martedì 22 novembre 2016

8 parte “SEFER YETZIRAH” Uno studio sui confini tra lingua sacra ed arbitrarietà



LA REGOLA DELLE PIETRE E DELLE CASE


Il passo del Sefer Yetzirah che ora citeremo, che abbiamo intitolato “La regola delle pietre e delle case”, si mostra, al di là della sua apparente semplicità, in tono col resto del libro, alquanto complesso e di difficile interpretazione.

“(Riferendosi alle sette lettere doppie)<nostra aggiunta> Come le combinò? Due pietre edificano due case. Tre pietre sei case. Quattro, ventiquattro case. Cinque, centoventi case. Sei edificano settecentoventi case. Sette edificano cinquemila e quaranta case. Di qui in poi procedi a calcolare quel che la bocca non può pronunciare, l’occhio non può vedere né l’orecchio ascoltare.”[1]

La letteratura che tenti di mostrare a fondo il significato di questo piccolo passo, per quelli che sono stati i nostri limiti di ricerca, è alquanto inesistente o, quando presente, decisamente superficiale.
Proveremo, come spesso abbiamo fatto all’interno di questo lavoro, pur mantenendoci nella forma ermeneutica della Cabalà, ad ipotizzare alcune possibili spiegazioni.
Prima di fare ciò, ci sembra interessante ed utile, nonché, molto significativo, anche tenendo conto dello scopo principale, filosofico – linguistico, della nostra ricerca, riportare l’interpretazione che sostiene anche U. Eco, nel suo saggio “La ricerca della lingua perfetta”. Questi individua nel nostro passo la possibilità combinatoria della lingua ebraica, nel testo, ma generale nel principio.
Nella lingua c’è la strutturale possibilità che, avendo pochi elementi finiti, si possa produrre un numero vertiginoso di combinazioni.
Il Sefer Yetzirah fa tutto ciò, utilizzando quello che in analisi matematica si chiama “calcolo fattoriale”.
Questo calcolo serve a “contare” il numero di permutazioni di “n” elementi.
Per maggiore chiarezza, mostriamo il processo del calcolo fattoriale, sugli elementi del Sefer Yetzirah, tenendo presente che le pietre e le case del testo sono, evidentemente, in questo contesto e a questo livello d’analisi, lettere e parole.
Partendo dal primo calcolo e, da esso, procedendo, diciamo che due pietre si risolvono fattorialmente in due case, e ciò avviene moltiplicando tutti i termini dall’unità fino al numero di riferimento, ossia: 1x2= 2. Poi, a seguire, tre pietre generano sei case (1x2x3= 6), quattro pietre ventiquattro case (1x2x3x4= 24), cinque pietre centoventi case (1x2x3x4x5= 120), sei pietre settecentoventi case (1x2x3x4x5x6= 720), sette pietre, ultimi elementi espressi nel Sefer Yetzirah, si permutano in cinquemila e quaranta case (1x2x3x4x5x6x7= 5040).
E’ da notare il veloce crescere delle permutazioni aumentando un solo elemento combinatorio per volta. E’ interessante, come sostiene Umberto Eco, che il sistema fattoriale, oltre a determinare la quantità di combinazioni avendo un numero di elementi dati, potrebbe essere usato anche per delineare “scenari possibili”. Lo stesso autore ci precisa che “Perché tuttavia la combinatoria lavori al massimo regime, occorre assumere che non vi siano restrizioni nel pensare tutti gli universi possibili. Se si inizia ad affermare che alcuni universi non sono possibili perché sono improbabili rispetto ai dati della nostra esperienza passata, o non corrispondono a quelle che riteniamo le leggi della ragione[2], allora entrano in gioco criteri esterni non solo per discriminare tra i risultati  della combinatoria, ma anche per introdurre restrizioni all’interno della combinatoria stessa”[3].

Questa prima analisi, che condividiamo certamente, va riportata alla realtà del testo.
Anche se noi stessi, nel corso dell’analisi del Sefer Yetzirah, per amor di chiarezza e per predisposizione caratteriale, abbiamo cercato più volte di rendere attuale il suo messaggio originario, è necessario essere coscienti dell’operazione che stiamo compiendo. Convinti del fatto che il nostro scopo non sia quello strettamente filologico, dobbiamo sapere, però, quando agiamo per analogia o per metafora, cose che personalmente riteniamo lecite. Ad esempio, il fine che all’inizio della nostra analisi abbiamo dichiarato era di ricercare i motivi per comprendere se la lingua “sacra”, nell’accezione che abbiamo dato al termine, sia nel “segno” arbitraria, come una lingua moderna, oppure se questa viva di dinamiche diverse. Per riflettere sul nostro tema, possiamo anche dimenticare per un attimo il senso “letterale” del testo, perché da questo pretendiamo suggerimenti, spunti di riflessione, che magari non corrispondono al reale mondo di cui esso ci parla.
Ben venga, perciò, ogni analogia tra lo statuto del linguaggio e la Mente Divina. Ben venga, pure, il calcolo fattoriale e la possibilità di utilizzare un computer per esperimenti di varia natura. L’importante è sapere quando ci stiamo staccando dal testo.
Più opportunamente, però, riteniamo che il luogo della nostra ricerca debba situarsi, proprio per la caratteristica che essa ha di utilizzare un oggetto particolare (il Sefer Yetzirah) per analizzare una questione generale (il linguaggio), sul confine tra la ricerca del significato reale del testo scelto, perché è dalla sua verità che prendiamo i suggerimenti per le nostre riflessioni, e le analogie che rispecchiano la forma del nostro oggetto d’indagine, ossia l’essere del linguaggio.
Questo è il motivo perché ci siamo riproposti di andare oltre l’analisi sopra esposta, con delle personali speculazioni sul presunto senso del passo citato, seguendo quelli che sono i modi usuali dell’ermeneutica cabalistica.
Per prima cosa, consideriamo che la combinazione delle pietre e la costituzione della case è fatta per mezzo della mano di Dio. Non va dimenticato che, nella Cabalà, anche se insondabile, c’è un Dio “vero” che opera nella realtà, quindi, l’autore del Sefer Yetzirah sostiene realmente che Dio abbia operato la creazione per mezzo di energie che si sono fissate su dei “segni”, che noi chiamiamo lettere. Dato il parallelismo tra Dio e uomo, quindi, quest’ultimo può, attraverso le lettere che condivide con la Divinità, comprendere la creazione nei suoi meccanismi interni, provare la risalita attraverso un suo percorso iniziatico e, nei casi di Teurgia, operare egli stesso similmente al creatore.
Si configura, in questo, ciò che inizialmente abbiamo affermato, circa le due fonti tradizionali conviventi nel Sefer Yetzirah, ossia, la Ma’assè Bereshit (Opera della creazione) e la Ma’assè Merkavà (opera del carro).
Le “pietre”, quindi, sono lettere in quanto simboli di alcuni degli elementi con cui Dio costruisce l’universo.
Analizziamo, ora, ciò che la tradizione identifica con il termina “casa”.
Questo termine è usato spesso per definire la dimora di Dio. Dio è il costruttore per eccellenza, e ciò è confermato in molti passi dei testi sacri. Ad esempio lo Zohar cita un versetto dei “Salmi” (Sal. 127.1) per esprimere il legame essenziale tra costruzione e creazione: “Se non è il signore che costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori”. Poi, a seguire la citazione Biblica, lo Zohar prosegue: “…e cioè il Santo, sia Egli Benedetto, creò ed ornò con tutto quanto era necessario, questo mondo, che è la sua casa”.
Gli stessi termini che valgono per Dio, dato anche il parallelismo strutturale tra Egli, noi e il creato, come ci informa il Sefer Yetzirah stesso (Mondo, Anno, Anima), valgono, quindi, anche per l’uomo. Questo ci dà la possibilità di tradurre in attività umane un concetto divino, ed utilizzare in senso iniziatico gli insegnamenti che la Cabalà propone.
Secondo lo Zohar, infatti, l’uomo, per potersi accostare al mistero della costruzione divina, deve calarsi in un percorso d’introspezione.
La voce “casa” dell’interessante volume di Giulio Busi “Simboli del pensiero Ebraico”, in un punto, recita: “Come già nell’antico misticismo degli Hekalot[4], anche nella tradizione zoharica medievale l’edificio cosmico è conoscibile solo attraverso la casa dell’anima e anzi la meditazione si configura come un vero e proprio atto costruttivo, che porta alla realizzazione di quella parte superiore dell’anima…”[5]

Ancora dallo Zohar (I, 141/b), leggiamo: “Quando un uomo comprende il mistero della sapienza e si rafforza in esso, si ha il compimento del versetto: Edifica la tua casa (Prov. 24.27) che equivale all’anima superiore del corpo umano, di cui egli si è ornato così da divenire un uomo completo”

Nel pensiero mistico, quindi, la vera casa dell’uomo è la sua anima, un riparo non di mattoni ma di luce, che contiene e precede tutte le dimore fisiche.

Due interessanti citazioni prese dalla Torà, unite fra loro, aprono il discorso che faremo a seguire.

La sapienza illumina il suo volto” (Eccl. 8.1) “ed egli si costruisce una casa” (Gen. 33.17)

I due versetti citati, che si riferiscono all’uomo, ci danno la possibilità di giustificare un particolare che, spesso, quando si fa l’analisi del passo delle “pietre e delle case”, considerandolo un calcolo combinatorio, si dimentica; ossia: Perché l’autore del Sefer Yetzirah utilizza, nel parlare di “pietre e case”, lo spazio delle Sette Lettere Doppie e non magari quello dedicato alle dodici semplici? Oppure uno spazio generico del testo, visto che si sta parlando delle proprietà delle lettere in generale? Possiamo anche pensare che non abbia utilizzato le Tre Madri a causa del loro numero ridotto; ma questa risposta sarebbe troppo ingenua ed insufficiente.

Utilizzando i versetti appena citati dalla Torà, ipotizziamo ciò che, in effetti, sembra comparire in maniera evidente nel Sefer Yetzirah stesso.
Cosa potrebbe significare “La sapienza illumina il suo volto” “ed egli si costruisce una casa”?
Come ben sappiamo, la Sapienza è la traduzione della Sefirà Chokhmà, e questa è la Sefirà da cui si generano i “Trentadue Sentieri” descritti nel Sefer Yetzirah, che, appunto, sono chiamati “I Trentadue Sentieri Della Sapienza”.
D’altra parte, nel Sefer Yetzirah c’è la descrizione di cosa raffiguri il “volto”, ossia, il luogo dove sono rappresentati, sotto forma simbolica (due occhi, due orecchie, due narici e la bocca), i Sette Centri di Consapevolezza.
Sappiamo, avendolo analizzato precedentemente, che questi centri sono spiegati attraverso lo studio delle Sette Lettere Doppie.
Da ciò, potremmo sostenere l’idea che l’autore scelga di utilizzare, per il calcolo fattoriale delle “case”, le Sette Lettere Doppie perché queste rappresentano, come i Sette Palazzi, o i Chakra orientali, le tappe del percorso iniziatico che l’uomo deve fare al fine di costruire la propria casa (anima – coscienza), come recita il versetto ripreso dal libro del Genesi (“ed egli si costruisce una casa”).
Per confermare il percorso tracciato, la settima delle Lettere Doppie, la Bet (ב), ritrae la fine del percorso iniziatico, l’ultimo dei Sette centri di consapevolezza, il Settimo Palazzo. Essa significa “casa”, è l’archetipo di ogni recipiente.
Nel sistema dei Sette Centri, la Bet rappresenta il punto appena sotto la Corona, l’insondabile Keter[6]. Troviamo, quindi, un altro riferimento che lega il concetto di “casa” alla costruzione dell’anima, attraverso il percorso individuato dalle Sette Lettere Doppie, Che partono dalla Tau (ת), la prima tappa, il cosiddetto “Sigillo in basso”, fino ad arrivare all’ultima lettera, la Bet, la costruzione finale della “casa” umana.

E’ importante analizzare anche un aspetto, niente affatto insignificante, che riguarda l’ultima frase del passo che il Sefer Yetzirah dedica alla “regola delle pietre e delle case”.

Qui si recita, dopo aver calcolato i numeri delle case:

Di qui in poi procedi a calcolare quel che la bocca non può pronunciare, l’occhio non può vedere né l’orecchio ascoltare”.

Al di là del mero aspetto sensoriale, che già di per sé rende l’idea, come abbiamo precedentemente sostenuto, la vista (l’occhio) simboleggia l’attività della seconda Sefirà Chokhmà, la Sapienza, che porta il lampo dell’intuizione. L’udito (l’orecchio), invece, è la funzione della Sefirà Binà, la sede delle facoltà razionali, logiche.
Delineatosi, quindi, questo scenario, possiamo legare il termine “bocca” agli altri due perché insieme descrivono, probabilmente, uno stadio delle tecniche estatiche, che meglio vedremo nel prossimo paragrafo dedicato ad Abulafia e alla meditazione.
Per meglio chiarire quanto accennato, anticipiamo alcuni particolari di queste tecniche, che Abulafia, come lui stesso dichiara, riprende dai “Segreti” del Sefer Yetzirah.
Sinteticamente, Abulafia individua tre passaggi fondamentali nel percorso verso la trascendenza.
Nel primo si scrivono le permutazioni del Nome o dei Nomi divini, nel secondo si recitano, nel terzo si annulla ogni supporto fisico delle “Lettere”, inizialmente figurativo, nella scrittura, e successivamente fonico, nella recita cantata, per produrre delle immagini mentali.
Questa tecnica serviva per facilitare l’allontanamento da parte della coscienza dagli aspetti fisici.
Nel Sefer Yetzirah possiamo individuare le prime indicazioni, quelle di calcolare le permutazioni, scrivendole e cantandole nel passo che dice:
…le scolpì, le forgiò, le combinò, le soppesò, le invertì…”[7].

Successivamente, ci ricolleghiamo al versetto delle “pietre e delle case” che spiega il modo di calcolare le combinazioni, per poi terminare, dicendo di continuare a calcolare[8]… quello che la bocca non può pronunciare, l’occhio non può vedere né l’orecchio ascoltare”.
Quest’ultima frase, quindi, rappresenterebbe la necessità di abbandonare ogni fisicità delle lettere, delle combinazioni, per potersi abbandonare ad immagini interiori, che porteranno il mistico all’estasi finale.






















[1] “Sefer Yetzirah”. Da: “Mistica Ebraica” pag.40: testo già citato.
[2] L’interessante affermazione di Eco circa la non restrizione nei risultati degli “universi possibili” deve, necessariamente, fondare lo statuto di qualsiasi ricerca. Questo, oltre ad essere deontologicamente irrinunciabile, favorisce il libero pensiero e non permette la formazione di sempre nuovi ed insospettabili dogmi. Nelle conclusioni di questo lavoro ci appelleremo anche a questo ineliminabile concetto. Ogni ricerca, quindi, non può aprioristicamente essere limitata, come storicamente accade, dalle leggi della religione, della scienza o della ragione. Se non è particolarmente sensato affermare “Gli asini possono volare”, non possiamo però scartare in partenza questa possibilità, che va certamente analizzata, sperimentata, provata e, infine, scartata, accettata o lasciata probabile.
[3] U. Eco: “La ricerca della lingua perfetta” pag. 64. Testo già citato.
[4] Saggio già citato nel paragrafo dedicato alle “Sette Lettere Doppie”. Il trattato dei “Grandi Hekalot” o “Palazzi” (sette), descrive i processi operativi per risalire i sette centri  di consapevolezza, rappresentati nel Sefer Yetzirah dalle sette lettere doppie.
[5] Giulio Busi: “Simboli del Pensiero Ebraico” Einaudi (Torino 1999) pag. 38
[6] Se figurativamente la Bet è posizionata appena sotto Keter, il sentiero, però, da essa rappresentato è quello che porta a Chokhmà, la Sapienza, la fonte stessa dei “Trentadue Sentieri” del Sefer Yetzirah.
[7] “Sefer Yetzirah” da Mistica Ebraica, pag. 40: testo già citato.
[8] Probabilmente, in questo passaggio il verbo “calcolare” non corrisponde più ad una effettiva operazione attiva di calcolo, ma all’abbandono della stessa, come forma semplicemente combinatoria.

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