martedì 20 agosto 2019

RIFLESSIONI SULLA RINUNCIA E SUL GODERE


Painted by Julia Watkins (www.pinterest.es)


La storia della Conoscenza Tradizionale è storia di malintesi. Uno tra i più pericolosi è riferito al concetto di "rinuncia". 
Spesso si legge questo termine; ed è giusto parlare di rinuncia. 
Se però è necessario abbandonare qualcosa, di che si tratta, realmente? Senza la possibilità di accedere all'insegnamento reale, non scritto, è molto difficile comprendere a cosa rinunciare e, soprattutto, in che modo, per realizzare in sé l'obiettivo finale della Conoscenza. E quest'ultimo, nella Tradizione Iniziatica Universale, espressa nelle sue molteplici forme, comporta lo svelamento della nostra Identità reale, in quanto stato di pura consapevolezza, libertà assoluta e infinita gioia incausata ossia che non ha una causa esterna, ma è uno stato dell'Essere in sé, libero da qualsiasi dipendenza. Senza avere però la giusta "informazione", i ricercatori, quando si parla di rinuncia, si allarmano velocemente, e la loro mente inizia a percorrere tutti gli oggetti da cui presumono si dovranno separare, materiali o immateriali che siano come, ad esempio: i piaceri, le passioni, quindi il sesso, le ricchezze o, ancora, la famiglia, gli amici, le donne, gli uomini, ecc, ecc, ecc. Ognuno ha i suoi giochi ed è terrorizzato dal perderli. Il sesso, di solito, è quello che più preoccupa, a parimerito con i sentimenti familiari. 
Ma, le cose stanno proprio così? 
Partiamo dal presupposto principale di questo chiarimento. 
CIÒ CHE È PIÙ AMPIO INTEGRA IN SÉ QUELLO CHE È PIÙ LIMITATO.
Il più grande, quindi, comprende il più piccolo. Il fulcro del problema sta nel liberarsi non già delle cose o delle esperienze, ma della "necessità" di qualsiasi oggetto di gratificazione, cioè perdere la dipendenza psicologica verso ogni causa del godimento condizionato. Quando la nostra felicità o il piacere sono un effetto di qualcosa di esterno a noi, diventiamo schiavi di quello che non è già da sempre nella natura del nostro essere.
NON SI DEVE RINUNCIARE A NULLA SE NON ALLA DIPENDENZA VERSO GLI OGGETTI.
La "rinuncia", in questo senso, deve arrivare ad essere vissuta verso l'intera manifestazione universale, affinché possiamo fare esperienza dell'infinito che dimora da sempre in ogni essere. 
Nel IV sutra di un antico testo di metafisica indiana, nella tradizione dell'Advaita Vedanta, l'Aparoksanubhuti, si chiarisce verso cosa è necessario distaccarsi e perché farlo:

"Come si è indifferenti all'escremento di un corvo, così bisogna essere indifferenti a tutti gli oggetti sensibili che suscitano godimento - da quelli del Brahmaloka (il VII cielo, il livello spirituale più elevato della manifestazione) a quelli di questo mondo - dal momento che hanno una natura transeunte. Ciò è chiamato, invero, puro distacco". 

Altra cosa è sapere che per ottenere questo risultato è indispensabile iniziare ad avere un rapporto diverso con gli oggetti del piacere, così che l'attaccamento imprigionante si trasformi nel naturale e incausato godimento di stare nel mondo senza essere del mondo. In ciò, anche se di natura diversa, sono impliciti tutti gli attaccamenti verso oggetti che suscitano repulsione o sofferenza, come ciò che provoca dolore o le difficoltà della vita, le preoccupazioni, la tristezza, ecc. Anche questi sono attaccamenti, allo stesso modo, verso ciò che non è, in quanto transitorio. Non c'è nulla da inibire e niente da cui separarsi. L'operazione iniziatica da compiere porta a ristabilire la nostra autorità sulle cose o le esperienze anziché il contrario, come è solito vivere l'individuo. Alla domanda che mi fu posta molti anni fa, dove nella mia controparte si affacciava la paura di una futura relazione priva dei piaceri del sesso, rispondevo: 

"Non hai motivo di preoccuparti, se prima scopavi con un uomo, poi, lo farai con uno che scopa da Dio". 

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