LA REGOLA DELLE PIETRE E DELLE CASE
Il passo del Sefer Yetzirah
che ora citeremo, che abbiamo intitolato “La regola delle pietre e delle case”,
si mostra, al di là della sua apparente semplicità, in tono col resto del libro,
alquanto complesso e di difficile interpretazione.
“(Riferendosi alle sette
lettere doppie)<nostra aggiunta> Come
le combinò? Due pietre edificano due case. Tre pietre sei case. Quattro,
ventiquattro case. Cinque, centoventi case. Sei edificano settecentoventi case.
Sette edificano cinquemila e quaranta case. Di qui in poi procedi a calcolare
quel che la bocca non può pronunciare, l’occhio non può vedere né l’orecchio
ascoltare.”[1]
La letteratura che tenti di
mostrare a fondo il significato di questo piccolo passo, per quelli che sono
stati i nostri limiti di ricerca, è alquanto inesistente o, quando presente,
decisamente superficiale.
Proveremo, come spesso abbiamo
fatto all’interno di questo lavoro, pur mantenendoci nella forma ermeneutica
della Cabalà, ad ipotizzare alcune possibili spiegazioni.
Prima di fare ciò, ci sembra
interessante ed utile, nonché, molto significativo, anche tenendo conto dello
scopo principale, filosofico – linguistico, della nostra ricerca, riportare
l’interpretazione che sostiene anche U. Eco, nel suo saggio “La ricerca della
lingua perfetta”. Questi individua nel nostro passo la possibilità combinatoria
della lingua ebraica, nel testo, ma generale nel principio.
Nella lingua c’è la
strutturale possibilità che, avendo pochi elementi finiti, si possa produrre un
numero vertiginoso di combinazioni.
Il Sefer Yetzirah fa tutto
ciò, utilizzando quello che in analisi matematica si chiama “calcolo fattoriale”.
Questo calcolo serve a
“contare” il numero di permutazioni di “n” elementi.
Per maggiore chiarezza,
mostriamo il processo del calcolo fattoriale, sugli elementi del Sefer
Yetzirah, tenendo presente che le pietre e le case del testo sono,
evidentemente, in questo contesto e a questo livello d’analisi, lettere e
parole.
Partendo dal primo calcolo e,
da esso, procedendo, diciamo che due pietre si risolvono fattorialmente in due
case, e ciò avviene moltiplicando tutti i termini dall’unità fino al numero di
riferimento, ossia: 1x2= 2. Poi, a seguire, tre pietre generano sei case (1x2x3=
6), quattro pietre ventiquattro case (1x2x3x4= 24), cinque pietre centoventi
case (1x2x3x4x5= 120), sei pietre settecentoventi case (1x2x3x4x5x6= 720),
sette pietre, ultimi elementi espressi nel Sefer Yetzirah, si permutano in
cinquemila e quaranta case (1x2x3x4x5x6x7= 5040).
E’ da notare il veloce
crescere delle permutazioni aumentando un solo elemento combinatorio per volta.
E’ interessante, come sostiene Umberto Eco, che il sistema fattoriale, oltre a
determinare la quantità di combinazioni avendo un numero di elementi dati,
potrebbe essere usato anche per delineare “scenari
possibili”. Lo stesso autore ci
precisa che “Perché tuttavia la
combinatoria lavori al massimo regime, occorre assumere che non vi siano
restrizioni nel pensare tutti gli universi possibili. Se si inizia ad affermare
che alcuni universi non sono possibili perché sono improbabili rispetto ai dati
della nostra esperienza passata, o non corrispondono a quelle che riteniamo le
leggi della ragione[2],
allora entrano in gioco criteri esterni non solo per discriminare tra i
risultati della combinatoria, ma anche
per introdurre restrizioni all’interno della combinatoria stessa”[3].
Questa prima analisi, che
condividiamo certamente, va riportata alla realtà del testo.
Anche se noi stessi, nel corso
dell’analisi del Sefer Yetzirah, per amor di chiarezza e per predisposizione
caratteriale, abbiamo cercato più volte di rendere attuale il suo messaggio
originario, è necessario essere coscienti dell’operazione che stiamo compiendo.
Convinti del fatto che il nostro scopo non sia quello strettamente filologico,
dobbiamo sapere, però, quando agiamo per analogia o per metafora, cose che
personalmente riteniamo lecite. Ad esempio, il fine che all’inizio della nostra
analisi abbiamo dichiarato era di ricercare i motivi per comprendere se la
lingua “sacra”, nell’accezione che abbiamo dato al termine, sia nel “segno”
arbitraria, come una lingua moderna, oppure se questa viva di dinamiche
diverse. Per riflettere sul nostro tema, possiamo anche dimenticare per un
attimo il senso “letterale” del testo, perché da questo pretendiamo
suggerimenti, spunti di riflessione, che magari non corrispondono al reale
mondo di cui esso ci parla.
Ben venga, perciò, ogni
analogia tra lo statuto del linguaggio e la Mente Divina. Ben venga, pure, il
calcolo fattoriale e la possibilità di utilizzare un computer per esperimenti
di varia natura. L’importante è sapere quando ci stiamo staccando dal testo.
Più opportunamente, però,
riteniamo che il luogo della nostra ricerca debba situarsi, proprio per la
caratteristica che essa ha di utilizzare un oggetto particolare (il Sefer
Yetzirah) per analizzare una questione generale (il linguaggio), sul confine
tra la ricerca del significato reale del testo scelto, perché è dalla sua
verità che prendiamo i suggerimenti per le nostre riflessioni, e le analogie
che rispecchiano la forma del nostro oggetto d’indagine, ossia l’essere del linguaggio.
Questo è il motivo perché ci
siamo riproposti di andare oltre l’analisi sopra esposta, con delle personali
speculazioni sul presunto senso del passo citato, seguendo quelli che sono i
modi usuali dell’ermeneutica cabalistica.
Per prima cosa, consideriamo
che la combinazione delle pietre e la costituzione della case è fatta per mezzo
della mano di Dio. Non va dimenticato che, nella Cabalà, anche se insondabile,
c’è un Dio “vero” che opera nella realtà, quindi, l’autore del Sefer Yetzirah
sostiene realmente che Dio abbia operato la creazione per mezzo di energie che
si sono fissate su dei “segni”, che noi chiamiamo lettere. Dato il parallelismo
tra Dio e uomo, quindi, quest’ultimo può, attraverso le lettere che condivide
con la Divinità, comprendere la creazione nei suoi meccanismi interni, provare
la risalita attraverso un suo percorso iniziatico e, nei casi di Teurgia,
operare egli stesso similmente al creatore.
Si configura, in questo, ciò
che inizialmente abbiamo affermato, circa le due fonti tradizionali conviventi
nel Sefer Yetzirah, ossia, la Ma’assè
Bereshit (Opera della creazione) e la Ma’assè
Merkavà (opera del carro).
Le “pietre”, quindi, sono lettere in quanto simboli di alcuni degli
elementi con cui Dio costruisce l’universo.
Analizziamo, ora, ciò che la
tradizione identifica con il termina “casa”.
Questo termine è usato spesso
per definire la dimora di Dio. Dio è il costruttore per eccellenza, e ciò è
confermato in molti passi dei testi sacri. Ad esempio lo Zohar cita un versetto dei “Salmi”
(Sal. 127.1) per esprimere il legame essenziale tra costruzione e creazione: “Se non è il signore che costruisce la casa,
invano si affaticano i costruttori”. Poi, a seguire la citazione Biblica,
lo Zohar prosegue: “…e cioè il Santo, sia
Egli Benedetto, creò ed ornò con tutto quanto era necessario, questo mondo, che
è la sua casa”.
Gli stessi termini che valgono
per Dio, dato anche il parallelismo strutturale tra Egli, noi e il creato, come
ci informa il Sefer Yetzirah stesso
(Mondo, Anno, Anima), valgono, quindi, anche per l’uomo. Questo ci dà la
possibilità di tradurre in attività umane un concetto divino, ed utilizzare in
senso iniziatico gli insegnamenti che la Cabalà propone.
Secondo lo Zohar, infatti, l’uomo, per potersi
accostare al mistero della costruzione divina, deve calarsi in un percorso
d’introspezione.
La voce “casa”
dell’interessante volume di Giulio Busi “Simboli del pensiero Ebraico”, in un
punto, recita: “Come già nell’antico
misticismo degli Hekalot[4], anche nella tradizione zoharica medievale
l’edificio cosmico è conoscibile solo attraverso la casa dell’anima e
anzi la meditazione si configura come un vero e proprio atto costruttivo, che
porta alla realizzazione di quella parte superiore dell’anima…”[5]
Ancora dallo Zohar (I, 141/b), leggiamo: “Quando un uomo comprende il mistero della
sapienza e si rafforza in esso, si ha il compimento del versetto: Edifica la
tua casa (Prov. 24.27) che equivale all’anima superiore del corpo umano, di
cui egli si è ornato così da divenire un uomo completo”
Nel pensiero mistico, quindi,
la vera casa dell’uomo è la sua anima, un riparo non di mattoni ma di luce, che
contiene e precede tutte le dimore fisiche.
Due interessanti citazioni
prese dalla Torà, unite fra loro, aprono il discorso che faremo a seguire.
“La sapienza illumina il suo volto” (Eccl. 8.1) “ed egli si costruisce
una casa” (Gen. 33.17)
I due versetti citati, che si
riferiscono all’uomo, ci danno la possibilità di giustificare un particolare
che, spesso, quando si fa l’analisi del passo delle “pietre e delle case”,
considerandolo un calcolo combinatorio, si dimentica; ossia: Perché l’autore
del Sefer Yetzirah utilizza, nel parlare di “pietre e case”, lo spazio delle Sette Lettere Doppie e non magari quello
dedicato alle dodici semplici? Oppure
uno spazio generico del testo, visto che si sta parlando delle proprietà delle
lettere in generale? Possiamo anche pensare che non abbia utilizzato le Tre Madri a causa del loro numero
ridotto; ma questa risposta sarebbe troppo ingenua ed insufficiente.
Utilizzando i versetti appena
citati dalla Torà, ipotizziamo ciò che, in effetti, sembra comparire in maniera
evidente nel Sefer Yetzirah stesso.
Cosa potrebbe significare “La sapienza illumina il suo volto”
“ed egli si costruisce una casa”?
Come ben sappiamo, la Sapienza è la traduzione della Sefirà
Chokhmà, e questa è la Sefirà da cui si generano i “Trentadue Sentieri”
descritti nel Sefer Yetzirah, che, appunto, sono chiamati “I Trentadue Sentieri Della Sapienza”.
D’altra parte, nel Sefer
Yetzirah c’è la descrizione di cosa raffiguri il “volto”, ossia, il luogo dove
sono rappresentati, sotto forma simbolica (due occhi, due orecchie, due narici
e la bocca), i Sette Centri di
Consapevolezza.
Sappiamo, avendolo analizzato
precedentemente, che questi centri sono spiegati attraverso lo studio delle Sette Lettere Doppie.
Da ciò, potremmo sostenere
l’idea che l’autore scelga di utilizzare, per il calcolo fattoriale delle
“case”, le Sette Lettere Doppie
perché queste rappresentano, come i Sette
Palazzi, o i Chakra orientali, le
tappe del percorso iniziatico che l’uomo deve fare al fine di costruire la
propria casa (anima – coscienza), come recita il versetto ripreso dal libro del
Genesi (“ed egli si costruisce una casa”).
Per confermare il percorso
tracciato, la settima delle Lettere
Doppie, la Bet (ב), ritrae la fine del percorso iniziatico, l’ultimo dei Sette
centri di consapevolezza, il Settimo Palazzo. Essa significa “casa”, è
l’archetipo di ogni recipiente.
Nel sistema dei Sette Centri, la Bet rappresenta il
punto appena sotto la Corona, l’insondabile
Keter[6]. Troviamo, quindi,
un altro riferimento che lega il concetto di “casa” alla costruzione
dell’anima, attraverso il percorso individuato dalle Sette Lettere Doppie, Che
partono dalla Tau (ת), la prima tappa, il cosiddetto “Sigillo
in basso”, fino ad arrivare all’ultima lettera, la Bet, la costruzione finale
della “casa” umana.
E’ importante analizzare anche
un aspetto, niente affatto insignificante, che riguarda l’ultima frase del
passo che il Sefer Yetzirah dedica alla “regola delle pietre e delle case”.
Qui si recita, dopo aver
calcolato i numeri delle case:
“Di qui in poi procedi a calcolare quel che la bocca non può
pronunciare, l’occhio non può vedere né l’orecchio ascoltare”.
Al di là del mero aspetto
sensoriale, che già di per sé rende l’idea, come abbiamo precedentemente
sostenuto, la vista (l’occhio) simboleggia l’attività della seconda Sefirà Chokhmà, la Sapienza, che porta il lampo
dell’intuizione. L’udito (l’orecchio), invece, è la funzione della Sefirà Binà, la sede delle facoltà razionali,
logiche.
Delineatosi, quindi, questo
scenario, possiamo legare il termine “bocca” agli altri due perché insieme
descrivono, probabilmente, uno stadio delle tecniche estatiche, che meglio vedremo
nel prossimo paragrafo dedicato ad Abulafia e alla meditazione.
Per meglio chiarire quanto
accennato, anticipiamo alcuni particolari di queste tecniche, che Abulafia,
come lui stesso dichiara, riprende dai “Segreti” del Sefer Yetzirah.
Sinteticamente, Abulafia
individua tre passaggi fondamentali nel percorso verso la trascendenza.
Nel primo si scrivono le
permutazioni del Nome o dei Nomi divini, nel secondo si recitano, nel terzo si
annulla ogni supporto fisico delle “Lettere”, inizialmente figurativo, nella
scrittura, e successivamente fonico, nella recita cantata, per produrre delle
immagini mentali.
Questa tecnica serviva per
facilitare l’allontanamento da parte della coscienza dagli aspetti fisici.
Nel Sefer Yetzirah possiamo
individuare le prime indicazioni, quelle di calcolare le permutazioni,
scrivendole e cantandole nel passo che dice:
“…le scolpì, le forgiò,
le combinò, le soppesò, le invertì…”[7].
Successivamente, ci
ricolleghiamo al versetto delle “pietre e delle case” che spiega il modo di calcolare
le combinazioni, per poi terminare, dicendo di continuare a calcolare[8] ”… quello che la bocca non può pronunciare,
l’occhio non può vedere né l’orecchio ascoltare”.
Quest’ultima frase, quindi,
rappresenterebbe la necessità di abbandonare ogni fisicità delle lettere, delle
combinazioni, per potersi abbandonare ad immagini interiori, che porteranno il
mistico all’estasi finale.
[1] “Sefer Yetzirah”. Da:
“Mistica Ebraica” pag.40: testo già citato.
[2] L’interessante
affermazione di Eco circa la non restrizione nei risultati degli “universi
possibili” deve, necessariamente, fondare lo statuto di qualsiasi ricerca.
Questo, oltre ad essere deontologicamente irrinunciabile, favorisce il libero
pensiero e non permette la formazione di sempre nuovi ed insospettabili dogmi.
Nelle conclusioni di questo lavoro ci appelleremo anche a questo ineliminabile
concetto. Ogni ricerca, quindi, non può aprioristicamente essere limitata, come
storicamente accade, dalle leggi della religione, della scienza o della
ragione. Se non è particolarmente sensato affermare “Gli asini possono volare”,
non possiamo però scartare in partenza questa possibilità, che va certamente
analizzata, sperimentata, provata e, infine, scartata, accettata o lasciata probabile.
[3] U. Eco: “La ricerca
della lingua perfetta” pag. 64. Testo già citato.
[4] Saggio già citato nel
paragrafo dedicato alle “Sette Lettere Doppie”. Il trattato dei “Grandi Hekalot” o “Palazzi”
(sette), descrive i processi operativi per risalire i sette centri di consapevolezza, rappresentati nel Sefer
Yetzirah dalle sette lettere doppie.
[5] Giulio Busi: “Simboli
del Pensiero Ebraico” Einaudi (Torino 1999) pag. 38
[6] Se figurativamente la
Bet è posizionata appena sotto Keter, il sentiero,
però, da essa rappresentato è quello che porta a Chokhmà, la Sapienza, la fonte
stessa dei “Trentadue Sentieri” del Sefer Yetzirah.
[7] “Sefer Yetzirah” da
Mistica Ebraica, pag. 40: testo già citato.
[8] Probabilmente, in
questo passaggio il verbo “calcolare” non corrisponde più ad una effettiva
operazione attiva di calcolo, ma all’abbandono della stessa, come forma
semplicemente combinatoria.
2 commenti:
Grazie <3
Grazie a Te, Emy, per la tua attenzione.
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