CONCLUSIONI
Nel Sefer Yetzirà abbiamo
osservato la convivenza di due piani fondamentali della Cabalà, quello estatico
e quello speculativo, che si chiariscono meglio se ci riferiamo alle due opere
fondamentali, di cui abbiamo più volte parlato in questo lavoro: l’Opera del Carro e l’Opera della Creazione.
Da questi due sistemi
osserviamo la nascita di una struttura a rete che parte dall’impianto
ermeneutico, che possiamo associare ad un aspetto razionale, fino a raggiungere
la parte più intima dell’uomo, attraverso gli aspetti meditativi ed estatici,
circoscritta al luogo della coscienza.
In tutto questo percorso si
sviluppa ed agisce un sistema che si autoalimenta e si giustifica internamente,
che non lascia spazio ad alcuna “arbitrarietà
del segno”, che si presenterebbe come un “virus telematico”, all’interno
del sistema stesso.
Se, ad esempio, la lettera Alef non fosse più essa stessa, con i
propri valori numerici e le sue forme, se quindi il suo piano dell’espressione
non fosse legato necessariamente ai contenuti, anche basandoci semplicemente
sulle poche notizie elencate in questo lavoro, accadrebbe qualcosa di
devastante all’interno del sistema, che coinvolgerebbe Dio stesso, il suo Nome,
ed il significato intrinseco e “necessario”[1] di
un’intera cultura. Lo stesso problema si presenterebbe qualora qualsiasi altro
“segno” di questa “lingua Sacra” potesse modificare arbitrariamente il suo “interno legame semiotico”.
Nell’introduzione a questo
lavoro ci siamo posti il problema di quanto sia presente la necessità simbolica
all’interno della lingua ebraica moderna, quindi, apparentemente non più
“sacra”. Possiamo considerare, a risposta di ciò, la cristallizzazione del
“segno” linguistico nell’ebraico, che non ha avuto modifiche sostanziali dai
tempi Biblici. Qualsiasi termine che la modernità produce è codificato o
traslitterato da lingue straniere in maniera sistematica, senza lasciare spazio
alla libertà linguistica che agisce nella “parole”.
Senza poter fare, in questa
sede, una seria indagine statistica per analizzare quanto sia presente, anche
inconsciamente, la rigida struttura del “sacro
sistema” nella popolazione attuale, possiamo accettare, anche solo come
prima ipotesi di lavoro, il fatto che i parlanti vivano con semplicità il
rigido impianto che la loro struttura linguistica impone.
La struttura linguistica della
lingua ebraica sembra quindi non presentare arbitrarietà, sia nel suo stato di
“sacralità”, sia nel quotidiano dei “parlanti”.
Possiamo certo dire, come
obiezioni a quanto affermato, che il tutto può essere spiegato in termini
storico – culturali.
La struttura cabalistica è
evidentemente frutto di una retorica molto radicata e rigida, che ha generato
il sistema e ha permesso che esso stesso si auto generasse attraverso i secoli.
E’ lecito fare un’analogia
psicoanalitica. Oggi ci troviamo di fronte ad un sistema semiotico fortemente
strutturato e complesso che, come un individuo adulto, ha ormai costituito una
sua architettura. Quest’ultima, in termini psicoanalitici, fornisce gli
elementi per vivere in maniera apparentemente stabile, poggiandosi su “rimozioni” assopite e governate
all’interno della struttura stessa, la quale, prodotta inconsciamente
dall’individuo “sano”, si presenta funzionale, efficiente, e non mostra i
processi diacronici che hanno prodotto l’architettura attuale.
Allo stesso modo, la semiotica
che organizza la cosiddetta “lingua sacra”, si presenta in tutta la sua
sistematica “necessità”, e non lascia vedere la retorica che ha permesso la sua
formazione nei millenni, attraverso più generazioni, le quali, se pur hanno
costruito diverse interpretazioni e scuole, si sono sempre richiamate agli
elementi basilari che il sistema stesso permetteva strutturalmente.
Detto ciò, si evidenzia il
nostro scopo iniziale, che non era quello di minare all’origine il concetto di
“arbitrarietà del segno”, ma di
affermare che la “lingua sacra”, in particolare ebraica, si mostra, attraverso
l’analisi che abbiamo sintetizzato in questo lavoro, come un sistema “non arbitrario - chiuso“. E la “necessità” nasce dal fatto che la sua
mancanza causerebbe la morte del sistema stesso. Scomparirebbe in un attimo
questa “lingua sacra”, la Cabalà, i Testi Sacri, l’ebraico moderno, almeno così
come lo conosciamo, ed in breve, crollerebbe ogni forma iniziatica che nasca,
nella didattica e nella sua pratica, dalla Cabalà.
Abbiamo appositamente
tralasciato di analizzare un importante tema che è legato alla Cabalà, ossia,
la magia o, nei suoi movimenti più alti, teurgia.
Quest’aspetto giustificherebbe
un legame “non arbitrario”, nei simboli - segni della lingua ebraica, che non
sarebbe giustificato solamente dalla necessità intrinseca di un sistema chiuso
che si auto giustifica, così come abbiamo definito il sistema cabalistico, ma
troverebbe il suo sostegno in qualcosa di esterno, dove il “segno”
dimostrerebbe la sua “necessità” semiotica essendo un elemento concreto di
azione, ovvero, di comunicazioni fra diversi piani della realtà.
Nel corso di questo lavoro
abbiamo sottolineato che una vera ricerca non dovrebbe essere ostacolata da
nessuna forma di preconcetto e, nello specifico, superando ciò che la storia
degli ultimi duecento anni ha affermato, ossia, l’arbitraria esclusione dal
campo della ricerca del “piano magico”[2], si
potrebbe forse ottenere, attraverso una “soggettiva
condivisione” dei fatti analizzati,
una visione diversa della cose e, in questo caso, del linguaggio.
Questo, però, non rientra
nelle nostre possibilità, quindi, ci accontentiamo di costatare, almeno per
quello che il nostro intelletto ci ha permesso, che la “lingua sacra” analizzata è un “sistema
chiuso” in cui non ci sembra ci sia molto spazio per il concetto di “arbitrarietà del segno”.
[1] Ci riferiamo al legame
di necessità che nasce tra l’individuo e la cultura in cui vive, quando la
produzione simbolica di quest’ultima diventa elemento fondante la coscienza
collettiva.
[2] Per “piano
magico”, ammesso che si possa prendere in considerazione, non intendiamo
l’ingenua visione che la modernità ha prodotto di esso, ma quei campi, insondabili
scientificamente, che riguardano le profonde, e non quotidiane, possibilità
umane.
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