamento[32],ovvero, la
struttura sensoriale dell’uomo,
allargata a dodici sensi anziché cinque.
Inoltre, ci sembra che il
commentatore voglia sostenere che la possibilità della reintegrazione, trattata
nel paragrafo delle sette doppie, non
possa superare le condizioni imposte dalla facoltà della nostra natura umana[33].
[1] “Sefer Yetzirah”, XVIII
paragrafo, da “Mistica Ebraica”. Pag.
37. Testo già citato.
[2] Yishaq ben Avraham il
Cieco è una delle figure più autorevoli della storia della mistica ebraica. Fu
attivo nella Francia meridionale tra il XII ed il XIII secolo. Ebbe una nutrita
schiera di seguaci, e dominò con il suo insegnamento gli esordi del pensiero
cabalistico. Il brano citato è un scritto titolato: “ Commento al libro della
formazione”.
[3] Commento al “Libro della formazione”, (Sefer Yetzirah),
pag. 233 da “Mistica Ebraica”: testo già citato.
[4] “Sefer Yetzirah” pag.
38, da “Mistica Ebraica”: testo già citato.
[5] Umberto Eco
nell’interessante saggio: “La ricerca della lingua perfetta” (Editori Laterza
1999), a pag. 35, riporta una serie di frasi, tra cui il passo che si riferisce
alla moltiplicazione delle lettere con le Sefiroth. Non sappiamo quale sia la
traduzione di riferimento di Eco, questa, però, risulta errata in un punto
fondamentale. Essa recita: “Come le combinò e le permutò? Alef con tutti gli
Alef, Bet con tutti i Bet…”. Come è evidente, il moltiplicare ogni lettera non
con “tutte” , ma con se stessa, modificherebbe l’aspetto da noi evidenziato e
suggerito dal commento di Yishaq il Cieco.
[6] “Commento al Libro
della Formazione”, pag. 233 / 234. Da “Mistica Ebraica”: testo già citato.
[7] “Commento al Libro
della Formazione”. Pag. 230. Da “Mistica Ebraica”: testo già citato.
[8] “Cabalà e mistica
giudaica” pag. 77. Alfonso M. Di Nola.
Testo già citato.
[9] “Commento al libro
della formazione” IV capitolo, pag. 236. Da “Mistica Ebraica”: testo già
citato.
[10] Alcune affermazioni che
verranno fatte in questa parte della trattazioni, circa le possibilità della
meditazione attraverso le lettere ebraiche, verranno elaborate nel
paragrafo “Il Sefer Yetzirah e la
meditazione: Abulafia”.
[11] Nella tabella mancano
alcuni simboli delle lettere che, quando in finale di parola o maiuscole,
cambiano la loro forma e, spesso, anche il valore numerico. Riportiamo, ad
esempio, la lettera Mem (מ)
la quale, quando scritta in finale di parola, prende la forma chiusa: ם,
mantenendo, nel suo caso, lo stesso valore di quella aperta.
[12] Da’at è l’undicesima Sefirà dell’Albero della vita, detto anche
Albero Sefirotico. Questa è nascosta e non rientra, quindi, nelle dieci
Sefiroth esplicitate. La si può intendere una Sefirà virtuale, il cui scopo è
quello di riunificare le due Sefiroth superiori: Chokhmà e Binà ( l’intuizione
e la ragione).
[13] E’ riportato, in
appendice, lo schema dell’albero della
vita con i relativi 32 sentieri tracciati
e le 22 lettere sistemate sul
sentiero di loro pertinenza.
[14] Come già sottolineato
nel testo, riteniamo che ogni immagine religiosa possa in un ambito laico di
ricerca essere tradotta, anche se, a volte, con analogie arbitrarie, in
termini antropologici. In un ambito
particolare, di filosofia del linguaggio, potremmo dire che la parte
inconoscibile della divinità sia il luogo del linguaggio che non rientra nelle
strutture “pubbliche” del parlare, quella parte di noi stessi che contribuisce
a dare senso a ciò che diciamo, ma, incomprensibile razionalmente, non può
essere comunicata agli altri, ossia, ciò che non può rientrare nelle strutture
formali della langue, nelle sue
possibilità di veicolare senso, a causa dell’incapacità di quest’ultima di vestire le profondità della sostanza umana.
[15] La divisione in tre che
abbiamo visto, nata dalla parte inconoscibile di Dio può ancora essere un’analogia per il processo
di ciò che abbiamo, personalmente, riconosciuto essere lo status della
possibilità umana di comunicare. Infatti le luci,
viste cabalisticamente come consapevolezza originaria, possono rappresentare la
sostanza interiore del nostro essere. I recipienti
diventerebbero la forma linguistica ed i frammenti
ciò che può essere comunicato attraverso l’insufficiente forma linguistica.
[16] Ci sembra di
individuare una differenza di fondo tra il concetto Freudiano di Super Io e i principi cabalistici
espressi. Infatti, Freud concepisce il nascere del Super Io come l’elemento fondamentale
per la costruzione della civiltà. Questo, però, come Freud dichiara, agisce in
maniera coatta, producendo lo schiacciamento dell’Io tra Es e Super IO stesso, causa delle molte
contraddizioni umane. Il percorso cabalistico, si presenta in opposizione a
quanto Freud sostiene. Nella Cabalà l’unione delle Acque Superiori con le Acque
Inferiori, avviene con armonia, senza alcuna imposizione nei processi
dell’autocoscienza. Attraverso questo percorso, quindi, si rende possibile la
nascita della civiltà, senza castrare l’individuo nella sua individualità.
Spingendoci ulteriormente avanti in questa personale analisi, forse, i
meccanismi descritti da Freud fanno parte di un percorso genetico (non sappiamo
da dove provenga), che ad un certo punto
della storia umana si è innescato, (la scienza al giorno d’oggi può dirci ben
poco), e ha permesso l’inizio del percorso etico dell’uomo. Il viaggio
iniziatico descritto dalla Cabalà e da ogni fonte esoterica, in questo senso,
parla di un processo successivo che l’uomo può fare, che va però provocato,
stimolato, e, forse, proprio questo è il
senso del concetto di trasmutazione alchemica, da metalli impuri a metalli
puri.
[17] Ci sembra importante
utilizzare, come ulteriore spiegazione del senso profondo delle lettere nel
Sefer Yetzirah, un testo così importante come il Sefer Ha-Bahir (Il Libro del
Fulgore). Questo è un testo significativo della letteratura cabalistica ed un
passo fondamentale nella formazione delle dottrine cabalistiche così come sono
note. La sua datazione si può individuare tra il 1150 ed il 1200, in ambienti
provenzali.
[18] “Sefer Ha-Bahir” 84mo paragrafo pag.71. Introduzione ,
traduzione e note di Giuseppe M. Vatri. Ed. Brenner , Cosenza 2001.
[19] 85mo paragrafo pag.72,
testo già citato.
[20] La parola EM (madre) possiede la Mem come suono
fondamentale. Possiamo quindi dire che, in generale, ma non solo, la Mem
rappresenta la capacità materna dell’essere umano e della natura.
[21] Nei trentadue sentieri, che in seguito
analizzeremo, la Mem è posta nella
linea orizzontale appena sopra alla Sefirà Yesod.
Infatti, riportando il tutto in una figura umana, come abbiamo detto, la Mem
simbolizza il basso ventre e la Yesod, appena sotto, i genitali.
[22] I Sette Palazzi, dei quali parla il Trattato delle “Hekhalot”, non sono riferiti dal Sefer
Yetzirah, ma hanno uno stretto rapporto con le sette doppie.
[23] I Sette Centri di consapevolezza, descritti dalle “sette doppie”, con
alcune differenze possono essere paragonati ai sette Chakra della tradizione orientale.
[24] Gli opposti “Pace – guerra” possono essere tradotti in
maniera più propria dalla coppia “ Bene – Male”.
[25] Il funzionamento dei Sette Centri è legato alla concezione
che la Cabalà ha della realtà. Questa, infatti, sostiene che tutta la creazione
sia costituita da molteplici strati, che si estendono a partire da quelli
spirituali, sottili, fino ad arrivare a quelli più grossolani, spessi,
materiali. Essendo lo stesso uomo, composto da questi strati, come il Sefer
Yetzirah cerca di dire, sostenendo il parallelismo tra Macrocosmo e Microcosmo,
ossia, fra Mondo e Uomo, il buon funzionamento dei sette centri di coscienza corrisponde all’avere “Sette Aperture”,
attive, che permettano il passaggio delle energie da un piano all’altro. Da
ciò, si spiega anche il termine usato dagli orientali per definire questi
“centri”: Chakra. Questa parola, infatti, si può tradurre con il termine
“Ruota”, e questo nome potrebbe derivare dal fatto che potendoli osservare
assomiglierebbero a dei mulinelli vorticosi, formati dai flussi
energetici.
[26] Tecnica ermeneutica
della Cabalà, che tratteremo in un
paragrafo successivo.
[27] Una buona analogia del
concetto di “caduta”, al di là delle successive speculazioni circa la
possibilità di reintegrazione umana ad uno stato originario, può essere trovato nell’idea di “gettatezza”
Heidggeriana.
[28] Questi termini non
vanno intesi come funzioni negative, ma specificano solo il piano che si sta
descrivendo. Vedi nota 38.
[29] “Segni Astrologici”.
[30] Nel paragrafo 48 del
Sefer Yetzirah (testo già citato), troviamo “Dodici semplici,…, le scolpì, le
combinò, le forgiò, le soppesò, le convertì, con esse formò le costellazioni, i
mesi, gli organi che governano”.
[31] “Commento al Libro
della Formazione”. Pag. 240, da “Mistica Ebraica”: testo già citato.
[32] Per fondamento intendiamo il significato del loro simbolismo.
[33] Il Commento sopra
citato di Yishaq il Cieco dice: “… giacché non si può andare se non con essi (i
sensi) <nostra aggiunta>”.
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