domenica 26 agosto 2018

SUL RITIRO E SULL'AZIONE



Per la Conoscenza Tradizionale, universale, dalla quale ogni tradizione a noi nota nella storia trae origine, ognuno ha un compito. Esso è l'effetto di ciò che è stato prodotto nelle molteplici esistenze precedenti. I due termini da cui quest'affermazione trae origine sono: il karma, cioè l'effetto delle azioni precedenti che abbiamo compiuto, e il dharma, che rappresenta i doveri attuali che vengono generati dallo stato karmico che stiamo vivendo (al netto delle molteplici sfumature che qui non possiamo sottolineare, perché comporterebbero un tempo e uno spazio maggiori; e sicuramente una diversa attenzione sull'argomento).
Da ciò comprendiamo che tutti noi dobbiamo assolvere alle necessità dello stato che abbiamo prodotto. Stato che possiamo modificare con il nostro comportamento presente, fino addirittura risolverlo, in ogni momento, realizzando l'Essere Supremo che è in noi, al di là della causa e dell'effetto.
Molte volte osserviamo la nascita di alcuni giudizi, spesso, da parte di chi si rivolga ad un percorso spirituale, (o viceversa) nei quali, ad esempio, chi deve vivere nella preghiera o il ritiro critica l'uomo d'azione, colui che deve scegliere, condurre ed agire; perché questo "fare" corrisponde al suo "dovere" attuale. L'ignoranza di tali giudizi non comprende la necessità che ciascuno abbia la propria responsabilità e di questa renderà merito. È tutto sempre giusto e perfetto. Detto ciò, vediamo anche  che, in termini iniziatici, l'azione del Cavaliere, non è un'azione ma, se trattasi di un vero Cavaliere, è un'azione senza azione, cioè un fare senza identificazione con ciò che viene agito, fondandosi, però, sulla pura consapevolezza silenziosa.

Così, nella Baghavadgita, quando il condottiero Arjuna non voleva combattere per non uccidere i suoi nemici, Krishna, manifestazione del Supremo Essere Non Duale, che è in tutti noi la reale identità, gli disse: "Oh, Arjuna, credi che sei tu a dover uccidere i tuoi nemici? Essi li ho già uccisi io". 

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