sabato 21 gennaio 2017

LA MANIFESTAZIONE UNIVERSALE




Un’espressione che viene spesso utilizzata nei testi di Metafisica è “La Manifestazione Universale” o, abbreviando, “La Manifestazione”. Essa è un sinonimo di altre espressioni, più note, come “La Creazione” o “il Macrocosmo”.

La comprensione del significato della realtà riferita alla Manifestazione Universale è un elemento imprescindibile nel percorso metafisico.

Che cos’è, quindi, la Manifestazione e qual è il suo rapporto con la Non-dualità?

Essa è l’apparire, l’apparenza dell’Essere, il Quale è l’Assoluto, quell’Unità coscienziale tra tutti gli esseri ossia la nostra unica reale Identità.

Cosa significa “apparire” o “apparenza”?

L’Assoluto ha in sé infinite possibilità espressive, che non tolgono nulla al suo Essere il Tutto eterno e infinito.

Esso può rimanere nella sua pienezza immobile oppure manifestarsi, apparire nella forma. Quest’ultima è la Manifestazione Universale.

È nella natura dell’Assoluto manifestarsi ciclicamente. Nel momento in cui Esso si esprime nel mondo dei nomi e delle forme, appare la Manifestazione Universale, ed Essa è, ogni volta, una delle infinite possibilità espressive dell’Essere. Ogni Manifestazione può presentarsi diversa dalle precedenti, con leggi fenomeniche non apparse prima, con forme ogni volta differenti e insolite.

Una Manifestazione Universale è un prodotto dell’Essere, così come un pensiero è una produzione della mente individuale.

Perché diciamo che la Manifestazione è un’apparenza?
Lo facciamo per due motivi.

Il primo riguarda il significato di qualcosa che non è percepibile nella sua reale essenza. Questo significato riguarda l’aspetto percepito e non la realtà delle cose.
In questo senso, diciamo che la Manifestazione Universale è un’apparenza dell’Assoluto, a causa del nostro modo erroneo, condizionato dai nostri limiti, di vederla come una dimensione particolare e divisa dall’Unità.

Il secondo significato che diamo ai termini “apparenza” o “apparire”, riguarda la sfumatura di essere un evento che si presenta, diventa evidente, prende forma.

La Manifestazione è l’apparire speculare dell’Assoluto nella forma, e va dal piano fisico ai livelli spirituali più elevati. E proprio perché è il suo riflesso speculare, Essa non ha fine, è infinita nella sua dimensione. Non possiamo dire che sia eterna, perché è ciclicamente reintegrata nella pienezza immobile e informale dell’Essere.

Che cosa afferma la Conoscenza Metafisica circa la Manifestazione Universale?

La Manifestazione, in quanto prodotto (dell’Essere), è una realtà relativa, è fondata sulle coordinate dello spazio, del tempo e della causa. Nel momento in cui Essa ha il suo inizio, nascono le dimensioni spazio-temporali e tutto ciò che accade è proiezione ossia l’effetto di cause precedenti. Non c’è nulla di manifesto che sia fuori dalla “Legge di causa ed effetto”. La stessa Manifestazione, nel suo primordiale inizio, è l’effetto della Causa Prima che è l’Essere stesso.

Abbiamo visto precedentemente, in altri scritti, quale sia il significato di “reale” dal punto di vista metafisico.

Per la Suprema Conoscenza Non Duale dell’Essere, la Metafisica, è reale solo ciò che è permanente, infinito, immutabile, non causato, ciò che è sempre presente in eterno e sta, quindi, in ogni luogo; e in ogni luogo e in qualsiasi momento è afferrabile dalla consapevolezza, nel suo slancio finale verso la verità. È evidente che queste qualificazioni descrivono l’Assoluto, che sappiamo essere, nella realizzazione metafisica, la nostra reale Identità.

Tutto ciò che ha una nascita e una fine, che non è sempre presente ed è un prodotto, che vive nello spazio e nel tempo ed è soggetto a cause precedenti a sé, non può essere considerato reale. La Manifestazione è quindi una realtà relativa, è vera solo mentre sta accadendo in base a condizioni che l’hanno determinata così com’è, nel fluire impermanente di ogni suo momento.

Perché la comprensione di cosa sia la Manifestazione Universale è importante nel cammino realizzativo della Metafisica?

L’acquisizione della conoscenza circa la Manifestazione, è una delle colonne operative portanti della Suprema Realizzazione Non Duale, il compimento dei “Grandi Misteri”, che contengono la meta finale nell’Essere.

Il IV sūtra dell’Aparokṣānubhūti, un testo molto importante del Vedānta Advaita (il più alto livello della Conoscenza Metafisica espresso nel linguaggio della tradizione indiana), mette in evidenza l’importanza di tale acquisizione.

Come si è indifferenti all’escremento di un corvo, così bisogna essere indifferenti a tutti gli oggetti sensibili che suscitano godimento, da quelli del Brahmaloka a quelli di questo mondo, dal momento che hanno una natura transeunte. Ciò è chiamato, invero, puro distacco”. (Śaṅkara)

Śaṅkara, il supremo maestro dell’Advaita (Non Dualità) traccia i confini del significato della Manifestazione. Egli afferma, in base alla Conoscenza tradizionale, che dall’escremento di un corvo fino al Brahmaloka tutto è transeunte, non è reale; quindi, chi voglia affrancarsi dallo stato di necessità, dalla sofferenza e dai limiti delle forme, deve applicare il “distacco” da qualsiasi forma manifesta, dalla più piccola e insignificante (la cacca di un corvo) fino alla più elevata (il Brahmaloka, il luogo dove dimora Brahman, il settimo cielo dei cristiani).

Raphael, un titano dell’Insegnamento Advaita, commentando questo IV sūtra, scrive: “Persino il Brahmaloca (il Paradiso) può costituire un motivo di imprigionamento; in esso si sperimentano dati sensibili più sottili, ma pur sempre dati, per cui possiamo inferire l’esistenza della dualità, quanto a dire della non-perfezione”. (Aparokṣānubhūti, Edizioni Āśram Vidyā)

Con questo sūtra, Śaṅkara ci svela subito quale sia la natura della Manifestazione. Essa non può essere considerata reale perché è transeunte. Dispone, inoltre, il conseguente fondamento operativo per risolvere la stessa in noi: applicare il distacco verso l’intera Manifestazione perché Essa, in realtà, non-è.

All’inizio di questo nostro scritto, abbiamo posto una domanda necessaria per la comprensione di quanto stiamo dicendo: “Qual è il rapporto tra la Manifestazione e la Non-dualità?”.

La Non-dualità esprime la pienezza dell’Essere. Esso è pura Unità, non-due. La Manifestazione è proprio il due, il secondo, ciò che è prodotto. Essa, ripetiamolo, è non reale perché transeunte, impermanente, è una realtà relativa perché spazio-temporale.

Nella Via del Fuoco diretta, espressione della Suprema Conoscenza dell’Essere, il risveglio alla nostra libera, beata natura reale, può avvenire unicamente attraverso il silenzio. Fermare completamente il nostro movimento pensativo, in totale assenza di forme nella nostra coscienza, è la sola azione necessaria affinché possa svelarsi in noi la natura dell’Essere che da sempre siamo, nascosta sotto le ceneri della nostra inconsapevole identificazione con le forme.

Sul piano operativo, un primo fondamentale passaggio nel cammino verso il “risveglio” è l’affrancarsi dall’interesse verso ciò che abbiamo riconosciuto non-reale. Finché saremo interessati all’esterno, a ciò che è manifesto, non ci stabilizzeremo nel silenzio, che potremmo definire il “portico” dell’Essere, lo stato imprescindibile per riconoscere la nostra reale Identità. L’interesse verso la Manifestazione alimenta il movimento pensativo, l’alienazione dal nostro Centro, induce il dinamismo imprigionante della mente che è sempre attenzione verso ciò che è manifesto, verso tutto quello che ci troviamo di fronte.

Fissiamo dunque un caposaldo della Via Metafisica:
“La Realtà è totale assenza di Manifestazione”.

Da questa affermazione, nei termini della Conoscenza tradizionale, possiamo dire che “tutto ciò che è percepito, ascoltato e visto, in quanto percepito, ascoltato e visto è il secondo, quindi, non è reale”.

Ebbene: l’intera Manifestazione Universale è il “secondo”.

Questa Suprema Conoscenza risolve l’identificazione imprigionante, con ciò che non-è, dall’inizio, risolvendo l’intera dipendenza dalle forme. Non c’è bisogno di rescindere una dipendenza alla volta verso gli indefiniti oggetti dell’universo. Gli oggetti che suscitano tale alienante dipendenza non finiranno mai. In termini tradizionali, la potenza di questa acquisizione risolve il movimento estraniante verso il secondo, per intero e subito: L’intera Manifestazione non è.

Il processo operativo corrisponde quindi al riconoscere ciò che non è reale. Ottenuto questo, con dolcezza, senza inibizioni, nei giusti tempi di ciascuno, è necessario distaccarsi da ciò che abbiamo riconosciuto non reale e identificarsi, fondersi, affermarsi in ciò che è Reale. In realtà, non ci dobbiamo privare di nulla. La sottile comprensione di cosa significhi distaccarsi dagli oggetti senza privarsi degli stessi è espressa autorevolmente da Raphael in questo passo del libro “La Triplice Via del Fuoco”:

Se le cose che percepisci, in te e fuori di te, non sono – perché appartengono alla sfera del contingente ed effimero, vale a dire del non essere – dimmi, da che cosa dovresti distaccarti?”.

In questo momento operativo comprendiamo, sul piano spirituale, la proposizione alchemica “Solve et Coagula”.


Domande

All’istante, nell’ascoltare quanto sta affermando, sorgono due domande. In realtà ne verrebbero molte altre, ma queste due premono con forza sulla mia razionalità e non mi consentono di comprendere o, se preferisce, non mi permettono di accettare quanto sta affermando.

La prima questione che le pongo è questa: nell’ascoltare quanto sta dicendo sento termini, dimensioni, come l’Assoluto o la Manifestazione Universale, ecc. che ad una mente razionale come la mia suonano astratti o non accessibili ai limiti della nostra umanità. Sembra che quello che dice non abbia nulla di reale; risuona in me come pura fantasia.

La seconda domanda è sul “distacco”. Ossia, nell’ascoltare quanto dice sul “distacco” o il “silenzio”, per quanto lei abbia provato a chiarirne i significati, mi rappresento uno stato di totale assenza di mondo. Tutto questo è un po’ claustrofobico. Questo distacco o il totale silenzio si presenta alla mia comprensione come se fosse uno stato buio in cui non percepiamo e non proviamo più nulla. Se non fosse una dimensione terrificante, per il senso di nullificazione che suscita, sarebbe molto noiosa. Immagino uno stato senza emozioni, senza desideri o godimenti. Sarebbe una noia mortale.



Risposta

Comprendo con chiarezza quello che prova. Molti ricercatori, anche più che principianti, si bloccano proprio sulle sue stesse sensazioni. Di positivo, però, c’è la contraddizione interna alla doppia domanda che propone.

Da un lato giudica quanto stiamo dicendo come qualcosa che non può essere vero o, comunque, che si presenta molto distante dalla percezione familiare che ha della realtà. 
Dall’altra parte, l’insofferenza che esprime, la paura di annichilirsi nel processo di risveglio, ridona la qualità della realtà alle affermazioni metafisiche. Le sue emozioni repulsive nei confronti dell’Assoluto lo rendono nuovamente reale; diciamo che, in questi timori, lei lascia una possibilità, un dubbio che l’Assoluto esista effettivamente e abbia degli effetti su di noi. Tuttavia, è chiaro che la sua interpretazione non corrisponde né a ciò che l’Assoluto è realmente né al vissuto del nostro risveglio in Esso. In realtà, la realizzazione dell’Essere, oltre a far comprendere che Esso è la nostra vera Identità da sempre, è l’esatto opposto di come lei lo intende in questo momento.

Il dubbio scettico circa la realtà dell’Assoluto e verso tutte le affermazioni sulla Manifestazione Universale, compreso il fatto che il percorso dell’individuo verso la realizzazione Suprema dell’Essere sia possibile e salvifico, ha una causa ben precisa.

Noi abbiamo un’idea di realtà che è condizionata ai parametri di comprensione dei nostri sensi e ai limiti logico-formali che determinano ciò che possiamo comprendere sul piano della razionalità. Il problema principale, ad esempio, è dato dalla nostra identificazione con un corpo fisico. Se noi pensiamo di essere un corpo, la nostra relazione col mondo sarà relativa a come ci percepiamo nei confronti della realtà esterna. Questo è condizionante anche in riferimento a ciò che pensiamo ci sia possibile realizzare. Da questo stato di identificazione col corpo fisico interpretiamo le affermazioni della Metafisica in base alla nostra misura spaziale e temporale.

Quando ci troviamo di fronte ad una affermazione che ci dice che “noi siamo l’Essere in uno stato di Unità Coscienziale e la Manifestazione Universale è un nostro prodotto”, proiettiamo su questa asserzione le nostre convinzioni. La prima cosa che ci chiediamo è come sia possibile essere una Coscienza unica. Poi, identificati con una misura che coincide col nostro corpo fisico, ci percepiamo inevitabilmente “piccoli” nei confronti dell’immensità di tutto ciò che è Manifesto. In tale ragionamento non comprendiamo che la realizzazione non è sul piano dei solidi fisici, ma su quello della consapevolezza. Si tratta di un’espansione della coscienza-consapevolezza.

Sul piano della coscienza non ci sono misure. L’unica differenziazione è tra ciò che comprendiamo e quello che sta fuori dalla nostra comprensione. La stessa Unità tra tutti gli esseri manifesti non è una coincidenza di corpi o di storie particolari, è un livello di comprensione che nasce dalla disidentificazione dalla nostra idea particolare di individuo. Anche il concetto di ego, con le sue particolarità esistenziali, è un processo mentale. L’ego non ha un fondamento reale. Oltre le differenze c’è l’Unità nel silenzio. In esso si sciolgono tutti i contenuti particolari in uno stato iperrealistico di pura coscienza dove c’è solo vita, in cui non esistono più i concetti di nascita o di morte. Tutto è solo vita permanente e gioia assoluta e immotivata.

Lo stesso vale per l’idea che abbiamo del tempo e dell’eternità.

La nostra espressione spazio-temporale, che viviamo come individui, non ci permette di cogliere la dimensione eterna nella sua realtà, ma ne abbiamo una percezione determinata dalla nostra idea di tempo. Quando la Tradizione ci dice che la nostra vera natura è pura Eternità, nasce all’istante nella nostra mente un’immagine, una rappresentazione particolare e complessa. Immaginiamo il concetto di Eternità come un tempo distante all’infinito, così distante che diventa irraggiungibile per la nostra comprensione. In realtà, l’Eternità è ciò che più di ogni altra cosa ci è vicina, fino a coincidere con la nostra Identità. La dimensione dell’Eterno non è un tempo distante all’infinito, ma semplicemente assenza di tempo e spazio. Questi ultimi sono le dimensioni in cui il corpo vive e la mente comprende e opera. Non si tratta di realizzare qualcosa che al momento non c’è, come non si considera di raggiungere un luogo distante da dove ci troviamo. È sempre solo un problema di consapevolezza. Il processo iniziatico della Via Metafisica serve a disidentificarci dalla nostra mente individuale e liberarci dai limiti della stessa. Questo avviene nel silenzio, in assenza del movimento del pensiero.

La nostra Identità reale è Coscienza e la mente è uno strumento che possiamo utilizzare a nostro piacimento. Se ci identifichiamo con la mente e i suoi prodotti, cioè i pensieri, viviamo i suoi limiti. Basta fermare il pensiero, e si riprende la consapevolezza di essere Coscienza, ed Essa è fuori dallo spazio-tempo e non è soggetta a nessuna causa. 

La Coscienza è eterna, è la nostra vera Identità, da sempre presente in noi, anche se, al momento, non ce ne rendiamo conto.

Per quanto riguarda le sue osservazioni circa il vissuto dello stato di risveglio, le faccio osservare, anche in questo caso, che la sua mente sta proiettando su una dimensione che non conosce (o non ricorda…). È un problema legato ai veicoli con i quali ora è identificato, il corpo e la mente. Lei interpreta con le particolarità dell’espressione individuale ciò che è pura pienezza.

Il “desiderio”, papà delle emozioni, è ciò che nasce a causa della perdita della coscienza di essere pura compiutezza. L’esperienza della mancanza di totalità ci mette alla ricerca di qualcosa che possa riempire questo vuoto profondo in cui l’individuo vive. Lo cerchiamo all’esterno senza renderci conto che non c’è nulla che possa colmare la perdita di totalità causata dall’ignorare ciò che realmente siamo. Nella dimensione individuale, che è una forma espressiva nella Manifestazione Universale, oltre che essere inefficace, qualsiasi oggetto di godimento è afferrato per essere perso. Se comprendiamo cosa sia il “desiderio” ci rendiamo conto che “desiderare equivale a soffrire”.

Assenza di desiderio non significa vivere nell’apatia. Questa è l’espressione della depressione, è una patologia, un grande disagio. La depressione, in ultima analisi, si può anche considerare uno dei risultati della costatazione finale dell’inutilità del desiderare. L’assenza di desiderio a cui ci riferiamo è la comprensione che, in realtà, già siamo pienezza e gioia incausata. Il problema non sono gli oggetti del desiderio, ma la dipendenza psicologica verso qualcosa che non compirà mai ciò che è già completo in sé.

Se lei perdesse la “dipendenza” da ciò che non è, potrebbe utilizzare in piena libertà l’intero universo… Ma, senza attaccarsi a nulla. Allo stesso modo, riconquistando, in quanto Coscienza, il dominio sulla mente e i suoi prodotti, i pensieri, potrà pensare quanto vorrà, in piena coscienza di essere il pensatore e non ciò che sta pensando.

Pur non avendo ancora realizzato il risveglio finale, io stesso le posso testimoniare molto della gioia e della quiete che si ottiene, man mano che ci affranchiamo da tali dipendenze. Sarebbe errato, infatti, pensare che il risultato sia solo quello finale. Certo il Risveglio all’Unità non è comparabile con nessun godimento precedente; ma il processo di ritorno alla nostra Identità reale è un continuo orgasmo di liberazione e indipendenza. E da esso, non nasce il disinteresse da tutto ciò che ci circonda, ma la bellezza dell’amore e della compassione.

Cosa sono, quindi, le emozioni così tanto care all’umanità?

Esse sono “relazione egoica” tra lei e l’oggetto esterno, il quale può essere una cosa, un’idea o una persona, l’intero secondo. Per intenderci: La Manifestazione Universale, nella sua apparente segmentazione.

Ci sono solo tre tipi fondamentali di emozioni, esse possono esprimere attrazione, repulsione o indifferenza. Qualsiasi emozione lei voglia classificare rientrerà sempre in questi tre modi.  Ed esse sono l’espressione di una mente particolare e limitata. 

Assenza di emozioni, il silenzio, il distacco: non significa essere depressi. Il silenzio è perdita totale del sogno esistenziale di una realtà immersa nella sofferenza, nella necessità e nella mancanza. Il silenzio è pura pienezza, è totale libertà. Il silenzio è la porta d’ingresso all’Essere assoluto.

Quando impieghiamo il termine “silenzio”, non vuole dire, per quello che è il suo significato percepito, che l’Essere sia noia mortale, dove non c’è nulla e non accade niente. Tuttavia utilizziamo il termine “silenzio” perché esso è il meno connotato dalle forme. Potremmo dire che se di silenzio si tratta, questo vuol dire silenzio dalle forme-irreali, descrive il fermarsi di una realtà onirica e particolare.

L’Essere non è mancanza di oggetti, è il fondamento stesso di qualsiasi espressione. Ogni accadimento nasce proprio dall’Essere.

Esso, l’Essere, la nostra reale Identità, nella quale viviamo nella totale consapevolezza di esistere, è pienezza assoluta, gioia infinita e incausata, è puro Tutto, è libertà, è amore.

L'Essere è il Padre.

L'Essere è Dio.

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