Bruce Pennington: "Folgore dal cielo"
“Ama
il tuo nemico”, “il perdono”, “la giustizia”, “la certezza della pena”, “l’azione
non azione”, “la giusta azione”: sono temi che necessitano una chiara
comprensione nel percorso della Conoscenza.
Questi
ingredienti, legati da un filo invisibile che li unisce, qualora non compresi
nel loro profondo significato, si tramuterebbero in ostacoli potentissimi sul
cammino del risveglio finale della Coscienza: evento finale della Conoscenza, in cui ci riconosciamo
pura unità del Tutto, in assoluta consapevolezza di Essere e, affrancati da
qualsiasi necessità o da qualunque forma, eternamente beati.
Questa
è la posta in gioco del fine ultimo della via iniziatica tradizionale; tuttavia la
comprensione dei termini esposti è essenziale in ogni percorso, e a qualsiasi
livello, che voglia definirsi spirituale.
Il
tema è in ogni modo scottante e sarebbe consigliato un “luogo protetto” (tra
persone che condividono uno stesso livello di conoscenza anche se solo concettuale) per la sua
esposizione; ma… la chiarezza-consapevolezza su questi argomenti è per tutti
importante per vedere l’esistenza e il suo senso da una prospettiva più ampia e
significativa; e questo giustifica il rischio di non essere compresi. Si
confida, comunque sia, nella saggezza di tutti.
Dove
si trova la difficoltà del trattare questi concetti?
Essa è
data dalla mancanza di una visione spirituale della realtà. E per
visione spirituale non intendo riferirmi ad alcuna religione, che spesso
offusca la Verità o, nel migliore dei casi, ne coglie una piccola parte, ma a
un percorso di esperienza interiore di svelamento, alla luce della Conoscenza Tradizionale.
Per
comprendere meglio, è necessario fare un po’ di chiarezza, dal punto di vista
tradizionale, sulla realtà, nella relazione tra la Manifestazione Universale, ossia l'universo in cui viviamo, e
l’Essere da cui proviene.
Ogni Insegnamento,
che sia realmente fondato nella Verità, ha istruito l’uomo per realizzare la
sua reale Identità. Questa, realizzabile da ciascuno “qui ed ora”, svela
l’illusorietà della mente individuale e, quindi, del concetto stesso di ego. Se
la Via Metafisica, detta altrimenti “La Suprema Conoscenza Non Duale
dell’Essere”, conclude che: siamo tutti un’unica Coscienza, e solo questa è in
assoluto reale, altri percorsi, invece, e non è poco, arrivano solo a mostrare
la possibilità che ogni individuo possa riconoscersi Coscienza Universale. Se
la prima è oltre la forma e la Legge che la governa, in quanto possibilità
stessa sia della forma, sia delle regole su cui essa si fonda, la seconda
rimane nell’orizzonte della Legge; ma nel riconoscimento che la limitata
consapevolezza dell’io individuale, in realtà, può espandersi all’intera Coscienza
Universale, riconoscendola come la stessa nostra Coscienza. Sta per inteso che
non c’è realizzazione Non Duale che non abbia prima espanso l’individualità
all’universale. Perché questi due momenti esprimono il processo di svelamento
dell’individuo-persona, il quale espande la consapevolezza all’intero universo,
ossia riconosce se stesso come confine estremo di ogni forma, per poi
comprendersi come assenza stessa di confine, pura possibilità incausata,
l’Essere Eterno nella sua espressione finale. Il Principio, 2000 anni fa,
affermava: “Nessuno viene al Padre (l’Assoluto Essere Non Duale), se non per
mezzo di me (La Coscienza Universale) ”.
Da
ciò, sempre a patto che quanto affermato sia condivisibile da chi legge,
diventa semplice comprendere come le espressioni “Ama il tuo nemico” o “il
Perdono” non stiano illustrando un sentimentalismo morale o un ingenuo e
passivo buonismo, ma indichino una necessità operativa di risveglio.
Perché?
Perché
l’io non esiste in quanto identità relativa, spazio-temporale, è solo un artificio della mente che, oltretutto, ha una durata
molto breve. La Realtà della forma è Coscienza Universale, in cui non esistono
confini limitati ed egoici, ma è espressione dell’unità della vita. Come
abbiamo visto, poi, questo stato universale della Coscienza è superabile nella
Coscienza assoluta, eterna e non duale, in cui è realizzata non l’unità della
vita (Coscienza Universale) ma il riconoscimento che la vita stessa, l’intero
universo dal fisico al livello più alto dello Spirito, in Verità, non sono, in
quanto prodotto dell’Essere stesso e, giacché prodotto, realtà relativa e
spazio-temporale anche a livello universale.
“Amare
il proprio nemico” e il “Perdono” sono comportamenti che sciolgono la
contrapposizione illusoria tra l’io e l’altro, di là da ogni possibile
contenuto. Odiare o mantenere in piede uno stato di rancore significano fissare
già a priori la dualità: fatto possibile alla luce dell’ignoranza, cioè
ignorando come stanno realmente le cose o quale sia, in vero, la Realtà; ed
Essa è pura unità sperimentabile in ognuno per identità, ed è sempre pura, di
là dal concetto stesso di giustizia.
Ma… se
è vero che, dal punto di vista della Verità tutto è Uno e l’altro è sempre me
stesso, dove, in assenza di contrapposizione duale tra bene e male, non c’è posto
nemmeno per la giustizia, questo non può essere affermato dalla prospettiva di
chi non abbia compiuto in sé tale svelamento-riconoscimento. Ciò significa che,
fin quando saremo identificati con la coscienza individuale e le forme, saremo
soggetti alla Legge che regola l’intera Manifestazione ossia “la Legge di causa
ed effetto”, conosciuta in oriente come “la Legge del Karma”. Ogni azione che
compiamo, proprio perché l’altro è sempre noi stessi, ritornerà a chi l’ha
compiuta. Non c’è scampo, quello che facciamo di buono o ciò che arrechiamo di
cattivo, sarà in un modo o in un altro restituito al mittente. Anche il perdono
rientra nella Legge: “Perdona e sarai perdonato”. Il non perdonare chi ci ha
causato dolore, quindi, oltre ad essere la fissazione dell’illusoria
molteplicità nella nostra comprensione, genererà un effetto che in futuro ci
sarà restituito: non saranno perdonati i nostri comportamenti. E, “chi è senza
peccato, scagli la prima pietra”.
Ciò
che sopra è evidenziato rispecchia quanto è esposto dal Sovrano Ordine dei
Cavalieri Eidon, Cavalleria Spirituale con il compito di conservare e
trasmettere la Conoscenza Metafisica, nella XVIIma regola del Cavaliere:
«Cavaliere ascolta! Gesù affermava: “Ama il
prossimo tuo (come) perché è te stesso”. Oppure: “Tutte le cose, dunque, che
volete che gi uomini vi facciano, anche voi dovete similmente farle a loro”.
Con le parole attribuite a Confucio, possiamo indicarti un’ulteriore conferma
di questa regola, nei termini della negazione: “Ciò che non vuoi che sia fatto
a te, non farlo agli altri”. E, ancora, Gesù: “Amate i vostri nemici”.
Comprendi anche questo insegnamento: “Io sono la Via, la Verità e la Vita.
Nessuno viene al Padre se non per mezzo di Me”. Con alcune frasi emblematiche
quest’Ordine ti indica la necessità di portare alla dissoluzione ogni dualità
nella tua vita affinché tu possa tornare al padre tuo, all’Assoluto Essere;
perché: “Tat Tvam Asi”, “Tu Sei Quello”».
“La
giustizia” e “la pena”, quindi, sono nel mondo dei nomi e delle forme, in
assoluto, certe.
Da ciò
è più che comprensibile che il perdono non escluda la pena, la quale arriverà
inesorabilmente come effetto di cause prodotte; in questa vita fisica, in altre
successive o in qualsiasi altro stato esistenziale in cui l’individuo si
troverà.
In
termini di Conoscenza, un atto di buonismo non ha alcun senso. Quello che conta
è il perdono come atto in sé di riconoscimento della realtà, in cui l’altro è
sempre noi stessi. Se poi il perdono, da noi concesso, è chiesto dall’artefice
dell’azione negativa commessa, quest’atto di profonda umiltà e prostrazione
diminuisce il peso karmico che, comunque, sempre, sconterà chi ha commesso il
torto.
La
compassione di chi assolve è parallela al rigore della “pena certa” che
arriverà, alla fine, e anche se le nostre regole umane o il nostro buonismo la renderanno
in apparenza vana.
Si
apre ora un altro tema, quello del nemico.
In
base ai doveri acquisiti nel nostro karma, ci potremmo trovare nella condizione
di combattere un’eventuale nemico, a patto che esso abbia un comportamento che
mette a rischio la vita o la dignità di chi sia innocente. Se questo fosse il
nostro compito, dovremmo ostacolare l’offesa, a difesa dei deboli.
Bene…
La
lotta può essere agita con forza ed efficacia, in piena consapevolezza, senza alcuna identificazione con
l’atto che stiamo compiendo. Possiamo quindi lottare e ostacolare il nemico,
amandolo, perché lo riconosciamo come una delle nostre indefinite possibilità
espressive, di Assoluto Essere. Chi è in grado di fare questo, nella massima
espressione, è un Cavaliere, o si comporta come tale, ed è in grado di compiere
l’azione-non azione.
Stando
in uno stato di presenza disidentificata dall’individualità, il Cavaliere
agisce senza agire; e questa azione sarà sempre “la giusta azione”, in armonia con la Legge che regola l'universo.
Così, nella Bhagavadgītā, quando il condottiero Arjuna non voleva combattere per non uccidere i suoi nemici , Krishna, manifestazione del Supremo Essere Non Duale, che, in tutti noi, è la reale Identità, gli disse: "Oh, Arjuna, credi che sia tu a dover uccidere i tuoi nemici? Essi li ho già uccisi io".
La Bhagavadgītā, testo tradizionale della filosofia indiana, è
particolarmente adatta alla comprensione di questo giusto agire. Essa è illuminante per l’uomo occidentale, sempre rivolto all’azione.
Questo testo insegna l’agire senza agire dello Ksatriya, il Cavaliere.
“Il Cavaliere
Non si contrappone a nulla.
Se fosse chiamato a combattere,
lo farebbe
senza alcuna identificazione”
(dalla XVma regola del Codice dei Cavalieri Eidon)
Per una maggiore comprensione di quanto in sintesi esposto si può fare riferimento a questi articoli:
Per una maggiore comprensione di quanto in sintesi esposto si può fare riferimento a questi articoli:
“Sulla Metafisica”
“La Manifestazione Universale”
“La Realtà”

2 commenti:
Interessante approfondimento
Il "peccato" è l'identificazione che genera la separatezza di un Io che non esiste di per sé...
Grazie Antonella, per la tua
stimolante risposta.
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