giovedì 10 agosto 2017

Riflessioni Metafisiche sul Nemico, la Giustizia e il Perdono

Bruce Pennington: "Folgore dal cielo"


“Ama il tuo nemico”, “il perdono”, “la giustizia”, “la certezza della pena”, “l’azione non azione”, “la giusta azione”: sono temi che necessitano una chiara comprensione nel percorso della Conoscenza.

Questi ingredienti, legati da un filo invisibile che li unisce, qualora non compresi nel loro profondo significato, si tramuterebbero in ostacoli potentissimi sul cammino del risveglio finale della Coscienza: evento finale della Conoscenza, in cui ci riconosciamo pura unità del Tutto, in assoluta consapevolezza di Essere e, affrancati da qualsiasi necessità o da qualunque forma, eternamente beati.

Questa è la posta in gioco del fine ultimo della via iniziatica tradizionale; tuttavia la comprensione dei termini esposti è essenziale in ogni percorso, e a qualsiasi livello, che voglia definirsi spirituale.

Il tema è in ogni modo scottante e sarebbe consigliato un “luogo protetto” (tra persone che condividono uno stesso livello di conoscenza anche se solo concettuale) per la sua esposizione; ma… la chiarezza-consapevolezza su questi argomenti è per tutti importante per vedere l’esistenza e il suo senso da una prospettiva più ampia e significativa; e questo giustifica il rischio di non essere compresi. Si confida, comunque sia, nella saggezza di tutti.

Dove si trova la difficoltà del trattare questi concetti?

Essa è data dalla mancanza di una visione spirituale della realtà. E per visione spirituale non intendo riferirmi ad alcuna religione, che spesso offusca la Verità o, nel migliore dei casi, ne coglie una piccola parte, ma a un percorso di esperienza interiore di svelamento, alla luce della Conoscenza Tradizionale. 

Per comprendere meglio, è necessario fare un po’ di chiarezza, dal punto di vista tradizionale, sulla realtà, nella relazione tra la Manifestazione Universale, ossia l'universo in cui viviamo, e l’Essere da cui proviene.

Ogni Insegnamento, che sia realmente fondato nella Verità, ha istruito l’uomo per realizzare la sua reale Identità. Questa, realizzabile da ciascuno “qui ed ora”, svela l’illusorietà della mente individuale e, quindi, del concetto stesso di ego. Se la Via Metafisica, detta altrimenti “La Suprema Conoscenza Non Duale dell’Essere”, conclude che: siamo tutti un’unica Coscienza, e solo questa è in assoluto reale, altri percorsi, invece, e non è poco, arrivano solo a mostrare la possibilità che ogni individuo possa riconoscersi Coscienza Universale. Se la prima è oltre la forma e la Legge che la governa, in quanto possibilità stessa sia della forma, sia delle regole su cui essa si fonda, la seconda rimane nell’orizzonte della Legge; ma nel riconoscimento che la limitata consapevolezza dell’io individuale, in realtà, può espandersi all’intera Coscienza Universale, riconoscendola come la stessa nostra Coscienza. Sta per inteso che non c’è realizzazione Non Duale che non abbia prima espanso l’individualità all’universale. Perché questi due momenti esprimono il processo di svelamento dell’individuo-persona, il quale espande la consapevolezza all’intero universo, ossia riconosce se stesso come confine estremo di ogni forma, per poi comprendersi come assenza stessa di confine, pura possibilità incausata, l’Essere Eterno nella sua espressione finale. Il Principio, 2000 anni fa, affermava: “Nessuno viene al Padre (l’Assoluto Essere Non Duale), se non per mezzo di me (La Coscienza Universale) ”.

Da ciò, sempre a patto che quanto affermato sia condivisibile da chi legge, diventa semplice comprendere come le espressioni “Ama il tuo nemico” o “il Perdono” non stiano illustrando un sentimentalismo morale o un ingenuo e passivo buonismo, ma indichino una necessità operativa di risveglio.

Perché?

Perché l’io non esiste in quanto identità relativa, spazio-temporale, è solo un artificio della mente che, oltretutto, ha una durata molto breve. La Realtà della forma è Coscienza Universale, in cui non esistono confini limitati ed egoici, ma è espressione dell’unità della vita. Come abbiamo visto, poi, questo stato universale della Coscienza è superabile nella Coscienza assoluta, eterna e non duale, in cui è realizzata non l’unità della vita (Coscienza Universale) ma il riconoscimento che la vita stessa, l’intero universo dal fisico al livello più alto dello Spirito, in Verità, non sono, in quanto prodotto dell’Essere stesso e, giacché prodotto, realtà relativa e spazio-temporale anche a livello universale. 

“Amare il proprio nemico” e il “Perdono” sono comportamenti che sciolgono la contrapposizione illusoria tra l’io e l’altro, di là da ogni possibile contenuto. Odiare o mantenere in piede uno stato di rancore significano fissare già a priori la dualità: fatto possibile alla luce dell’ignoranza, cioè ignorando come stanno realmente le cose o quale sia, in vero, la Realtà; ed Essa è pura unità sperimentabile in ognuno per identità, ed è sempre pura, di là dal concetto stesso di giustizia.

Ma… se è vero che, dal punto di vista della Verità tutto è Uno e l’altro è sempre me stesso, dove, in assenza di contrapposizione duale tra bene e male, non c’è posto nemmeno per la giustizia, questo non può essere affermato dalla prospettiva di chi non abbia compiuto in sé tale svelamento-riconoscimento. Ciò significa che, fin quando saremo identificati con la coscienza individuale e le forme, saremo soggetti alla Legge che regola l’intera Manifestazione ossia “la Legge di causa ed effetto”, conosciuta in oriente come “la Legge del Karma”. Ogni azione che compiamo, proprio perché l’altro è sempre noi stessi, ritornerà a chi l’ha compiuta. Non c’è scampo, quello che facciamo di buono o ciò che arrechiamo di cattivo, sarà in un modo o in un altro restituito al mittente. Anche il perdono rientra nella Legge: “Perdona e sarai perdonato”. Il non perdonare chi ci ha causato dolore, quindi, oltre ad essere la fissazione dell’illusoria molteplicità nella nostra comprensione, genererà un effetto che in futuro ci sarà restituito: non saranno perdonati i nostri comportamenti. E, “chi è senza peccato, scagli la prima pietra”.

Ciò che sopra è evidenziato rispecchia quanto è esposto dal Sovrano Ordine dei Cavalieri Eidon, Cavalleria Spirituale con il compito di conservare e trasmettere la Conoscenza Metafisica, nella XVIIma regola del Cavaliere:

«Cavaliere ascolta! Gesù affermava: “Ama il prossimo tuo (come) perché è te stesso”. Oppure: “Tutte le cose, dunque, che volete che gi uomini vi facciano, anche voi dovete similmente farle a loro”. Con le parole attribuite a Confucio, possiamo indicarti un’ulteriore conferma di questa regola, nei termini della negazione: “Ciò che non vuoi che sia fatto a te, non farlo agli altri”. E, ancora, Gesù: “Amate i vostri nemici”. Comprendi anche questo insegnamento: “Io sono la Via, la Verità e la Vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di Me”. Con alcune frasi emblematiche quest’Ordine ti indica la necessità di portare alla dissoluzione ogni dualità nella tua vita affinché tu possa tornare al padre tuo, all’Assoluto Essere; perché: “Tat Tvam Asi”, “Tu Sei Quello”».

“La giustizia” e “la pena”, quindi, sono nel mondo dei nomi e delle forme, in assoluto, certe.

Da ciò è più che comprensibile che il perdono non escluda la pena, la quale arriverà inesorabilmente come effetto di cause prodotte; in questa vita fisica, in altre successive o in qualsiasi altro stato esistenziale in cui l’individuo si troverà.

In termini di Conoscenza, un atto di buonismo non ha alcun senso. Quello che conta è il perdono come atto in sé di riconoscimento della realtà, in cui l’altro è sempre noi stessi. Se poi il perdono, da noi concesso, è chiesto dall’artefice dell’azione negativa commessa, quest’atto di profonda umiltà e prostrazione diminuisce il peso karmico che, comunque, sempre, sconterà chi ha commesso il torto.

La compassione di chi assolve è parallela al rigore della “pena certa” che arriverà, alla fine, e anche se le nostre regole umane o il nostro buonismo la renderanno in apparenza vana.

Si apre ora un altro tema, quello del nemico.

In base ai doveri acquisiti nel nostro karma, ci potremmo trovare nella condizione di combattere un’eventuale nemico, a patto che esso abbia un comportamento che mette a rischio la vita o la dignità di chi sia innocente. Se questo fosse il nostro compito, dovremmo ostacolare l’offesa, a difesa dei deboli.

Bene…

La lotta può essere agita con forza ed efficacia, in piena consapevolezza, senza alcuna identificazione con l’atto che stiamo compiendo. Possiamo quindi lottare e ostacolare il nemico, amandolo, perché lo riconosciamo come una delle nostre indefinite possibilità espressive, di Assoluto Essere. Chi è in grado di fare questo, nella massima espressione, è un Cavaliere, o si comporta come tale, ed è in grado di compiere l’azione-non azione.

Stando in uno stato di presenza disidentificata dall’individualità, il Cavaliere agisce senza agire; e questa azione sarà sempre “la giusta azione”, in armonia con la Legge che regola l'universo.
Così, nella Bhagavadgītā, quando il condottiero Arjuna non voleva combattere per non uccidere i suoi nemici , Krishna, manifestazione del Supremo Essere Non Duale, che, in tutti noi, è la reale Identità, gli disse: "Oh, Arjuna, credi che sia tu a dover uccidere i tuoi nemici? Essi li ho già uccisi io".

La Bhagavadgītā, testo tradizionale della filosofia indiana, è particolarmente adatta alla comprensione di questo giusto agire. Essa è illuminante per l’uomo occidentale, sempre rivolto all’azione. Questo testo insegna l’agire senza agire dello Ksatriya, il Cavaliere.


Il Cavaliere
Non si contrappone a nulla.
Se fosse chiamato a combattere,
lo farebbe
senza alcuna identificazione


(dalla XVma regola del Codice dei Cavalieri Eidon)




Per una maggiore comprensione di quanto in sintesi esposto si può fare riferimento a questi articoli:

“Sulla Metafisica”

“La Manifestazione Universale”
“La Realtà”

2 commenti:

Antonella ha detto...

Interessante approfondimento
Il "peccato" è l'identificazione che genera la separatezza di un Io che non esiste di per sé...

PAROLE NEL SILENZIO di danilo semprini ha detto...

Grazie Antonella, per la tua

stimolante risposta.