sabato 1 settembre 2018

Brevi riflessioni sui “Social Network” e la contrazione del pensiero




I cosiddetti “social” tendono ad indurre un'espressione sintetica di ciò che vogliamo comunicare.
Twitter è stato un momento emblematico di tale estrema contrazione del pensiero.
Anche facebook, per quanto lasci la possibilità di argomentare in maniera più articolata, seppur a discapito, in questo caso, della quantità dei lettori, cerca di stringerci verso un'espressione minima e non sufficiente.

Cosa è penalizzato da questo modo di comunicare?

Sono convinto che la sintesi sia un segno di intelligenza, ma, in assenza di conoscenza condivisa sull'argomento che vogliamo affrontare, la contrazione del pensiero diventa la fonte moderna dell'incomprensione. E ciò che maggiormente perdiamo è, soprattutto, la visione che nasce da un sapere ampio e approfondito, il quale ci consente di comprendere i legami logici che si sviluppano nella realtà, nell’uomo e nella sua storia.

Certo, questa castrazione neuronale è utile per la pubblicità o per chiunque abbia intenzioni manipolatorie, molto più efficaci verso chi perde sempre più la capacità di una comprensione che tenga presenti i molti fattori del discorso.

Di contro, in termini positivi, questa sintesi è almeno utile per suscitare scintille di riflessione in colui che sia qualificato a comprendere; ma, della vera conoscenza e della consapevolezza, in generale, cosa rimane?

Facciamo solo un esempio in metafora, che, per quanto sostenuto, non può esaurire l’argomento; ma ne offre senza dubbio il sapore.
Tutti riconosciamo la potenza espressiva di un Haiku giapponese:

"Nel Vecchio stagno
una rana si tuffa.
Rumore d'acqua". Matsuo Bashõ

Così come è innegabile la forza del nostro Ungaretti:

"Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie".

Se il primo componimento è comprensibile per la nostra naturale esperienza umana, anche se è possibile perdere le sottili sfumature estetiche dello stesso, nel secondo caso le cose si complicano.
Tutti dovrebbero cogliere dalla poesia lo stato di instabilità e di pericolo in cui vive l’uomo, a patto, però, che si sappia cosa sia l'autunno. E questo è un primo livello di comprensione. Ognuno, però, bene o male, conosce l'autunno e i suoi effetti anche se si trovasse in una regione dove questa stagione non si presenta mai nel corso dell'anno.
Cosa succederebbe però se non sapessimo che Ungaretti parla della giornata che vive un soldato al fronte, in trincea, nella Grande Guerra? Almeno dovremmo conoscere il titolo : “Soldati”.
È probabile che, dalla sua poesia, quindi, si afferri, sì, uno stato di instabilità; ma, in assenza di un’informazione più larga e condivisa potremmo interpretare quell'immagine come una  forma di sofferenza esistenziale.

Purtroppo, altra disgrazia, sui social questa situazione apre spesso lo spazio a chi, non avendo capito nulla dell'argomento, entra in merito con superbia polemica.
E, senza alcuna umiltà di chiedere il significato di ciò che legge, con tracotanza egoica e proiettiva, propria di chi non sa, ti scrive:

"Ehilà, Giuseppe (Ungaretti), se oggi non ti senti in forma, perché non provi a farti una bella scopata!?"

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