Nel cammino iniziatico,
per quanto è insegnato dalla Tradizione Universale, il vero ricercatore compie
la prima necessaria disidentificazione, quella dall’io personale.
Tale momento rappresenta
la “purificazione dall’individualità”, la comprensione dei “piccoli misteri”.
Tuttavia, molti tra
coloro che, in apparenza nel tempo, si mettono in cammino verso la “Verità
Una”, si ostinano nella convinzione che l’io personale, fondato su un corpo e
una storia particolare, non possa essere trasceso e compreso come non reale.
In vero, come la Tradizione
testimonia, sono presenti due “io”.
Il primo, quello
dell’individuo, illusorio e momentaneo; il secondo, eterno e immutabile,
identico in tutti ovvero la nostra Identità reale.
La convinzione bloccante,
di ritenere l’io individuale insuperabile, è un grande ostacolo alla
realizzazione della Conoscenza, per identità, nell’espansione infinita della
consapevolezza. Ci sono vari motivi che generano questo intralcio; due tra
questi sono particolarmente subdoli e ricorrenti.
Il primo motivo,
atteggiamento profano che alcuni ricercatori trattengono anche dopo aver
intrapreso una Via Iniziatica Tradizionale, è il ritenere reale solo ciò di cui
facciamo esperienza, sia sul piano logico sia percettivo, nel presente attuale;
cioè il mio corpo è così vero e la mia storia personale è così evidente in me
che non è possibile immaginare uno stato in cui io sia qualcosa di diverso da
tutto ciò.
Il secondo è una
conseguenza del primo punto.
Il profano ritiene che
l’io personale sia in assoluto reale, come se fosse un “oggetto esistente
realmente” in sé; ma, in che senso, di contro, possiamo affermare che non lo
sia?
Come può non essere vero
qualcosa di cui facciamo esperienza in ogni attimo della nostra vita, in modo
così forte, evidente e convincente?
Vediamo come
l’Insegnamento Tradizionale intende irreale l’io personale, attraverso una
breve metafora. E il movente di questo svelamento dell’illusione egoica è
l’apertura verso il riconoscimento in noi proprio di quell’Io assoluto,
identico in tutti, Uno senza secondo, che, solitamente, chiamiamo Dio: la
nostra vera Identità.
L’io personale non è
irreale, come è irreale una ciste che venisse estirpata. In questo senso,
potremmo dire, la ciste prima c’era, poi, dopo un intervento chirurgico, non c’è
più, è uscita dalla scena del mondo. Quindi, prima era reale, perché presente,
dopo non esiste più se non nella dimensione del ricordo, come concetto, idea,
pensiero.
L’io personale non è
irreale in questo senso.
Esso è irreale, per ciò
che intende la Tradizione, come è irreale una contrattura di un muscolo. Quella
contrazione non esiste di per sé, sta realmente accadendo nella relatività del
tempo-spazio-causa, ma è una delle possibilità del muscolo, è un suo contrarsi,
una forma che assume quest’ultimo, il quale è l’unico realmente esistente. Il
contrarsi è una delle sue molteplici possibilità espressive.
Il lavoro iniziatico,
quindi, corrisponde allo scioglimento di una contrattura della nostra reale Identità,
l’Io assoluto, il quale si è identificato-riconosciuto, ora, e momentaneamente,
in qualcosa di limitato e inconsapevole che chiamiamo individualità. Quando la
contrattura è sciolta, rimane solo ciò che, da sempre, era presente, nella sua
vera essenza.
Questo, per quanto la
Tradizione insegna, è il lavoro iniziatico portato al suo fine ultimo: la
Suprema Non Dualità dell’Essere.
La Libera Muratoria
chiama questo processo di svelamento-riconoscimento V.I.T.R.I.O.L.
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